Singolare vicenda quella che tocca Montà d’Alba, comune del roero che sino al luglio dello scorso anno era divenuto la residenza di Yljan Muca, 31enne di origine albanese, che nel comune roerino aveva trovato occupazione e si era trasferito da alcuni anni insieme alla sua intera famiglia.
Proprio un anno fa l’uomo era stato infatti espulso nel Paese di origine insieme a tutti i familiari. Un provvedimento arrivato a seguito della sentenza di primo grado pronunciata nei suoi confronti dal Tribunale di Bari.
I giudici pugliesi lo avevano infatti condannato a 3 anni e 4 mesi di reclusione per le gravi accuse di terrorismo internazionale e apologia di terrorismo.
L’uomo era stato rinviato a giudizio su richiesta della procura barese al termine di un’indagine condotta dalla Digos di Bari – in collaborazione con quella di Cuneo e con il coordinamento della direzione distrettuale antimafia per i reati di terrorismo internazionale – e denominata "Soldato invisibile", procedimento che il 14 marzo 2020 aveva portato il giudice per le indagini preliminari del tribunale pugliese Francesco Mattiace a emettere un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Muka e di tre altri soggetti di nazionalità albanese.
I quattro erano accusati di essere in possesso di documenti di propaganda riconducibili a Isis Daesh e avere raccolto denaro destinato a offrire assistenza all’imam della moschea di Kavaje, presso Tirana, Genci Abdurrahim Balla, soggetto ritenuto organico alla stessa organizzazione terroristica, accusato di avere reclutato e inviato decine di combattenti in Siria e e per questo condannato in Albania a 17 anni di carcere.
Stralciata la posizione di due dei quattro soggetti, la Procura barese chiese il giudizio immediato per Yljan Muca, difeso dall’avvocato albese Roberto Ponzio, e per il suo connazionale Roland Leshi, rappresentato dal legale Giuseppe Benvestito di Bari.
Nel caso di Muka il quadro delle accuse includeva anche l’apologia di terrorismo per l’avere diffuso su chat di Whatsapp alcuni video relativi all’arresto di attivisti dell’Isis. Accuse che il diretto interessato respingeva contestando ogni addebito, chiedendo di essere sentito, fornendo spiegazioni e precisando che la raccolta di denaro aveva finalità solidali, e non terroristiche.
Rimesso in libertà, il 28 ottobre 2024 la giudice per le indagini preliminari Maria Teresa Romita accoglieva la richiesta del pubblico ministero Domenico Minardi affinché l’uomo ritenuto colpevole delle accuse a lui ascritte e quindi condannato ad anni 3 e mesi 4 di reclusione, mentre l’altro imputato veniva condannato ad anni 3 e mesi 1.
Ne era seguito un provvedimento di espulsione, mentre nei giorni scorsi, la prima sezione della Corte d’Appello di Bari, presieduta dalla dottoressa Rita Curci, in riforma della sentenza di primo grado assolveva i due dai reati ascritti perché "il fatto non sussiste".
"In pendenza del procedimento penale e dopo la condanna di primo grado – rimarca ora il difensore dell’uomo, avvocato Roberto Ponzio – al mio assistito veniva ritirato il permesso di soggiorno, revocato dal questore in data 9 luglio 2025. Ne conseguiva l’espulsione dal territorio nazionale dell’intero nucleo familiare, rimandato in Albania, dove tuttora vive. Attenderemo le motivazioni del proscioglimento, dopodiché procederemo a chiedere un risarcimento per ingiusta detenzione. L’indennizzo che gli venisse riconosciuto non potrà ripagare i gravi danni da lui subiti. Evidentemente la presunzione di innocenza prevista dalla nostra Costituzione evidentemente non vale per gli immigrati", conclude il legale.














