È fissata per il 16 giugno di fronte al gup Alberto Boetti l'udienza preliminare per decidere sui sei rinvii a giudizio che la Procura di Cuneo ha chiesto per la morte della piccola Anisa Murati, annegata al Bioparco Acquaviva di Caraglio il 17 luglio 2024.
La bambina si trovava in gita con l’Estate Ragazzi della parrocchia di Demonte. Un pomeriggio da trascorrere in allegria con gli amichetti dell’attività estiva, ma che si è tramutato in tragedia. La piccola, che non sapeva nuotare, morì annegata nelle acque “torbide” di quello specchio d’acqua, nel quale sarebbe entrata senza braccioli.
Sono sei i nomi che la Procura ha iscritto a "modello 21". Le loro posizioni saranno valutate dal gip che potrà archiviarne le posizioni o rinviarli a giudizio. Tra loro ci sono il gestore del biolago, il parroco di Demonte, due animatrici – rispettivamente la coordinatrice responsabile del centro estivo e la referente degli animatori –, il responsabile dell’Ufficio Lavori Pubblici del Comune di Caraglio e il direttore dei lavori e progettista del Bioparco.
L'ipotesi di reato è omicidio colposo, ma solo al responsabile dell’aera tecnica e al progettista dei lavori viene contestato anche il reato di falso in atto pubblico.
Stando a quanto ricostruito dalla Procura, quel pomeriggio Anisa entrò in acqua senza braccioli, con al polso un braccialetto di colore arancione, volto a indicare che la bambina sapesse nuotare. A fornirglielo sarebbe stata la “coordinatrice responsabile del centro estivo”, che, oltre a quel colore, avrebbe avuto anche i braccialetti verdi destinati ai bambini che, come la piccola Anisa, non sapevano nuotare.
La Procura sostiene infatti che l’animatrice non avrebbe fornito spiegazioni agli altri animatori sul significato attribuito a ciascun braccialetto. La sua e quella della "referente degli animatori", secondo il pubblico ministero, sarebbe stata una condotta omissiva: entrambe non avrebbero controllato che la bambina entrasse in acqua coi braccioli e non avrebbero impedito la balneazione dei bambini. La responsabile, poi, avrebbe dovuto “assicurarsi e controllare” che Anisa non indossasse il braccialetto arancione.
Quanto alla posizione del parroco, la Procura contesta anzitutto l’organizzazione della gita: il personale del Bioparco, infatti, non sarebbe stato informato che quel giorno i bambini sarebbero stati accompagni dagli animatori. Inoltre, il numero di accompagnatori, sui cui il sacerdote non avrebbe vigilato, non sarebbe stato sufficiente a garantire “un adeguato controllo” dei piccoli partecipanti alla gita.
Anche il numero di assistenti dei bagnanti, negligenza che la Procura imputa al gestore del bioparco, non sarebbe stato adeguato rispetto al numero dei soggetti presenti. Ed è proprio a fronte del carente numero di assistenti bagnanti che il gestore, secondo il pubblico ministero, avrebbe dovuto impedire la balneazione agli utenti. Poco chiare, poi, sarebbero state “le regole in ordine alla distribuzione dei braccialetti” verdi e arancioni.
Dopo la tragedia il biolago venne posto sotto sequestro mentre i consulenti nominati dalla Procura e dalle difese all’esito del sopralluogo avvenuto l’11 novembre 2024, volto alla verifica della struttura e della sicurezza dei luoghi, sono stati chiamati a redigere le loro relazioni. Alcuni dei quesiti a cui gli esperti hanno risposto riguardano il colore torbido delle acque da cui la bambina non riuscii più a uscire e la presenza di una cartellonistica idonea ad avvisare l’utenza circa la profondità delle acque, nonché di altri dispositivi di sicurezza.
Prescrizioni, queste, che verosimilmente non sarebbero state eseguite e che il pubblico ministero ha imputato, a vario titolo, non solo al gestore – che avrebbe dovuto redigere un adeguato documento di valutazione dei rischi, considerare l’allontanamento di un minore all’interno della struttura nel piano di emergenza e evacuazione, predisporre una cartellonista adeguata e redigere un piano di manutenzione del biolago che consentisse di mantenere la trasparenza della acque –, ma anche al responsabile dell’Ufficio Lavori Pubblici del Comune di Caraglio e al direttore dei lavori e progettista del bioparco.
Questi ultimi, infatti, non avrebbero assicurato che “il biolago e le sue pertinenze presentassero caratteristiche strutturali e presidi di sicurezza idonei a impedire la morte della bambina”.
Secondo la Procura si sarebbe dovuto prevedere che i “punti di accesso alla zona del biolago con maggiore profondità fossero circoscritti e consentiti esclusivamente tramite il passaggio attraverso pontili muniti di scalette” e che un sistema galleggiante delimitasse l’area destinata ai nuotatori e quella ai non nuotatori. Inoltre, si sarebbero dovute prevedere “indicazioni che il dislivello nel passaggio dall'area con profondità inferiore verso quella a profondità maggiore (da circa 1.10 m a 3.75 metri) fosse segnalato dalla presenza di galleggianti e cartellonistica apposta sul bordo del bacino”.
Entrambi poi, sostiene il magistrato, avrebbero redatto un falso certificato di regolare esecuzione dei lavori di rivitalizzazione dell’ex polveriera di Caraglio, “non dando conto delle difformità dell'opera realizzata rispetto al progetto esecutivo sviluppato” dal progettista.














