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Attualità | 27 gennaio 2026, 06:13

La diga del Vajont ricreata in 3D a Cuneo: è la prima ricostruzione in scala dopo il 1958

Il progetto è stato realizzato da Simone Aime (Cuneo),Davide Serpagli (Borgo Val di Taro) e Federico Tripoli (Biella) ed è stato presentato lo scorso settembre a Longarone

Davide Serpagli e Simone Aime a Longarone con il modellino della diga

Davide Serpagli e Simone Aime a Longarone con il modellino della diga

Sono trascorsi 62 anni dal disastro del Vajont, dalla notte del 9 ottobre del 1963, quando una frana staccatasi dal monte Toc cadde nel bacino artificiale della diga, generando un'onda che spazzò via circa duemila vite, case e paesi. 

La ferita aperta di un disastro annunciato che continua a scuotere le coscienze di Longarone, della sua valle, ma anche dell'Italia intera. Non solo nelle generazioni di chi ricorda i fatti di quella tragedia, ma anche di chi ne è venuto a conoscenza tra documentari, fotografie e iniziative organizzate per mantenere viva la memoria. 

È il caso di un gruppo di appassionati che non solo ha svolto ricerche sulla diga, ma ha anche realizzato un modello con la stampante 3D in scala, presentato lo scorso settembre a Longarone in occasione dell’evento “I percorsi della memoria”. 

Si tratta della prima riproduzione creata dopo il 1958: fino ad oggi, infatti, in Italia erano stati presenti solo alcuni modellini in scala 1:85 e 1:35 utilizzati per le prove in laboratorio. 

Un lavoro lungo, che ha richiesto ricerca, tempo e precisione. Ne abbiamo parlato con gli ideatori, il cuneese Simone Aime, Davide Serpagli (Borgo Val di Taro) e Federico Tripoli (Biella).

[Modelli della diga sviluppata e in sezione]

Perché avete deciso di realizzare un modellino della diga del Vajont e che legame sentite con questa pagina di storia tristemente famosa?

"Grazie al Vajont - spiega Simone Aime - ho conosciuto Davide nel 2009: dapprima ci scrivevamo su un forum “progettodighe.it”, poi insieme ad altri ragazzi, sempre conosciuti in questo sito, ci siamo dati appuntamento a Longarone in occasione dei percorsi della memoria, ormai più di dieci anni fa.

Da qui è nata un’amicizia che ci porta ogni anno a settembre a trovarci nel ricordo di quanto successo al Vajont. Insieme a noi ci sono anche, Marco Tucci da Colleferro, Enrico Vicini da Cesena. Ormai, viste le molteplici presenze ci definiamo "lo zoccolo duro di Progettodighe".

[Gli amici dighici dello "zoccolo duro" di Progettodighe]

È difficile trovare altri amici con questa passione per le dighe, diciamo che siamo affascinati da questi muri di diverse forme in calcestruzzo, il Vajont, con tutte le sue vicissitudini, ci ha praticamente uniti. Insieme abbiamo girato ed esplorato tutta la zona intorno alla diga e non solo, Enrico e Marco hanno recuperato anche una carcassa di automobile risalente alla notte del disastro che è stata donata al museo del Cimitero Monumentale di Fortogna, un perforatore utilizzato al cantiere e vari particolari venuti giù con la frana. 

[Enrico Vicini e Marco Tucci con la carcassa dell'automobile recuperata]

La nostra unione ha fatto sì di poter partecipare a eventi riguardanti la diga con gente che ha vissuto il Vajont, sia nella costruzione sia nel dopo, e recuperare una mole non da poco di informazioni preziose e materiale. Il nostro è veramente un legame di amicizia solido, indissolubile, pur vedendoci come gruppo al completo solo una volta l’anno.

E alla fine, in tutto questo abbiamo anche coinvolto l’amico ing. Federico Tripoli".

[Federico Tripoli a sinistra e Simone Aime a destra con il modello della diga appena stampato]

[Ricostruzione in 3D della diga del Vajont]

[Modellino della diga e la diga originale viste dall'alto]

[Modelli della diga sviluppata e in sezione]

[Modello in sezione diga del Vajont]

[Simone Aime e Davide Serpagli alla fiera di Longarone]

Quanto tempo ha richiesto la realizzazione del modello in 3D?

"In totale sono serviti circa 4 mesi - racconta Federico Tripoli -. Il progetto e la realizzazione della diga del Vajont rappresentano una delle più complesse opere di ingegneria idraulica mai costruite in Italia. Oggi, grazie alla tecnologia e al lavoro di squadra di me, Simone e Davide, quella stessa diga rivive in formato ridotto attraverso la stampa 3D.

Per ottenere il modello tridimensionale della diga, è stato necessario utilizzare un file con estensione “.STL”, generato a partire da un modello 3D realizzato con SolidWorks, un software professionale di progettazione.

Grazie alla collaborazione di Davide e Simone, che hanno recuperato tra gli archivi tecnici storici della S.A.D.E.(committente) e della TORNO (esecutore dei lavori) i disegni originali delle sezioni della diga (suddivise ogni 10 metri di altezza), è stato possibile ricostruire digitalmente l’intera struttura. Considerando che la diga reale misura circa 261 metri, le sezioni utilizzate sono state 26.

Per la realizzazione del modello in scala 1:400 (alto 652,5 mm) tutte le misure sono state ridotte proporzionalmente. Con il software di progettazione SolidWorks, sono stati quindi creati 26 piani distanziati di 2,5 centimetri l’uno dall’altro. Su ciascun piano è stata inserita l’immagine corrispondente alla sezione orizzontale della diga. Ogni sezione è stata poi posizionata con precisione in base alle quote di disassamento rispetto al centro degli assi X e Y del piano cartesiano di riferimento".

Un lavoro non da poco...

"Il processo di stampa 3D presenta molte analogie con quello delle macchine a controllo numerico (CNC), come torni o frese: anche qui è necessario un accurato settaggio dei parametri di lavorazione.

Tuttavia, a causa delle dimensioni della stampante disponibile, con un volume massimo di 256 x 256 x 256 mm, non è stato possibile stampare la diga in un unico pezzo.

Per questo motivo, il modello è stato suddiviso in tre sezioni in altezza, e ulteriormente diviso a metà nella parte superiore, dove la larghezza risultava maggiore. Questa soluzione ha permesso di ottenere una riproduzione precisa e fedele, mantenendo il massimo dettaglio e rispettando le proporzioni originali. Un’ altra difficoltà e stata l’ assimetria della diga rispetto all’asse verticale, una complicazione in più nel disegnarla".

"La realizzazione - aggiunge Simone Aime -, forse per Federico sarebbe stata più veloce, ma io e Davide, volevano arrivare il più possibile ai minimi dettagli, alla perfezione assoluta; quindi, abbiamo passato serate di incontri su Teams (viste le distanze era difficile trovarci di persona), dove, appena Federico ci mandava l’avanzamento del suo lavoro, Davide in particolare trovava un qualcosa, un minimo dettaglio da modificare. Dopo un attento lavoro, un perfetto controllo qualità, Federico finalmente ha avuto il nostro ok e  ha stampato prima la parte in sezione e successivamente la parte sviluppata".

[Davide Serpagli presenta il suo libro libro Vajont la cronistoria in Municipio a Longarone]

Come vi siete documentati?

"Grazie alla presenza on line dei documenti processuali - ci spieda Davide Serpagli  - , che ho usato per la stesura del mio libro sulla cronistoria del Vajont dal titolo “Vajont la cronistoria” (ed. Youcanprint, 2024 ), ho potuto avere accesso anche ai progetti tecnici originali della SADE. Questi non erano propedeutici per il libro ma essendo un appassionato dell’argomento li ho ugualmente scaricati per averli a disposizione. Sapevo dell’idea di Simone di realizzare i modellini della diga ma un giorno mi disse che uno non si riusciva a realizzare in quanto mancavano le misure degli archi alle diverse quote della struttura. Quelle misure io le avevo ed erano quelle che avevo scaricato dalla documentazione processuale, gli dissi di attendere 10 minuti senza dargli nessuna motivazione e gli inviai il materiale. Poco dopo con grande entusiasmo Simone mi chiamò dicendomi che era proprio quello che serviva a Federico per riuscire a sviluppare il progetto. Con quelle misure si è ottenuto il disegno identico alla doppia curvatura caratteristica della struttura.

[Davide Serpagli con il modello della diga del Vajont in sezione]

Grazie alla documentazione processuale è stato possibile ricostruire cronologicamente l’evoluzione della storia del vajont e grazie al materiale recuperato da Simone della ditta Torno è stato possibile inserire anche alcune foto inedite presenti nei fabbricati".

"Grazie a questa mia passione ultradecennale per il mondo delle dighe - prosegue Simone -, ho scritto un libro sul cantiere della diga del Chiotas, a Entracque: “Diga del Chiotas, storia del cantiere nell’Alto Gesso, raccontata da chi ci ha lavorato” (ed. Primalpe, 2021), dove ho avuto modo di parlare con ex dipendenti della ditta Torno, (di cui ho inserito le storie lavorative in valle Gesso) appaltatrice di tali lavori. Senza dilungarmi, tanti anni di ricerche (grazie anche agli ex dipendenti) mi hanno portato ad arrivare a conoscere la famiglia Torno, proprietaria della ditta costruttrice, nella persona di Giuseppe Torno, omonimo del nonno fondatore della società, ma anch’esso con trascorsi nella società stessa, dove ho recuperato molte informazioni, arrivando addirittura a parlare con chi ha lavorato alla costruzione della diga del Vajont. Grazie poi alla conoscenza dell’amica Piera Torno, di Castano Primo, Presidente dell’associazione culturale “Inventario dei Ricordi”, sono arrivato ai vecchi fabbricati della Torno, dove ho trovato molta documentazione e materiale fotografico inedito, del Vajont in particolare, insieme a migliaia di foto di costruzioni in tutto il mondo. Tutto questo ha permesso di approfondire e arrivare al risultato tanto atteso, altri tasselli per riprodurre perfettamente la diga del Vajont, limando anche il minimo dettaglio".

[La presentazione in municipio a Longarone]

Il progetto è stato anche presentato a Longarone, come è stato accolto?

"Parlare di Vajont - dice Simone - non è mai facile, soprattutto in luoghi impattati duramente dalla vicenda, ma nel mio caso tratto sempre la parte tecnica della diga, il suo sito di costruzione e cosa ha voluto dire costruire la diga più alta al mondo arco-cupola in quel periodo, fiore all’occhiello della ditta Torno e dell’ingegneria italiana, quella che io definisco la “Cappella Sistina delle dighe”, forse anche per la sua forma a cupola, esulando da tutto quello che ha intorno. La parte umana del dopo frana, non sarei in grado di trattarla, la conosco abbastanza bene, ma bisogna saperla trattare con le dovute accortezze, rispettando sempre chi purtroppo ha perso tutto in quell’infausta notte del 9 ottobre 1963.

Il progetto è stato accolto molto bene, grazie all’organizzazione dell’amico Giovanni Danielis di Longarone, nonché “informatore della memoria alla diga del Vajont”, che ha organizzato il tutto, e grazie al Sindaco Roberto Padrin che ci ha messo a diposizione la sala a Palazzo Mazzolà, sede del Municipio di Longarone, simbolo del paese, essendo uno dei pochi edifici che ha resistito al passaggio dell’onda. Abbiamo avuto dei ritorni molto buoni per essere la nostra “prima volta” su un tema non dei più facili, abbiamo risposto a molte curiosità dopo la relazione e ricevuto molteplici complimenti.

Con Davide abbiamo visto negli anni passare a Palazzo Mazzolà e in altri locali di paesi limitrofi molti personaggi di spicco a parlare di Vajont, e forse un po’ li abbiamo sempre invidiati, (impossibile arrivare a qual livello ci dicevamo qualche anno fa…) forse pensando di non poter mai arrivare neanche in un sogno a parlare di questa parte di storia italiana a Longarone. Poi, sia il sottoscritto che Davide, nel mio caso una parte piu tecnica riferita alla diga e alla sua costruzione, all’impresa Torno S.p.A. di Milano poco o mai citata ma parte fondamentale nella realizzazione dell’impianto, lui oltre alla diga tutto quello che ha intorno, studi, progetti e relative evoluzioni, fasi del processo penale postumo alla frana e non da poco conoscitore della parte umana, prima e dopo il disastro del 9 ottobre 1963, ci siamo completati, andando a fondere le nostre rispettive conoscenze, creando un’ amalgama arrivando a coronare il sogno (quasi proibito) di entrambi: parlare della diga del Vajont a Longarone, addirittura nella sala del Municipio.

[Consegna della maglia ricordo a Giuseppe Torno sulla diga costruita da suo nonno omonimo sopra. Sotto: Giuseppe Torno e Simone Aime]

[Davide Serpagli, Giuseppe Torno e Simone Aime alla diga del Vajont]

Partecipazione molto folta di pubblico, molto incuriosito da questi nostri interventi, il mio per la parte de “La Torno al Vajont” e Davide per la presentazione del suo primo libro sul tema Vajont ha riscosso un buon successo, avendo anche esposto, oltre alla diga da noi realizzata e studiata molto materiale storico, tra foto, documenti, reperti storici, libri, disegni dell’epoca ecc…

[Simone Aime e il modello della diga 1:85 al museo Attimi di Storia a Longarone]

Questo progetto, mi ha dato anche l’opportunità, di riportare un discendente della famiglia Torno, su una diga (Vajont) costruita dalla ditta Torno, dopo più di 60 anni, visto che l’ultima visita del titolare dell’omonima impresa Giuseppe Torno era stata nel 1963, dopo la frana. Tutto questo con una visita privata con pochi intimi, sempre organizzata dall’amico Giovanni Danielis, dove i ricordi e l’emozione hanno avuto la meglio.

La domenica 21 settembre con Davide abbiamo avuto l’occasione (sempre grazie all’interesse dell’amico Giovanni) di allestire uno spazio con dei tavoli con i nostri reperti storici, foto, le dighe alla fiera di Longarone, dove c’è l’arrivo dei percorsi della memoria. Ricevendo molte domande, curiosità e complimenti, soprattutto il modellino della diga. Il modellino della diga ha veramente “spaccato”.

[Simone Aime e Giovanni Danielis]

Siamo usciti da li con un orgoglio e una soddisfazione impagabile, si camminava a 1 metro da terra quasi sembrava di vivere un sogno, tanto da darci una pacca sulla spalla vicendevole con Davide dove gli ho detto:Caro amico mio, ce l’abbiamo fatta, ti rendi conto di cosa abbiamo fatto? ma probabilmente questi 2 giorni intensi li realizzeremo solo domani a freddo, o durante le centinaia di chilometri per il rientro a casa, dove si ha tempo di pensare. Sempre che sia tutto vero. Con orgoglio possiamo dire che abbiamo ricreato a Cuneo il primo modello in scala in Italia della diga del Vajont dopo più di 60 anni”.

[Simone Aime presenta la Torno al Vajont in Municipio a Longarone]

Sono in corso nuove ricerche?

"Ovviamente la storia affascinante dal lato tecnico della diga del Vajont, non avrà mai fine, emergono sempre nuovi particolari, grazie anche agli amici del forum www.progettodighe.it creato dall’amico Elvis Del Tedesco, dove condividiamo questa strana passione. Sia Davide che altri amici, li ho conosciuti proprio su questo forum. Sicuramente i modellini verranno ancora esposti, mi piacerebbe anche fare un qualcosa qui, nel cuneese, magari proprio a Cuneo in particolare sugli impianti in valle Gesso, di cui ho creato con Federico anche il modellino in 3D della diga del Chiotas in scala 1:400, e ho molto materiale da esporre sul tema valle Gesso, come fatto per la diga del Vajont. Un altro mio progetto, e l’uscita di un terzo libro, non sul Vajont, ma sulla storia degli impianti idroelettrici in valle Roia.

La storia della diga del Vajont merita di essere sempre ricordata, il nostro scopo è mantenere vivo nel nostro piccolo quanto successo, che sia di monito per le generazioni future.

Chiudo ringraziando anche gli amici dighici di sempre, è anche grazie a loro se Davide ed io siamo arrivati qui, credendoci fino alla fine, anche con il loro supporto a realizzare questo sogno.

Un ringraziamento speciale va a Davide e Federico. Senza di loro non sarebbe stato possibile tutto ciò.

Se volete potete seguire sui social le pagine “dighiche” dove trovare altre informazioni su questa storia e molto altro su questo tema".

Facebook: Passione dighe di Aime Simone

Facebook: Vajont la cronistoria

Instagram: passione_dighe_di_aime_simone

www.progettodighe.it

Arianna Pronestì

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