Marco Destro è un uomo di 45 anni, che nel settembre del 1989 ha subito un trapianto di fegato. L’operazione è avvenuta all’Ospedale Saint Luc di Bruxelles. Dopo l’operazione e la riabilitazione, ha iniziato a condurre una vita normalissima: oggi è impiegato di una banca, è papà di due figli e gioca a calcio una volta a settimana con gli amici. Quella che segue è l’intervista fatta dal nostro giornale per la rubrica “Storie di AIDO”.
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Marco, com’era la sua vita prima dell’operazione?
Sono nato con il problema dell’atresia delle vie biliari, patologia neonatale rara che causa l'accumulo di bile nel fegato, portando a epatite, fibrosi e cirrosi. Una problematica che venne immediatamente notata. A settembre del 1989 ho subito l’intervento, che non era diffuso all’epoca, almeno sui bambini. Quella che è un’operazione che oggi può essere svolta all’ospedale di Torino, all’epoca era possibile solo a Bruxelles e in America.
Che ricordi ha della sua vita prima dell’operazione?
Ho pochi ricordi, ero molto piccolo. Andavo a scuola, ma non potevo giocare a calcio. Mi ricordo che potevo fare poche cose, lo stretto necessario. Con la mia famiglia eravamo quasi quotidianamente seguiti dall’ospedale di Brescia.
Ha ricordi di quando le hanno comunicato che poteva avvenire l’operazione?
Solo piccoli flash. Ricordo la notte che ci hanno chiamato da Bruxelles, siamo partiti immediatamente da Milano Malpensa, scortati dalla Polizia sul primo volo. Da quel momento sono stato due mesi nella capitale belga. Dovendo subire controlli quotidiani abbiamo optato per fermarci lì durante quelle settimane.
Come ha affrontato il periodo post-operazione?
Il recupero è stato molto veloce. Spesso capita che il corpo non accetti l’organo: io ho avuto un rigetto nei primi giorni, ma poi l’hanno sistemato. Per fortuna è andato tutto bene. Tornati a casa i controlli sono stati sempre più sporadici: prima ogni sei mesi, poi ogni anno, per, infine, fare ancora qualche controllo successivamente.
Le capita di pensare al fatto che una parte del suo fegato era di un’altra persona?
Ormai non ci faccio più caso: lo porto con me da quasi 36 anni e non mi capita di pensarci. Non è indifferenza, anzi, mi sento molto riconoscente verso chi ha donato e chi sceglie di farlo. Sono molto sensibile al discorso e ogni volta che sento parlare di trapianti in Tv o in radio ascolto con un orecchio di riguardo.
Conosce qualche dettaglio sul donatore?
Il fegato che mi hanno trapiantato era di un uomo di 30 anni di Monaco di Baviera.
Ha mai partecipato a campagne di sensibilizzazione sul tema?
In verità no, perché parlarne equivale a ritornare con la mente a un momento non facile della mia vita. Non voglio dimenticare, ma non voglio neanche esserne legato psicologicamente. Sicuramente è importante donare.
Che messaggio vorrebbe lasciare, soprattutto nei confronti dei giovani e di chi è indeciso sulla donazione degli organi?
Donare è un gesto d'amore che può salvare vite. Se sei giovane e indeciso, pensa a quante persone potrebbero beneficiare della tua scelta. La donazione degli organi è un atto d'amore che lascia un segno indelebile e può cambiare il destino di chi aspetta un trapianto.
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L’operazione subita da Marco Destro alla sua età in quel periodo storico è quasi un unicum della medicina mondiale, che da allora ha compiuto passi da gigante. Oggi, come ieri, però, senza donatori operazioni come questa non sarebbero possibili. Donare è vita: un bambino salvato cresce e oggi vive normalmente grazie a questo gesto.














