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Gusto e Gusti | 28 ottobre 2026, 06:00

L’opacità sconfessata della Langa del vino

Un migliaio di persone, tra cui il vescovo di Alba, manifesta nella capitale delle Langhe per segnalare la presenza del caporalato nel lavoro in vigna. I distinguo dei produttori però si muovono sulla linea di sempre: far finta che le Langhe, oltre che belle, siano anche buone, giuste e pulite

Immagine generata con AI (Google Gemini)

Immagine generata con AI (Google Gemini)

Nel sabato in cui Alba ospita il terzo weekend della stagione dedicato alla Fiera del Tartufo Bianco, a fare da contrappunto a un evento in cui ad essere protagonisti sono i profumi del Tuber Magnatum Pico e quelli del Barolo, a profilarsi fra le strade della città dalle cento torri è un mondo sottotraccia: quello delle vittime di un caporalato che, legato alla gestione delle vigne e a quello della raccolta delle uve, assume i tratti di un’ombra inquietante destinata a guastare lo storytelling delle prime colline italiane riconosciute dall’UNESCO come patrimonio mondiale dell’umanità. E a raccontare quest’ombra, con dettagli in netta tensione con quell’ Eldorado in cui le Langhe si sono trasformate, sono gli stessi braccianti – spesso africani – a che chiedono di non essere più «invisibili». Come invisibile non è il loro lavoro fatto di giornate di dodici/tredici ore sotto il sole per meno di ottocento euro al mese, vendemmie pagate cinque euro l’ora, brandine in stanze condivise e sovraffollate. 

Ovviamente il problema del caporalato in Langa non è certo una novità: si tratta infatti di una piaga che affligge queste colline – non uniche peraltro nel mondo dei vini di prestigio – ormai da anni e che da qualche stagione a questa parte viene denunciato non solo più da sindacati e associazioni, ma anche dai lavoratori stessi. E quanto questa criticità sia rilevante emerge in modo netto nei rapporti della Caritas, che non esita a definirlo come strutturale, disegnandone un perimetro connotato da un’autentica opacità di fondo: lavoro nero e grigio, buste paga che non dicono il vero, compensi sotto i minimi, orari senza riposo, oltre a una catena di intermediari che alloggia, trasporta e smista una manodopera di fatto sottoposta a un’autentica forma di schiavitù. Non si tratta infatti di qualcosa di episodico, ma piuttosto di organico e strutturato: e dunque di reti radicate e collaudate, per nulla legate a un momento di bisogno particolare di manodopera, ma dai tratti che fanno pensare a un vero e proprio sistema.

l mondo del vino risponde rivendicando la propria estraneità e mettendo sul tavolo argomenti che non possono essere liquidati troppo sbrigativamente. Il consorzio di riferimento dell’area, insieme a molti produttori di vino, sottolineano come la Langa sia ricca di aziende che trattano con rispetto la manodopera, bollano lo sfruttamento come una piaga aliena alla propria cultura e giustificano il ricorso alle ditte esterne con un'esigenza organizzativa legata soprattutto alle piccole cantine: per esse infatti assumere, formare e alloggiare direttamente le squadre per poche settimane all'anno sarebbe un costo insostenibile. Pur dando credito a queste giustificazioni, il sospetto che esse altro non siano che una comoda autodifesa di maniera non viene però dissipato del tutto. Scaricare l'intera responsabilità sugli intermediari e qualche piccola realtà significa infatti ignorare sia le dimensioni del fenomeno, sia il nodo centrale di esso: l’avvallo cioè di questa situazione da parte di un sistema il cui ritorno economico, in questi decenni, è ben visibile nella trasformazione radicale di un territorio. 

È proprio in questo scarto tra le dichiarazioni di principio e la realtà dei fatti che la narrazione della Langa virtuosa mostra le sue crepe più profonde. L'esiguità delle presenze imprenditoriali alle mobilitazioni di piazza e il sostanziale vuoto in cui sono caduti i protocolli d'intesa ad adesione volontaria non indicano una semplice distrazione, ma la tacita volontà di non intaccare i meccanismi di una macchina non solo ben collaudata, ma anche dalla quale solo in pochi intendono prendere davvero le distanze. Una terra che vende al mondo l'eccellenza del proprio vino e del proprio tartufo, la bellezza del proprio paesaggio ormai da cartolina, fino a connotarsi come un modello di sviluppo di prim’ordine, può però permettersi di continuare ad ignorare chi quel paesaggio lo lavora ogni giorno piegato tra i filari? L’opacità, qui, non è una nebbia caduta per caso su queste colline: è una complice copertura che finisce per compromettere, insieme alla dimensione umana, l'intera credibilità del modello Langa. Un modello che non può continuare a chiamarsi virtuoso finché pretende di calcolare il profitto al netto dei diritti. 

Piergiuseppe Bernardi

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