Ci sono uomini che non si limitano ad abitare una città: la plasmano, la difendono, la provocano, la amano fino all'ultimo respiro. Giovanni Bressano era uno di questi rarissimi giganti. Con la sua scomparsa, Alba e le colline di Langhe e Roero perdono un custode severo ma infinitamente generoso, un pilastro di quell'identità piemontese fatta di lavoro silenzioso, passione autentica e coraggio delle proprie idee.
Sebbene il suo nome sia legato a doppio filo all'anima più profonda della capitale delle Langhe, il suo viaggio era iniziato lontano da qui nello spazio e nel tempo, il 17 agosto 1928. Nato a Greve in Chianti, nel cuore nobile della Toscana del vino, Bressano portava nel sangue quel carattere schietto, battagliero e orgoglioso tipico della sua terra d'origine e rimarrà per tutta la vita legato alla fede calcistica nella amata Fiorentina.
Il destino lo portò giovanissimo nel Cuneese, approdando proprio tra i filari storici di Fontanafredda a Serralunga d'Alba: un incrocio di terre e di culture contadine che segnerà per sempre la sua vita, facendolo innamorare perdutamente di Alba e delle sue colline, diventandone uno dei figli più devoti e protettivi.
Per decenni anima e guida della Famija Albèisa, Bressano ha incarnato lo spirito più puro della comunità. Non conosceva le mezze misure né la diplomazia di comodo: «Io vedo il mondo o bianco o nero, il grigio non fa per me», amava ripetere con quella schiettezza disarmante e ironica che lo caratterizzava. Una visione nitida che lo ha sempre tenuto lontano dalla politica di palazzo, ma sempre in prima linea per il bene comune.
Se Alba oggi vanta un patrimonio culturale e turistico di livello internazionale, molto lo si deve alla visione ostinata di Bressano. Amava citare Einstein: «Tutti sanno che una cosa è impossibile da realizzare, finché arriva uno sprovveduto che non lo sa e la inventa». E di "cose impossibili" Giovanni ne ha compiute tantissime.
Fu lui, insieme alla sua amata Famija Albèisa, a credere nel recupero della Chiesa di San Domenico, strappandola a un destino di degrado e restituendo alla città uno dei suoi gioielli più preziosi. Fu lui a scommettere sul restauro del palazzo di via Pietrino Belli e a inventare, con intuito profetico e visionario, la manifestazione "Kulinarische Genüsse aus Alba" a Böblingen, trasformando l'enogastronomia delle Langhe in un ponte d'amicizia europea e in uno straordinario volano turistico. Un impegno per la pace e la cooperazione che gli valse il prestigioso riconoscimento della medaglia Staufer dello Stato del Baden-Württemberg.
Fino agli ultimi giorni, anche superati i 90 anni, Bressano non ha mai smesso di "tirare le orecchie" alla sua città con la lucida passione di chi ama troppo per restare in silenzio. Batteva sul tasto delle infrastrutture, sognava un palazzetto per gli eventi degno della grandezza di Alba, difendeva l'operato delle persone per bene e si batteva affinché la comunità avesse il coraggio di promuovere la causa di beatificazione di Michele Ferrero, uomo simbolo di quel capitalismo umano in cui Bressano credeva fermamente.
Ma dietro la scorza dell'uomo caparbio e mai domo, c'era un cuore grande, segnato dal ricordo incancellabile dell'amata moglie Pia Cavallo, scomparsa nel 2019. Una donna forte, politica appassionata e controcorrente, la cui mancanza è stata per Giovanni un vuoto incolmabile: «Tantissimo mi manca, è stata la donna della mia vita», confidava con occhi commossi.
Oggi che Giovanni si è ricongiunto con la sua Pia, ad Alba resta un silenzio denso di gratitudine. Restano i mattoni del San Domenico, le pagine dei libri pubblicati, i legami internazionali, ma soprattutto resta un insegnamento morale inestimabile: non cedere mai alla rassegnazione, difendere la propria terra con fierezza e continuare a credere che nulla è impossibile quando ci si mette il cuore.
Grazie di tutto, Giovanni. Alba non ti dimenticherà.














