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Attualità | 28 ottobre 2026, 16:52

"Lavoriamo con materiale umano. Serve rispetto": Dodero, otto anni alla guida della Procura di Cuneo

Resterà come reggente, in attesa delle decisioni del CSM. Sull'attuale momento storico, usa la parola "pan-penalismo": ad ogni problema si risponde ricorrendo a nuovi reati e a nuove pene

"Lavoriamo con materiale umano. Serve rispetto": Dodero, otto anni alla guida della Procura di Cuneo

Onelio Dodero è alla guida della Procura di Cuneo dall'autunno del 2018.

Il 22 ottobre è la data che ha segnato la scadenza dei suoi otto anni (quattro più quattro) in questo ruolo ma, per ora, nel Palazzo di giustizia del capoluogo non cambierà niente: Dodero resterà infatti in carica come reggente, in attesa che il Consiglio Superiore della Magistratura - in fase di rinnovo - decida del suo futuro e valuti da un lato le candidature arrivate per Cuneo e dall'altro le domande di Dodero per eventuali nuovi incarichi, ad un anno e mezzo dalla pensione.

Ha infatti presentato domanda per la Procura di Savona e per quella di Tempio Pausania, in Sardegna. Ma, evidenzia, è probabile che almeno fino al prossimo settembre rimanga a Cuneo.

Qui, tra l'altro, vorrebbe restare anche una volta in quiescenza. Nella piccola città di provincia, dove -  ammette - si vive bene. "In questi anni me la sono goduta davvero poco".

È una lunga chiacchierata quella con Dodero, il pm antimafia che agli anni di lavoro in Sicilia lega i momenti più belli e intensi della sua lunga carriera.

Ma, ad un certo punto, è stato necessario mettere al primo posto la famiglia e tornare in Piemonte.

Tra le varie opzioni, gli è capitata la Procura di Cuneo. 

EVASIONE FISCALE E CAPORALATO

Qui non c'è la criminalità organizzata. Sono i reati economico-finanziari il grande cancro di questo territorio, così vivace e florido.

I crimini, da queste parti, non sono quelli che occupano le prime pagine dei giornali, con arresti, interrogatori e operazioni di polizia; sono quelli più subdoli, che richiedono a volte anni di lavoro, i cui risultati hanno meno presa sull'opinione pubblica, ma le cui conseguenze sono concrete e reali per l’intera collettività. 

L’evasione fiscale, sottolinea Dodero - sottrae risorse ai servizi, alla sanità, all'istruzione, alle strade. 

Ed è stato uno dei fronti sui quali la Procura di Cuneo ha concentrato una parte importante della propria attività negli ultimi anni.

Dodero, nel tracciare un bilancio della propria esperienza alla guida dell’ufficio giudiziario cuneese, lo ha sottolineato senza esitazione. Tra i risultati più importanti del suo lavoro di coordinamento c'è il recupero delle risorse sottratte al fisco. Milioni di euro.

"Abbiamo accelerato su questi reati e devo dire con importanti risultati", afferma Dodero. 

Il meccanismo, in diversi casi, è legato anche alla prospettiva delle conseguenze penali. Quando un imprenditore viene individuato e si trova di fronte alla possibilità di una condanna, può essere incentivato a regolarizzare la propria posizione e a versare quanto dovuto, seguendo le procedure previste dalla legge e gli eventuali accordi con l’Agenzia delle Entrate.

"È ovvio che l’imprenditore non vuole andare in carcere", osserva. E, di conseguenza, paga. 

Il contrasto ai reati economici non riguarda soltanto il recupero delle imposte evase. Comprende anche la necessità di impedire che risorse di provenienza illecita trovino spazio nel sistema produttivo, alterando il mercato e creando condizioni di concorrenza sleale.

Accanto ai reati fiscali, Dodero indica un altro ambito particolarmente significativo per la Procura di Cuneo: lo sfruttamento del lavoro.

Il riferimento è soprattutto al settore agricolo e al fenomeno che negli anni ha attirato l’attenzione giudiziaria sul territorio di Saluzzo, dove il lavoro dei braccianti, spesso stranieri e in condizioni di forte vulnerabilità, ha fatto emergere situazioni di sfruttamento.

Dodero ricorda l’importanza delle indagini e dei procedimenti avviati su questo fronte, sottolineando che la Procura cuneese ha affrontato numerosi casi riconducibili all’articolo 603-bis del codice penale, relativo all’intermediazione illecita e allo sfruttamento del lavoro.

Secondo il procuratore, il numero dei procedimenti rappresenta un elemento significativo per comprendere la dimensione del fenomeno nel territorio. Un dato che, da solo, non equivale a una misura completa della diffusione dello sfruttamento, ma che segnala l’attenzione investigativa e la rilevanza del problema.

L’intervento giudiziario può arrivare anche attraverso strumenti come il controllo giudiziario delle aziende, quando ne ricorrono i presupposti. L’obiettivo è contrastare le condotte illecite e, nei casi previsti dalla legge, consentire il risanamento delle attività economiche coinvolte.

"Questi stranieri non vengono per commettere reati, vengono per lavorare. Sono persone che contribuiscono alla produzione di ricchezza e questo deve essere riconosciuto e pagato".

Anche in questo caso, la tutela della legalità non si limita alla repressione del singolo comportamento. Significa proteggere le persone più esposte e impedire che un’attività economica si fondi sulla violazione dei diritti dei lavoratori.

L'attività di una Procura racconta anche i cambiamenti all'interno di una società. 

"Abbiamo molti reati commessi da stranieri o da ragazzi italiani di seconda generazione. E un'enormità di notizie di reato riconducibili al cosiddetto codice rosso. Con protagonisti sempre più giovani. Mi riferisco a stalking, revenge porno e reati affini". 

Un quadro che pone interrogativi non soltanto giudiziari, ma anche educativi e sociali. La risposta penale rimane necessaria quando vengono commessi reati, ma non può sostituire il lavoro di prevenzione, la formazione e l’intervento sulle situazioni di disagio.

LA VERA CRISI DELLA GIUSTIZIA

Nei giorni scorsi il presidente del Tribunale, il dottor Mario Amato, ha incontrato i giornalisti per sottolineare la drammatica mancanza di personale amministrativo. 

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Un problema enorme, anche per Dodero. "La vera crisi della giustizia è questa", afferma.

"La presenza di magistrati in numero adeguato non basta a garantire tempi rapidi ed efficienza. A fronte di una pianta organica prevista di 51 amministrativi, gli effettivi sono 31. Un’azienda che abbia la riduzione del 48 per cento di personale chiuderebbe", dice senza girarci attorno. 

La Procura, però, non può chiudere o fermarsi. Le notizie di reato continuano ad arrivare, le indagini devono proseguire e gli atti urgenti devono essere compiuti. Il risultato è un sistema nel quale il lavoro viene portato avanti, ma con tempi e carichi sempre più difficili da gestire.

Dodero ricorda che, quando è arrivato a Cuneo nel 2018, la situazione del personale amministrativo era migliore. Negli anni successivi, numerosi dipendenti sono andati in pensione e il ricambio non è stato sufficiente a compensare le uscite.

Il problema riguarda anche la capacità di attrarre e trattenere nuovi lavoratori. I concorsi nazionali possono portare negli uffici persone che, una volta assegnate a sedi lontane dalla propria residenza, decidono di rinunciare al posto. "Ma chi è che parte dal Sud per venire a lavorare in tribunale qui a Cuneo, costretto a cercare una casa, a lasciare gli affetti. Bisogna fare i concorsi regionali. Senza contare le differenze retributive rispetto ad altre amministrazioni pubbliche, che rendono più difficile mantenere le professionalità già formate", rimarca.

Il risultato è un circolo vizioso: si investe sulle persone, le si forma e poi, quando trovano opportunità più vantaggiose, se ne vanno.

Le conseguenze non ricadono soltanto sui magistrati. Incidono sull’attività degli avvocati, sui tempi dei procedimenti e sulle persone coinvolte nei processi, siano esse vittime, indagati o imputati.

Alle difficoltà legate al personale si aggiungono quelle derivanti dalla digitalizzazione degli uffici giudiziari.

Dodero descrive un passaggio al processo penale telematico caratterizzato, a suo giudizio, da applicativi che hanno presentato problemi fin dall’inizio, da una formazione insufficiente e da strumenti introdotti senza essere stati adeguatamente testati.

Il problema non è la digitalizzazione in sé, ma il modo in cui viene realizzata. "Sono arrivato ad adottare provvedimenti per sospendere l’uso obbligatorio dell’applicativo nei casi in cui il suo funzionamento rischiava di impedire la prosecuzione dell’attività. La giustizia deve andare avanti". 

IL PERIODO DEL PAN-PENALISMO

Nel corso dell’intervista, abbiamo chiesto a Dodero di esprimere una opinione anche sul tema delle politiche di sicurezza e dell’inasprimento delle norme penali, seguito ai fatti e alle proteste delle scorse settimane.

Ne scriviamo oggi, nel giorno in cui la premier Meloni torna ad attaccare le toghe dopo che la gip Tiziana Landoni ha liberato Youssef Siher e non ha applicato alcuna misura cautelare per il fondatore del “Movimento 17 ottobre". 

Cosa ne pensa Dodero di questi continui "decreti sicurezza"?

La sua posizione è critica nei confronti dell’idea che ogni problema sociale possa essere affrontato introducendo nuovi reati o aumentando le pene.

"Questo è il secolo della violenza, della brutalità, dell’autoritarismo, dei nazionalismi, che portano un vento non di progresso, ma di contrasto sociale", afferma, descrivendo un contesto nel quale la tensione rischia di alimentare risposte sempre più repressive.

"A cosa sono serviti tutti questi decreti? Quali applicazioni hanno avuto? Questo è un periodo di pan-penalismo. Ogni problema lo risolvi ricorrendo all'arma della conseguenza penale. Invece, l'arma penale dovrebbe essere l'ultima risorsa a cui ricorrere". 

La sua critica si estende al ricorso sistematico alla risposta emergenziale: a ogni problema si aggiunge una misura, senza costruire una strategia complessiva. La repressione, afferma, deve essere accompagnata da politiche sociali capaci di intervenire sulle condizioni che alimentano il conflitto.

Un ragionamento che riguarda anche le nuove generazioni e il rapporto tra giovani e istituzioni. Dodero invita a non leggere ogni forma di protesta esclusivamente attraverso la categoria della sicurezza, riconoscendo che esistono ragazzi impegnati e interessati alla vita pubblica. "Guardiamo il referendum sulla giustizia. Sono stati iu giovani a votare, mica quelli della mia età", ribadisce. 

"Quando hai un legislatore che risolve i problemi creando reati, aumentando le pene e consentendo le operazioni di polizia, a volte preventive, non si risolve niente. La repressione deve esserci, perché non puoi accettare la violenza, ma devi fare una politica sociale, che è quello che manca da anni in questo Paese. E noi lo vediamo anche dal tipo di reati che vengono commessi". 

IL FUTURO DELLA PROCURA DI CUNEO

Dopo otto anni alla guida dell’ufficio, il futuro professionale di Dodero dipende ora dalle decisioni del Consiglio superiore della magistratura. 

Al di là degli sviluppi personali, il bilancio che fa di questo lungo periodo lascia aperta una questione più ampia: quale giustizia si può garantire ai cittadini quando gli uffici devono lavorare con organici amministrativi incompleti e un numero crescente di attività da gestire?

"Dopo la Sicilia, sono arrivato qui, dove non mi sono più occupato, come facevo prima, delle indagini. Quando sei a capo della Procura devi essere un po’ come il medico di medicina generale: devi fare tutto e occuparti anche di quello che non va nell'edificio", racconta.

Il "caso" cuneese che gli ha dato più soddisfazione? L'aver arrestato, in meno di 24 ore, l'assassino di Anna Piccato, la pensionata uccisa nei pressi della chiesa di Barge. Era il gennaio del 2019.

Il responsabile venne identificato per una traccia di sangue sotto la suola delle scarpe. Si trattava di Daniele Ermanno Bianco, che dopo una settimana dall'arresto confessò il delitto. 

Chiude l'intervista ripetendo più volte la parola "rispetto". 

"Non do le notizie ai giornalisti né tantomeno i nomi di indagati o arrestati. Farlo significherebbe diffondere notizie su determinate persone, metterle alla berlina quando ancora l'indagine è all'inizio. Noi trattiamo materiale umano. E in questo bisogna essere molto cauti. Il rispetto della dignità umana non è incompatibile con la fermezza delle indagini".

Barbara Simonelli

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