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Attualità | 23 febbraio 2023, 18:19

Matteo Ascheri: «Le Langhe del vino sono come la barriera corallina: preserviamole con attenzione» [L'INTERVISTA]

Il presidente del Consorzio Barolo e Barbaresco riflette sulla situazione generale che vede "il 20% delle nostre cantine in mano a grandi investitori"

Matteo Ascheri, il presidente del Consorzio di tutela Barolo e Barbaresco, riflette su una situazione che lo preoccupa

Matteo Ascheri, il presidente del Consorzio di tutela Barolo e Barbaresco, riflette su una situazione che lo preoccupa

Le Langhe sono diventate territorio appetibile non solo a livello turistico, ma anche finanziario. Un aspetto, quest’ultimo, che richiede una riflessione approfondita per evitare un futuro che sembra portare sulla strada della perdita di identità, tradizione e senso di famiglia?
Questa domanda se l'è posta Matteo Ascheri, il presidente del Consorzio di tutela Barolo Barbaresco Alba Langhe Dogliani, a fronte delle operazioni che, anche negli ultimi giorni hanno portato investitori ad acquistare o a entrare in società con vitivinicoltori locali, come nel recente caso della partecipazione dell'industriale della moda Renzo Rosso entrato nel capitale della cantina Josetta Saffirio di Monforte d'Alba.
Se da un lato l’interesse di chi ha risorse da investire può portare a una visibilità maggiore per i nostri territori, diventati da alcuni anni anche Patrimonio Unesco, dall’altro si rischia di arrivare a prezzi dei terreni forse esagerati, col rischio di speculazioni? Su questo quadro le pennellate del presidente sono decise e chiare.

Matteo Ascheri, cosa sta succedendo nelle Langhe?
«Sta succedendo qualcosa che mi preoccupa. Preciso subito che il mio è un discorso generale su una situazione che sta diventando stucchevole. Attualmente circa il 20% delle Langhe del vino è in mano a imprenditori che, avendo molti soldi da investire, cercano zone di appeal che hanno valore e si inseriscono nel tessuto economico locale. Queste sono operazioni finanziarie tese a far fruttare beni materiali. Fino a qui la logica può anche essere corretta. Peccato che la nostra unicità si basi non su un prezzo o un valore economico, ma su persone, tradizioni, anima contadina, famiglie. Tutti aspetti che rischiano di venire meno, di fronte alla logica del soldo».

Ci sono modi diversi, intende?
«Ci sono modi di valorizzare le Langhe corretti e altri sicuramente meno. Le nostre cantine, come sappiamo, sono perlopiù piccole realtà legate a dinamiche familiari che richiedono il rispetto di fini equilibri. Se si entra a gamba tesa, come fanno gli investitori, tutto questo viene meno. Soprattutto se, anche dopo un po’ di tempo, lo storico proprietario non è più il “front man”, cioè l’autentico protagonista che ha fatto crescere il marchio e che è conosciuto nel mondo del vino. I grandi investitori utilizzano modi più legati alla logica del denaro. E dell’aspetto umano se ne fregano, quasi da subito».

C’è una soluzione a tutto questo?
«Come Consorzio ovviamente non possiamo fare nulla, anche perché giustamente ognuno fa come crede, di fronte a certe dinamiche di offerte. Ma credo che bisognerebbe rispettare di più il ruolo della persona e fare meno clamore di fronte a certe operazioni, che innescano dinamiche che non fanno bene al territorio.
Io non ce l’ho con nessuno, sia chiaro, ma penso che ci vorrebbe più orgoglio e amore di sé, anche nel rispetto di una zona che ci sta dando molto in cambio. Non dobbiamo fare la fine dei giullari di corte: le Langhe sono come la barriera corallina, preziosa e unica. E per questo dobbiamo evitare che venga depredata, che perda la sua vera identità. Spero solo che chi sta investendo tenga presente tutto questo, anche se ho i miei dubbi».


Come vede il futuro delle Langhe sotto questo aspetto?
«C’è un proverbio inglese che recita “Qual è il segreto per fare fortuna nel vino? È molto semplice, bisogna partire da una grande fortuna”. Sicuramente arriveranno altri imprenditori che vorranno investire nel vino, questo è molto probabile, ma cerchiamo di comprendere bene che, come dicono gli inglesi che di vino ne capiscono, pur non producendolo, la “grande fortuna” è già nelle nostre mani: teniamocela stretta».

Livio Oggero

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