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Attualità | 23 maggio 2026, 06:07

“Non possiamo abituarci all’invisibilità”: la Caritas albese richiama l’attenzione sulle fragilità del lavoro stagionale

Il direttore Don Domenico Degiorgis parla di percezioni e racconti raccolti sul territorio: “Serve più attenzione anche sulle condizioni abitative e sulla dignità delle persone"

Una veduta di Alba

Una veduta di Alba

Non un’accusa, né una denuncia formale. Piuttosto una riflessione nata dall’ascolto quotidiano delle persone che frequentano la mensa, i centri Caritas e i luoghi dell’accoglienza.

È con grande cautela che don Domenico Degiorgis, direttore della Caritas albese, affronta un tema che considera delicato ma impossibile da ignorare: la presenza, anche sul territorio delle Langhe e del Roero, di situazioni di precarietà lavorativa e abitativa che coinvolgerebbero soprattutto lavoratori stranieri stagionali.

“Io non ho dati precisi, né denunce da fare”, premette più volte don Domenico. “Parlo di percezioni, di racconti, di impressioni raccolte parlando con persone che conoscono queste realtà e con alcuni lavoratori”.

La riflessione parte dal mondo agricolo e dalla viticoltura, settori che ogni anno richiamano migliaia di lavoratori stagionali sul territorio. Secondo il direttore della Caritas, una parte di questa manodopera rischierebbe ancora oggi di muoversi ai margini dei circuiti ufficiali.

“Ci sembra che ci siano ancora persone vittime di sfruttamento sotto forme diverse”, osserva. “Intermediazioni lavorative poco trasparenti, precarietà contrattuale, lavoro nero o grigio, paghe inferiori ai minimi sindacali”.

Don Domenico insiste però sulla necessità di evitare generalizzazioni o processi sommari, riconoscendo anche i passi avanti compiuti negli ultimi anni.

Secondo la Caritas, sul territorio esiste oggi una maggiore attenzione rispetto al passato, anche grazie al lavoro di sensibilizzazione portato avanti da istituzioni, diocesi e associazioni.

“Un passo avanti c’è stato”, riconosce Degiorgis. “I controlli vengono fatti e il tema è più presente rispetto a qualche anno fa”.

Ma, proprio perché il fenomeno sarebbe spesso sommerso e difficile da intercettare, il direttore della Caritas ritiene necessario mantenere alta l’attenzione.

“Probabilmente queste realtà sono tante e a volte sfuggono”, osserva. “Per questo i controlli restano fondamentali, sia da parte dell’Ispettorato del lavoro sia dei nuclei dei Carabinieri che si occupano di queste verifiche”.

Il nodo centrale, secondo la Caritas, riguarda soprattutto l’invisibilità di alcune situazioni, difficili da quantificare ma percepite attraverso racconti e contatti continui con chi vive condizioni fragili.

“Quello che notiamo è che una parte di questa manodopera viaggia fuori dai circuiti ufficiali”, spiega. “E questo può esporre maggiormente allo sfruttamento, soprattutto quando chi offre lavoro decide anche alloggio, condizioni e modalità del rapporto”.

Nel racconto emergono soprattutto vulnerabilità sociali: permessi di soggiorno in scadenza, paura di perdere il lavoro, necessità economiche e dipendenza da reti informali.

Un altro tema richiamato con forza riguarda le condizioni abitative.

“A volte ci sono situazioni di sovraffollamento o abitazioni che presentano criticità igienico-sanitarie”, osserva don Domenico. “Non possiamo fare finta che queste realtà non esistano soltanto perché restano nascoste”.

Da qui il richiamo alla necessità di mantenere alta l’attenzione, senza trasformare il tema in uno scontro ideologico.

Secondo Degiorgis, il rischio più grande è quello dell’assuefazione: sapere che certe situazioni esistono senza sentirsi realmente coinvolti.

“Queste case non sono sulle nuvole”, riflette. “Sono in mezzo ai nostri paesi, vicino alle nostre comunità. Non possiamo considerare queste situazioni come qualcosa che non ci riguarda”.

Nel finale della riflessione emerge soprattutto una dimensione sociale e comunitaria della fede, che il direttore della Caritas considera inseparabile dall’attenzione verso le fragilità.

“Qui non è questione di puntare il dito contro qualcuno”, conclude. “È una questione di comunità, di capacità di prendersi cura dell’altro e di non abituarsi all’idea che alcune persone possano restare invisibili”.

E aggiunge: “Noi, come comunità cristiane, non possiamo pensare a una fede separata dal sociale. La fede deve essere visibile sul territorio, nel modo in cui ci prendiamo cura delle persone e della loro dignità”.

Daniele Vaira

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