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Cronaca | 20 giugno 2026, 18:26

"Clima di terrore psicologico, punizioni con il cibo e contenimenti": nuove testimonianze nel processo Per Mano

Al Tribunale di Cuneo ascoltati ex educatori, operatori e dipendenti della cooperativa. Al centro dell’udienza la gestione delle crisi comportamentali, la relax room, la chat “Il puttano” e le carenze organizzative della struttura

Immagine di repertorio

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Clima di terrore psicologico, punizioni attraverso la privazione del cibo, contenimenti fisici, carenze organizzative e personale spesso lasciato solo nella gestione di ospiti particolarmente fragili e aggressivi. Sono alcuni dei temi emersi nell’ultima udienza celebratasi davanti al Tribunale di Cuneo nel processo sui presunti maltrattamenti avvenuti tra il 2014 e il 2019 nella cooperativa sociale “Per Mano”, in via Savona a Cuneo, che ospitava persone affette da disturbi dello spettro autistico e patologie psichiatriche.

Il procedimento vede imputati dodici operatori della struttura, tra infermieri, operatori socio sanitari, educatori e responsabili, mentre venticinque tra ospiti e familiari si sono costituiti parte civile.

Tra le deposizioni più significative quella di un’ex educatrice che, prima ancora di lavorare nella struttura dal 2015 al 2018, vi aveva trascorso gran parte della propria infanzia in affidamento, dai due ai diciotto anni. Una testimonianza particolarmente delicata, nella quale la donna ha descritto un "clima di terrore psicologico" che, a suo dire, avrebbe caratterizzato per anni l’ambiente della cooperativa.

La testimone ha raccontato di aver assistito a strattonamenti, trascinamenti nella relax room e continue minacce rivolte agli ospiti. Tra le frasi che ricorda, "devi vedere chi comanda", pronunciata nei confronti di una giovane ospite che veniva percepita come provocatoria anche solo per il modo in cui si sedeva o assumeva determinate posture durante i momenti di difficoltà.

Secondo il suo racconto, la prospettiva di far saltare il pasto sarebbe stata utilizzata come strumento di pressione e la relax room sarebbe impiegata anche nei confronti di ospiti ritenuti troppo insistenti o rumorosi. Ha inoltre sostenuto che le modalità di gestione degli utenti fossero note ai vertici della struttura, sotto accusa anche loro.

La donna ha spiegato di non avere inizialmente riferito tutto ciò che sapeva per timore di ripercussioni personali e per la paura di riaprire ferite del passato. Dopo l’avvio dell’indagine da parte della Guardia di Finanza, però, avrebbe deciso di ricontattare spontaneamente gli investigatori, manifestando la volontà di integrare le proprie dichiarazioni e spiegando di avere inizialmente taciuto alcuni aspetti per preservare il proprio equilibrio personale.

Nel corso della deposizione ha inoltre riferito che, durante gli anni trascorsi nella struttura, si era sviluppata una sorta di normalizzazione di alcune pratiche che oggi ritiene problematiche.

Nel corso dell’udienza è tornato al centro del dibattito anche il tema della chat interna denominata “Il puttano”, già emersa in diverse deposizioni delle precedenti udienze. Un’ex educatrice ha confermato di averne fatto parte, spiegando che si trattava di un gruppo utilizzato dagli operatori per scambiarsi informazioni di servizio e messaggi informali. Quanto al nome della chat, la testimone ha riferito che derivava da un’espressione utilizzata abitualmente da uno degli ospiti nei momenti di agitazione, quando si rivolgeva agli operatori chiamandoli in quel modo.

Nel corso delle precedenti udienze, altri testimoni avevano riferito che all’interno della chat sarebbero stati condivisi anche contenuti ritenuti inappropriati, tra cui fotografie di alcuni ospiti e messaggi dal tono scherzoso o irriverente, circostanze sulle quali il dibattimento sta continuando a fare luce.

In aula è stata poi ascoltata un’ex educatrice e psicologa, impiegata nella struttura tra il 2017 e il 2018. La donna ha riferito di non avere mai assistito direttamente a maltrattamenti, pur dichiarando di essere rimasta sorpresa da alcune modalità adottate durante i pasti. Ha raccontato che talvolta il piatto veniva temporaneamente allontanato dagli ospiti durante i momenti di agitazione, per poi essere restituito una volta tornata la calma.

La stessa testimone ha inoltre riferito che il menu previsto non sempre veniva rispettato e che il cuoco era costretto a improvvisare perché mancavano gli alimenti necessari.

Un’addetta alle pulizie, in servizio dal 2017, ha invece raccontato di avere assistito a episodi che le avevano suscitato dubbi, pur escludendo di avere visto "maltrattamenti veri e propri". Ha riferito di avere osservato operatori trascinare alcuni ospiti durante le crisi, trattenerli con la forza e, in alcune occasioni, minacciare la privazione del primo o del secondo piatto. Ha inoltre confermato che il menu veniva spesso modificato a causa della mancanza di alcuni alimenti.

Tra le deposizioni più articolate anche quella di un ex operatore socio sanitario, in servizio tra il 2018 e il 2020. L’uomo ha descritto un contesto caratterizzato da personale insufficiente e da ospiti particolarmente aggressivi. Secondo il suo racconto, un infermiere-coordinatore invitava gli operatori a utilizzare toni aggressivi "per far vedere chi comanda" e, in alcune circostanze, ricorreva a tecniche di contenimento fisico durante le crisi comportamentali.

L’ex operatore ha riferito di avere assistito a schiaffi, alla privazione del cibo come forma di punizione e a indicazioni rivolte agli operatori affinché alcuni ospiti incontinenti pulissero i propri indumenti. Ha inoltre raccontato di avere svolto turni notturni da solo con dieci o dodici ospiti e di non avere mai visto un medico presente in struttura.

Un altro educatore, impiegato nel 2019, ha descritto una realtà spesso sotto organico, parlando di ospiti "molto scompensati", dell’assenza di figure sanitarie stabili e di pratiche che, a suo giudizio, apparivano "discutibili". Ha inoltre confermato l’esistenza della chat interna, ricordando che in alcune occasioni sarebbero state condivise fotografie di ospiti e messaggi dal tono inappropriato.

Nel corso dell’udienza è emerso inoltre il tema della somministrazione delle terapie. Più di un testimone ha riferito che, in alcune circostanze, farmaci e sedativi venivano preparati o somministrati anche da personale non infermieristico, mentre diversi operatori hanno dichiarato di non avere mai visto la presenza stabile di un medico o di uno psichiatra all’interno della struttura.

Le testimonianze hanno inoltre evidenziato una frequente situazione di sotto organico, con operatori lasciati soli durante i turni notturni e personale chiamato a svolgere mansioni differenti rispetto al proprio ruolo professionale.

Il processo proseguirà nelle prossime settimane con l’ascolto di ulteriori testimoni e con l’esame della documentazione raccolta nel corso delle indagini, finalizzate a ricostruire le modalità di gestione quotidiana degli ospiti e ad accertare eventuali responsabilità penali.

CharB.

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