Il Farinél di oggi è dedicato a Massimo Scanavino
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Avrei voluto portarti qui, Massimo. È il pensiero che mi accompagna in questi giorni a North Kinangop. Avrei voluto condividere con te questo pezzo di mondo, farti conoscere don Sandro, i medici, i volontari le suore. Avrei voluto averti accanto e vedere che cosa avrebbe fatto, dentro di te, un luogo capace di ricordarci quanto sia importante esserci per gli altri. Non è successo. E questa settimana, mentre sono qui in missione, è arrivato l’addio che non avrei mai voluto scrivere.


Scrivo quelle parole e mi sembrano ancora sbagliate. Ci sono persone delle quali non riesci a pensare l’assenza, perché sono diventate parte delle tue giornate, del tuo modo di guardare le cose, perfino di quello che avresti voglia di raccontare. Massimo era una di queste. Un amico fraterno, quel fratellone che non ho mai avuto. E adesso vorrei tornare e raccontargli il Kenya, ma devo imparare a fare i conti con il fatto che non potrò più farlo.
Non voglio dire che essere qui renda più facile questo dolore. Non è così. Fare del bene non è un anestetico, una missione non cancella un lutto e nessun sorriso può prendere il posto di una persona che ami. Qui, però, sento che al dolore non devo consegnare tutto. Posso portarlo con me e, nello stesso tempo, provare a essere utile a qualcuno. Anche poco. Anche nel mio piccolo, piccolissimo.

Qui ho potuto piangere, un giorno intero, senza vergognarmi, senza sentirmi debole. Sono umano e qui è ancora normale essere umani.
North Kinangop è lontana dal Kenya delle cartoline. Siamo sugli altipiani, a circa 2.500 metri di altezza, in un’Africa che nei miei precedenti viaggi ho imparato a conoscere anche attraverso il freddo e la pioggia. Ma non è il paesaggio la ragione per cui torno. Sono le persone. È quello che accade quando qualcuno smette di domandarsi se tocchi proprio a lui e comincia a fare la propria parte.





Penso a Bruno Frea, urologo straordinario, e ai suoi specializzandi. La loro presenza qui dice qualcosa di molto semplice e molto grande: quello che sappiamo fare può diventare una possibilità per un’altra persona. Una competenza medica, anni di studio, esperienza e responsabilità non rimangono soltanto un percorso personale. Diventano cura. E per chi ha bisogno di essere curato, questa non è una bella parola da scrivere in un articolo: è qualcosa che può cambiare la vita.
Mi colpisce il significato di essere qui anche per i medici più giovani. Accanto a un maestro come Bruno si impara un mestiere, certo, ma si incontra anche una domanda che nessun titolo di studio risolve una volta per tutte: per chi sto facendo tutto questo? La risposta non può essere soltanto per la mia carriera. C’è una persona davanti a me. Ha paura, ha una famiglia, ha diritto alla stessa attenzione che vorrei per qualcuno a cui voglio bene.
E c’è un aspetto della missione che merita di essere raccontato: la condivisione delle conoscenze con il personale locale. Perché aiutare non significa rendersi indispensabili per sempre. Significa anche lasciare strumenti e competenze, lavorare insieme a chi continuerà a esserci quando gli italiani saranno tornati a casa. Una cura che prosegue vale più della soddisfazione di sentirsi necessari.
Penso poi a don Sandro Borsa, direttore dell’ospedale e anima di North Kinangop. Nei miei racconti l’ho descritto come un uomo capace di trasformare la fiducia nella Provvidenza in un impegno concreto. Qui quella fiducia non è un invito ad aspettare. È una ragione per darsi da fare. Un ospedale non vive di buone intenzioni: ha bisogno di organizzazione, continuità, persone, risorse. Ha bisogno di qualcuno che si assuma ogni giorno anche i problemi meno visibili, quelli che non finiscono nelle fotografie e senza i quali tutto si fermerebbe.
E penso a tutti i volontari arrivati dall’Italia. A chi mette a disposizione le mani, il tempo, un mestiere, la capacità di risolvere un problema. Non dobbiamo essere tutti medici per servire a qualcosa. Io non so operare, non posso curare una malattia. Posso ascoltare, raccontare, far conoscere questa realtà, provare a costruire un ponte con chi è lontano. Non è la stessa cosa, ma è la mia parte. E la mia parte devo cercare di farla bene.
In mezzo a tutto questo torno a pensare a Massimo. Alle due settimane insieme in Normandia e Bretagna, al viaggio per portare un fiore alla sua Antonella a Mont Saint-Michel. Ci siamo andati davvero, insieme. E quel ricordo adesso mi fa bene e male, come succede alle cose più preziose quando non puoi più tornare a viverle con la stessa persona.
Mi tornano in mente anche le parole con cui cercava di non far pesare agli altri la propria sofferenza: «Non sto male», «mah adess a và mej». Non voglio fare del dolore una lezione obbligatoria, né pretendere che chi soffre debba essere forte. Ma di Massimo voglio custodire anche questo: la premura per gli altri, persino quando avrebbe avuto tutto il diritto di chiedere che il mondo si occupasse soltanto di lui.
Eravamo, e per me restiamo, due tifosi del Toro. Chi mi conosce sa quanto quel colore conti nella mia vita. Non penso che una maglia renda automaticamente migliori, ci mancherebbe. Ma per me e per Massimo il granata era anche un modo di stare al mondo: non scegliere una parte perché è quella che vince, non abbandonarla perché perde. Sentire vicini quelli che fanno fatica, quelli che partono indietro, quelli che nessuno mette al centro. Gli ultimi e i più poveri. Quelli per i quali una mano tesa non è una frase fatta.
Proprio ieri don Sandro guardando una ragazza che lui assiste, violentata in famiglia, che ha avuto il coraggio di denunciare e per questo la famiglia le ha rotto entrambe le gambe, mi ha detto: “E’ come se stessimo tutti correndo i 100 metri, ma alcune persone partono con 100 metri di svantaggio”.
Avrei voluto portare Massimo qui anche per questo. Non so quali parole avrebbe usato, e non voglio inventargliele adesso. So soltanto che mi sarebbe piaciuto condividere con lui questa esperienza. Ci sono viaggi che desideriamo fare per vedere un posto e viaggi che desideriamo fare con qualcuno, perché quel qualcuno è parte del senso del viaggio. North Kinangop, con Massimo, sarebbe stata anche questo.



Qui la povertà è dura, a volte estrema. Non c’è niente di romantico nel non avere il necessario. Non sono qui a dire che chi possiede meno sia più felice, né che la sofferenza renda più buoni, anche se a volte sembra proprio sia così. Sarebbe comodo, soprattutto per noi che possiamo ripartire. La povertà va combattuta, non trasformata in una bella immagine da portare a casa.
Eppure, qui ritrovo l’uomo. Non perché altrove non ci sia, ma perché qui mi è più difficile distrarmi dalla sua presenza. Dietro la parola paziente c’è una persona, dietro la parola povero c’è una vita intera. Nessuno è soltanto il suo bisogno. E fare del bene comincia anche da questo: non guardare qualcuno dall’alto in basso, non credere di avere tutto da insegnargli, riconoscere che la sua dignità non dipende da quello che noi possiamo offrirgli.
E qui, per me, si trova anche Dio. Non ho una spiegazione per la morte di Massimo. Non riesco e non voglio chiamarla un disegno. La fede in me vacilla spesso, ma non mi chiede di smettere di sentirne la mancanza. Accanto a chi cura, a chi dedica la propria vita agli altri, a chi continua a esserci anche quando è stanco, riesco a riconoscere qualcosa di Dio. Non una risposta che sistema tutto. Una presenza che non lascia soli.
Forse l’importanza di questa missione, per me, sta proprio qui. Nel ricordarmi che non basta commuoversi, anche se commuoversi è umano. Dopo bisogna scegliere che cosa fare. Mettere a disposizione una capacità, sostenere un progetto serio, dedicare tempo a una persona, mantenere un impegno preso. Non tutti possono venire in Kenya. Ma ciascuno può cercare, nel luogo in cui vive, qualcuno per il quale esserci davvero.
Massimo, avrei voluto portarti qui. Non potrò farlo, e questa è una delle cose che mi fanno più male. Ma posso fare in modo che il bene ricevuto da te non finisca con il nostro ultimo saluto. Posso custodirlo senza tenerlo tutto per me. Posso provare a passarlo a qualcun altro.
È il modo che oggi conosco per ricordarti, da questi altipiani del Kenya. Con il Toro nel cuore e dalla parte di chi ha bisogno. Senza pensare di salvare il mondo. Ma senza rinunciare a fare la mia parte, come hai sempre fatto tu.














