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Cronaca | 03 giugno 2026, 14:39

Cinghiate, strangolamenti e cocaina a una quindicenne: 11 anni e 8 mesi di reclusione al compagno quarantacinquenne

Il tribunale di Cuneo ha disposto anche un risarcimento di 18 mila euro alla parte civile. Secondo l’accusa la giovane subì anni di violenze, minacce e controlli ossessivi prima di trovare la forza di denunciare

Cinghiate, strangolamenti e cocaina a una quindicenne: 11 anni e 8 mesi di reclusione al compagno quarantacinquenne

Condannato a 11 anni e 8 mesi di reclusione per aver trasformato la vita di una quindicenne in un incubo fatto di violenze, minacce e droga. Il tribunale di Cuneo ha inoltre disposto il risarcimento di 18 mila euro in favore della parte civile, oltre all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e alla decadenza dalla responsabilità genitoriale per la durata della pena.

È questa la pesante condanna inflitta a un 45enne di origini albanesi residente a Fossano, accusato, tra le varie contestazioni, anche di aver iniziato la giovane alla cocaina. Ma non solo. Poi arrivarono le mani addosso, le cinghiate sulla schiena, il naso rotto, le costole incrinate e le strette al collo per soffocarla. L’ultima volta la prese per i capelli e la trascinò per qualche metro, nonostante lei lo implorasse di smetterla. Un oggetto di sua proprietà da controllare, come quei cellulari che pretendeva di ispezionare e che, se contenevano qualcosa che non gli piaceva, venivano spaccati o scagliati contro di lei. Lei aveva appena quindici anni, lui circa trent’anni di più.

Oggi quella ragazzina è una giovane donna di vent’anni che ha trovato la forza di denunciare quell’uomo e di riferire ai carabinieri il suo nome.

Più volte le forze dell’ordine erano intervenute e l’avevano ascoltata dopo episodi di lite e aggressioni, chiedendole che cosa stesse succedendo. Ma la verità non la disse mai, fino al 2021. Nel fascicolo dei giudici del collegio erano confluite anche le fotografie dei lividi sul volto della ragazzina, oltre ai referti e agli accessi al pronto soccorso.

Secondo quanto emerso nel dibattimento, ci sarebbero state anche botte con un manganello estensibile e fili stretti attorno al collo, vere e proprie punizioni corporali perché l’uomo sospettava che lei lo tradisse o gli rubasse la droga. A raccontarlo ai giudici è stata la stessa giovane, descrivendo una relazione "tossica e violentissima".

Per il pubblico ministero, dalle testimonianze dei carabinieri intervenuti e dagli accessi medici emergeva chiaramente come la ragazza non avesse mai cercato di calunniare l’uomo, anzi avesse a lungo evitato di denunciarlo.

Più volte, anche dopo interventi delle forze dell’ordine, la giovane avrebbe evitato di fare il suo nome. In un’occasione, dopo essere stata spinta con violenza, avrebbe persino invitato l’uomo ad andarsene prima dell’arrivo dei carabinieri. Con le amiche chiedeva fondotinta e trucchi per coprire i segni delle botte e non farli vedere ai familiari.

La decisione di querelare sarebbe maturata solo dopo una violenta aggressione fisica e verbale avvenuta prima all’interno e poi all’esterno della sua abitazione, episodio in cui la ragazza avrebbe temuto seriamente per la propria vita. Querela che fu successivamente rimessa per il timore di possibili ritorsioni.

Anche la madre della giovane aveva spiegato in aula di non aver denunciato prima per paura delle minacce e per il timore che la figlia potesse compiere gesti estremi. I carabinieri hanno riferito di essere intervenuti più volte per dissidi tra i due.

In una conversazione intercettata con un’amica, la ragazza dice: "Non sono un’infame che fa queste cose, però lui se lo merita". L’amica le risponde: "L’infame sei tu perché l’hai denunciato e non lui perché queste cose le ha fatte?". Per l’accusa si trattava di parole che dimostravano come la giovane non avesse alcun accanimento nei confronti dell’imputato.

Secondo il pubblico ministero, la giovanissima si trovava in una condizione di fragilità emotiva e sarebbe stata coinvolta in un rapporto emotivamente abusante con un adulto già padre di figli.

Tra gli episodi contestati figuravano anche ingressi nell’abitazione della giovane in orario notturno contro la volontà della madre e, in un’occasione, della stessa ragazza, che avrebbe riferito di essere stata minacciata con delle forbici.

La parte civile, assistita dall’avvocata Marina Mana, aveva chiesto un risarcimento complessivo di 18 mila euro.

Di segno opposto la lettura della difesa. L’avvocato Enrico Gallo aveva sostenuto che, pur trattandosi di un rapporto "tossico" anche per la differenza di età tra i due, non fossero integrati gli elementi del reato di stalking. Secondo il legale non vi sarebbe stato un vero allontanamento tra le parti: la ragazza avrebbe continuato a frequentare l’uomo volontariamente per anni, pur avendo, secondo la difesa, una rete familiare e di amicizie che avrebbe potuto aiutarla a interrompere la relazione. La difesa aveva inoltre sottolineato i problemi personali della giovane, tra cui la tossicodipendenza e comportamenti autolesionistici, elementi che, a suo dire, avrebbero dovuto essere valutati anche nella ricostruzione dei fatti.

CharB.

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