Massimo Parisi, per me, prima di tutto è un amico. Uno di quegli amici veri, la cui presenza continua a farsi sentire anche quando la vita ti porta lontano. Io a Cuneo, lui a Milano. A unirci, da sempre, due grandi passioni: la radio e la pallavolo.
Ed è proprio qui, a Cuneo, che ci siamo conosciuti. Perché Massimo è un cuneese doc. Erano gli anni delle radiocronache dell’Alpitour, quando quella squadra era un’istituzione cittadina. Io raccontavo le partite a Radio Piemonte Sound, mentre Max, ancora giovanissimo, iniziava ad affacciarsi dietro a un microfono, proprio da quell'emittente. Capii subito che aveva qualcosa di speciale. Quando poi passai a scrivere di pallavolo, toccò a lui raccontare le imprese di quella squadra che entrambi amavamo profondamente. Lo faceva con una professionalità e un coinvolgimento fuori dal comune.
Quella voce, qualche tempo dopo, sarebbe arrivata sulle frequenze nazionali di RTL 102.5. Non mi stupii: era il suo posto naturale. E quando, anni più tardi, mi disse che sarebbe approdato a Radio Monte Carlo, la mia ammirazione per lui crebbe ancora.
Ma Massimo non è soltanto la voce che tanti hanno imparato a conoscere in radio. È soprattutto l’uomo. Uno tosto, “con le palle”, per dirla come la diremmo tra amici. Sempre gentile e rispettoso, ma incapace di rinunciare a dire quello che pensa.
Per questo, quando l’11 maggio 2025 lessi un suo post sui social, rimasi di stucco ma, conoscendolo, non mi sorpresi della sua scelta di raccontare pubblicamente quello che gli stava accadendo.
Da allora Max ha aperto la porta della sua vita e della sua malattia a tutti noi. Un tumore al pancreas, poi le metastasi al fegato. Aggiornamenti, giornate migliori e giornate terribili. Sempre con quella sua capacità di chiamare le cose con il loro nome.
Il 30 aprile scorso, dopo la morte del collega e amico Alberto Davoli, proprio a causa di un tumore, aveva scritto semplicemente: “Profonda tristezza. A bientôt Alberto”. Un “a presto” che diceva molto di lui e della consapevolezza con cui sta affrontando il proprio percorso.
Il 29 agosto è arrivato un altro messaggio, ancora una volta senza nascondersi: “Selfie di commiato.. e magari di arrivederci”.
Martedì 1 settembre sarebbe ripartito il palinsesto di Radio Monte Carlo. Ma lui non sarebbe stato davanti al microfono. “A settembre avrei celebrato i miei 35 anni ufficiali di radio. Per ora fermo il count-down sperando di riavviarlo al più presto”, aveva scritto, salutando la collega Laura Ghislandi.
Accanto a lui, sempre, c’è Louise, sua moglie. Una forza della natura. È lei che insieme al fratello Alessandro ha trasformato il dolore in una ricerca incessante di una possibilità.
Perché quella possibilità oggi esiste.
Il 26 agosto la Food and Drug Administration americana ha approvato RASONQUE, il farmaco basato sulla molecola daraxonrasib, per una precisa categoria di pazienti adulti con adenocarcinoma pancreatico metastatico già sottoposti a precedenti trattamenti.
Massimo, 57 anni, dopo la diagnosi del maggio 2024 ha affrontato chemioterapia, chirurgia e radioterapia. Sembrava che il tumore fosse stato sconfitto. Poi il controllo di routine ha cambiato nuovamente tutto: metastasi al fegato. Altre terapie, altri mesi difficili. Fino al 28 luglio, quando i medici hanno comunicato che le terapie non stavano più funzionando e che non c’erano altre opzioni standard.
A quel punto la famiglia ha cominciato a cercare altrove. Alessandro in Italia, Louise negli Stati Uniti. Medici, ospedali, documentazione, traduzioni, telefonate. E soprattutto una corsa contro il tempo.
Poi il 26 agosto la notizia dell’approvazione americana di RASONQUE ha cambiato la prospettiva. La famiglia ha contattato diversi centri oncologici negli Stati Uniti. Alla fine la Mayo Clinic in Arizona ha accettato di valutare Max. Così, il 6 settembre, Massimo e Louise sono saliti su un aereo con destinazione Phoenix.
“Partire è un po’ morire”, scriveva Haraucourt. “Partire è un po’ cercare di allontanare la morte”, ha scritto Max.
Alla Mayo Clinic è arrivata la risposta che tutti speravano: i medici hanno stabilito che Massimo può iniziare la terapia con RASONQUE.
Nessuna promessa di guarigione. Nessuna garanzia. Ma una possibilità concreta. E oggi, per Max e per la sua famiglia, quella possibilità significa soprattutto una cosa: tempo. Il problema è che il tempo costa. E costa moltissimo. Per 30 giorni di RASONQUE è stato comunicato alla famiglia un costo di 42.082,80 dollari. A questo vanno aggiunte le spese per voli, visite, esami, TAC, traduzioni della documentazione medica, alloggio e spostamenti negli Stati Uniti.
Nel frattempo, la famiglia sta continuando a percorrere anche tutte le strade possibili per un eventuale accesso o rimborso attraverso il sistema sanitario italiano. Ma il tumore non aspetta i tempi della burocrazia.
E allora Louise, nonostante la difficoltà di chiedere aiuto, ha aperto una raccolta fondi. “Non so come si fa a chiedere aiuto. A volte non è facile”, ha scritto Max nel messaggio con cui ha annunciato la campagna, ringraziando la moglie Louise per l’incessante lavoro e il fratello Alessandro, “motore silenzioso e guida”.
Dietro questa raccolta, però, non c’è soltanto una battaglia contro una malattia. C’è una famiglia che vuole continuare a vivere la propria vita.
Max e Louise hanno festeggiato quest’estate 20 anni di matrimonio, celebrati a Las Vegas. Hanno due figlie, delle quali Max è un papà profondamente orgoglioso. Una è vicina alla laurea, l’altra deve ancora diplomarsi. Quando la figlia più piccola ha capito quanto fosse diventata seria la situazione, ha detto una frase semplicissima e devastante: “Ma lui doveva esserci quando mi diplomo”. Sì, doveva esserci. E tutti loro sperano che possa esserci.
Perché Max è anche quello delle battute, delle “dad joke”, delle prese in giro, delle discussioni sulla politica, della curiosità per il mondo. Quello che ama scoprire posti nuovi, che conosce una quantità impressionante di cose sullo sport, sulla storia e sull’attualità. Quello capace di appassionarsi a MasterChef e 4 Ristoranti e di difendere film e serie tv che, diciamolo, forse meriterebbero qualche difesa in meno.
È semplicemente Max. E oggi Max chiede una cosa soltanto: tempo. “Più giorni normali. Più piccole avventure. Più pranzi e cene in famiglia. Più discussioni sulla politica. Più film tremendi che Max continuerà a sostenere non essere poi così male. Più ricordi. E più traguardi da vivere insieme”. RASONQUE non è una promessa. Ma è una possibilità che fino a poche settimane fa non c’era.
Ed è qui che, da Cuneo, voglio fare un appello.
Massimo Parisi è uno di noi. È un cuneese che ha portato la sua voce ben oltre i confini della nostra città, ma che proprio qui ha mosso i suoi primi passi, tra radio e pallavolo. È l’amico che ho conosciuto quando era ancora un ragazzo dietro a un microfono e che oggi, a 57 anni, sta affrontando una delle partite più difficili della sua vita.
Non servono grandi parole. E, soprattutto, non servono slogan. Serve una mano.
Chi può e vuole farlo, può contribuire alla raccolta fondi. Poco o tanto, ogni contributo può aiutare Max e la sua famiglia a sostenere il percorso che hanno deciso di affrontare.
PER LE VOSTRE DONAZIONI BASTA CLICCARE QUI
E chi non può donare può condividere la storia. Anche questo è un aiuto. Perché questa volta non si tratta di raccontare una partita di volley o di ascoltare una voce alla radio. Questa volta, da Cuneo, possiamo provare a fare squadra per Massimo.
Per dargli quello che oggi sta cercando con tutte le sue forze: ancora un po’ di tempo da vivere con Louise, con le sue figlie, con suo fratello, con gli amici.
E magari, un giorno, tornare davanti a quel microfono.
Sarebbe bello.














