Lo ha annunciato visibilmente emozionato il presidente della Regione Alberto Cirio nel giorno del suo compleanno: “Il 30 dicembre aprirà l’Asti-Cuneo”, sottolineando 30 dicembre 2025, perché l’anno, nel caso della A33, è sempre stato il prossimo.
Questa volta sembrerebbe essere diversa la storia e l’anno buono dovrebbe essere il 2025, il 30 dicembre, questo 30 dicembre, fra 23 giorni. Difficile crederci per chi sente parlare di apertura dell’Asti-Cuneo dagli anni Settanta.
Il Governatore era comprensibilmente emozionato perché nel 1988 quando vennero assegnati per la prima volta i lavori lui era uno studente di belle speranze del Liceo Classico che, come tutti noi, mai avrebbe pensato di percorrere l’Asti-Cuneo solo a fine 2025.
Emozionato lo era anche perché qualche merito se lo deve ascrivere anche se le opere competono a Ministero dei Trasporti e Asti-Cuneo (65% Gruppo Gavio e 35% Anas), ma senza il pressing costante della Regione l’orizzonte temporale sarebbe slittato almeno al 2026.
Emozionati lo siamo anche noi giornalisti. Ho iniziato a esercitare questa professione nel 1996 a 14 anni e già si scriveva di Asti-Cuneo. Oggi che di anni ne ho 43 si continua a scrivere di Asti-Cuneo, con la speranza che sia l’ultima volta.
Con la consapevolezza che ancora una volta gli unici a pagare per decenni di ritardi saranno i contribuenti che hanno già pagato un pedaggio salatissimo in termini di tempo e, soprattutto, di vite, se pensiamo a quanti incidenti si sono verificati in oltre 30 anni sulle nostre strade congestionate da camion per l’assenza di una autostrada adeguata.
Un pedaggio pagato carissimo anche dalle eroiche aziende del Cuneese che hanno stretto i denti per non delocalizzare quando sarebbe stato molto più semplice erigere un capannone nella periferia di Milano lasciando la difficilmente raggiungibile provincia Granda.
Ho quasi la nausea di raccontare la storia dell’Asti-Cuneo di cui si discuteva dagli anni Sessanta, ma è alla fine degli anni Ottanta che partono le iniziative per realizzarla. Due società mostrano interesse: la Satap, di cui una quota importante era in mano alla famiglia Gavio, e Si.Tra.Ci, un consorzio nato per la realizzazione del traforo del Mercantour. Il 27 settembre 1990 Anas e Satap stipulano un contratto con cui la concessionaria ottiene l’autorizzazione dello Stato a realizzare l’autostrada Asti-Cuneo, la convenzione prevede interventi pubblici per 35 miliardi di lire. Tanto dovrebbe costare tutta l’A33.
Immediato il primo intoppo con gli azionisti della Torino-Savona che insorgono: la Asti-Cuneo deve correre per un tratto sulla Torino-Savona. Un tratto di 29 km che avvicina al capoluogo solamente di 11 km con un grave danno per gli automobilisti. Satap temporeggia e il Consiglio di Stato con parere del 13 giugno 1998, invita il Ministero dei lavori pubblici a valutare eventuali comportamenti illegali. Il 2 dicembre 1999 nel momento in cui si deve iniziare l’opera, la Corte dei conti solleva dubbi di legittimità in merito alla concessione della tratta Asti-Cuneo. Nonostante questo, il 16 febbraio 2000 il Ministro Willer Bordon ingiunge all’Anas di proseguire nell’iter, ma interviene il Consiglio di Stato che blocca l’opera il cui costo nel frattempo è lievitato a 840 miliardi di lire dai 35 previsti nella convenzione.









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