Lo spopolamento dei piccoli comuni non è una categoria astratta né una questione di marketing territoriale. È una realtà quotidiana che si misura nella scomparsa dei servizi essenziali, nella difficoltà di muoversi, nella solitudine degli anziani, nell’assenza di prospettive per i giovani e, sempre più spesso, nella mancanza di una connessione adeguata. Anche nelle Langhe, territorio spesso raccontato come modello di successo, i numeri restituiscono una fotografia più complessa, fatta di fragilità strutturali e di equilibri sempre più sottili.
A partire dai dati demografici, ma soprattutto dall’esperienza amministrativa e personale, Marco Andriano (nella foto sotto), sindaco di Roddino e assessore dell’Unione dei Comuni delle Colline di Langa e del Barolo, propone una lettura che tiene insieme analisi e vita vissuta, distinguendo nettamente tra la narrazione dei “borghi” e la realtà dei paesi.

Quanto è profondo oggi il fenomeno dello spopolamento nei piccoli comuni?
“È un fenomeno strutturale, non episodico. La demografia è in calo praticamente ovunque, anche nei comuni più conosciuti. In Piemonte, tra i piccoli comuni, solo tre risultano oggi in controtendenza, ma se li si analizza nel dettaglio non mostrano comunque una reale prospettiva di vitalità strutturale. Questo significa che il problema non riguarda singoli territori, ma un intero modello che sta arrancando”.
Lei insiste molto su una distinzione: piccoli comuni e “borghi” non sono la stessa cosa. Perché?
"Perché i borghi non esistono. O almeno non esistono per come vengono narrati. Esistono i paesi. Pavese non dice: 'Un borgo ci vuole'… Il paese non è solo un bel borgo fatto di pietre, castelli e relative cartoline. Il paese sono le persone, le relazioni, gli alberi, i giardinetti con i bambini che fanno chiasso, le discussioni degli anziani al bar per una giocata a scopa sbagliata, la necessità di servizi: il medico, il farmacista, il vigile, il sindaco, il cantoniere, la posta, il mercato, la bottega. Sono le campane della domenica mattina, finché ci potremo permettere la Santa Messa. Poi ci sono i turisti, che finché troveranno il paese, oltre al borgo, vedranno l’originalità della nostra gente, dei langhetti. Quando verranno accolti solo dagli operatori di settore e dal borgo, dal mausoleo del vino e dei filari pettinati, io spero di sbagliarmi, ma non credo che troveranno lo stesso fascino. Per questo dobbiamo lavorare e lottare per salvare i paesi. Non sono un nostalgico per carità, non immagino un ritorno agli anni 90 ma ad un paese 2.0 sostenibile per chi lo abita e bello per chi lo visita".
Questa non è una riflessione teorica: Roddino ha vissuto direttamente questa fragilità.
“Assolutamente sì. Roddino è rimasto per tre anni senza alcun negozio e senza alcun bar. Tre anni senza un luogo di incontro, senza un presidio minimo di comunità, senza un servizio essenziale, soprattutto per anziani e persone fragili. Questo ti fa capire quanto sia sottile il confine tra un paese vivo e uno che rischia di spegnersi.”
Quanto pesa, in questo contesto, la questione delle risorse pubbliche?
“Pesa in modo enorme. Lo scorso anno lo Stato ha tagliato circa l’85% delle risorse destinate ai piccoli comuni. In questo quadro, continuare a parlare di rinascita senza servizi e senza risorse rischia di essere solo retorica. Ai sindaci viene chiesto di tenere insieme tutto, ma con strumenti sempre più ridotti.”
Accanto ai servizi tradizionali, oggi pesa anche il tema della connessione digitale.
“La connessione internet è un elemento che dà o toglie competitività. Nei nostri piccoli comuni sta arrivando solo ora, dopo anni di disuguaglianza. Questo incide sulle imprese, sull’artigianato, sull’agricoltura, ma anche sulla vita quotidiana delle famiglie. Una piccola azienda senza una connessione adeguata è tagliata fuori dal mercato. Una famiglia che cresce dei figli in un piccolo comune ha costi e difficoltà completamente diversi rispetto a chi vive in città. Ma le tasse sono le stesse".
Un altro tema centrale resta quello dei trasporti.
“La mobilità non è un tema accessorio, è una condizione di base. Senza trasporti non puoi lavorare, studiare, curarti, socializzare. È un tema enorme, che da solo meriterebbe un capitolo a parte e che, lo dico senza giri di parole, è uno di quelli che più fanno arrabbiare chi amministra questi territori.”
La desertificazione commerciale è uno dei segnali più evidenti della crisi dei paesi.
“Perché una bottega o un bar di quelli dove si gioca ancora alle carte non è solo un’attività economica. È un presidio sociale. Quando chiude, non perdi solo un servizio, perdi un luogo di relazione. E quando una bottega funziona, spesso non è perché il sistema la sostiene, ma nonostante il sistema. A Roddino oggi funziona perché l’amministrazione ci ha investito molto e perché abbiamo la fortuna di avere una gestrice bravissima, piena di iniziativa. Se dovesse vivere solo dei servizi essenziali, avrebbe già chiuso. Ma un’amministrazione deve dare risposte non solo ai bilanci: deve dare risposte anche ai quattro signori che ogni giorno, alle due del pomeriggio, si ritrovano per la partita a scopa. Perché anche quella è comunità".
Lei è molto critico sul modo in cui vengono valutati i progetti pubblici.
La mia critica è rivolta soprattutto al sistema. Chi valuta i progetti fa il suo lavoro e lo fa seguendo, giustamente, le regole. Troppo spesso, però, contano più i file Excel che la realtà. Progetti che incidono sulla vita quotidiana delle persone vengono giudicati solo sulla carta, da funzionari che non hanno mai messo piede nei territori di cui stanno decidendo il destino. È legittimo chiedersi se decisioni così importanti possano essere prese senza conoscere davvero quei luoghi. In questo modo nessuno si assume una responsabilità politica vera: i punteggi finiscono per sostituire le scelte. Qualcuno potrebbe obiettare che così siamo tutti uguali, ma non è vero. Nei piccoli comuni i bandi vengono scritti da tecnici che magari lavorano poche ore a settimana, oppure – come nel mio caso – li scriviamo noi sindaci o amministratori la sera, dopo cena".
Alla base c'è già una disparità.
"Chi dispone di un’organizzazione strutturata, come un comune più grande o semplicemente più ricco, parte già avvantaggiato in fase progettuale. Il risultato è che chi ha di più continuerà ad avere di più, e questo meccanismo finisce per penalizzare sempre gli stessi territori".
Questo vale anche per la valutazione della desertificazione commerciale.
“Oggi la desertificazione commerciale viene calcolata su parametri astratti, senza considerare dove vive realmente la popolazione, se ci sono scuole, negozi e servizi. Così può capitare che un comune risulti ‘non a rischio’ sulla carta, mentre nella realtà è fragile. Preferisco non fare esempi specifici, ma esistono comuni con importanti infrastrutture sociali e industriali che, avendo una frazione in collina, risultano comuni montani pur disponendo di scuole, posti di lavoro, banche e supermercati. Roddino, ma anche Sinio, Montelupo e Castiglione Falletto, risultano non a rischio desertificazione. Di conseguenza, anche alcuni bandi che potrebbero essere utili non possono essere sviluppati. L’emblema è il vecchio, ma visionario, progetto ‘Botteghe dei servizi’, un progetto a cui ci siamo ispirati ma che abbiamo dovuto finanziare con risorse comunali. Ma il punto resta sempre lo stesso: nelle cose bisogna metterci il naso e comprenderle".
Qual è allora, secondo lei, la chiave per affrontare davvero lo spopolamento?
"Serve una visione più ampia e condivisa. Un’alleanza tra istituzioni, tra comuni, tra le persone che li abitano. Dobbiamo parlare con le persone. Non basta una sola attività, non basta il turismo. Deve tornare l’artigianato, vanno facilitate le nuove e le vecchie professioni (grafici, architetti, geometri, artisti), va tutelata l’agricoltura familiare, vanno garantiti i servizi di base. Ma il tavolo non può essere uno solo: si devono studiare le situazioni locali, i plessi scolastici, i servizi sanitari, i servizi sociali per gli anziani e per i giovani, sempre più minoranza silenziosa di questi territori, così come i servizi di trasporto, che devono aiutare gli abitanti e facilitare anche il turismo. Partendo da quello che c’è, si deve fare squadra, capire le urgenze e arrivare a soluzioni vere, tangibili, che incidano sulla vita delle persone".
Nonostante tutto, resta spazio per una prospettiva positiva?
"Assolutamente sì. Perché dobbiamo ricordarci che in Italia, e ancora di più al Nord, la popolazione che vive in provincia supera quella che vive nelle città. Questo rende non solo possibile, ma doveroso trovare soluzioni nuove. La prospettiva positiva esiste, ma a una condizione: smettere di pensare che le complessità dei piccoli comuni possano essere risolte da un file Excel. Servono politiche che tornino a guardare i territori negli occhi. Io sono convinto che i sindaci sappiano molto bene cosa c’è da fare, perché vivono ogni giorno i problemi delle loro comunità. E le Unioni dei Comuni, se messe davvero nelle condizioni di funzionare, hanno una visione ancora più ampia e possono diventare lo strumento giusto per trasformare le idee in azioni concrete. La speranza non è astratta: sta nella conoscenza dei territori, nella collaborazione e nella capacità di assumersi responsabilità politiche vere".














