Grande successo per lo spettacolo teatrale 'Tacque' andato in scena al polifunzionale di Montelupo d’Alba sabato 6 giugno, scritto e interpretato dal poliedrico artista internazionale Maurizio D’Andrea e presentato insieme al bravissimo attore e performer Alessio Negro.
Prendendo spunto dal tentativo nel 1955 di vivisezionare e studiare il cervello di Albert Einstein, il racconto arriva ad esaminare criticamente il cervello umano di oggi, multifunzionale, distratto, sempre a caccia di like e approvazione, sempre immerso nel rumore, fino ad un profondo esame del silenzio, situazione vicina alla morte, a cui nessuno è più abituato.
Un’ora di spettacolo intenso, a tratti divertente, in cui D’Andrea fa l’attore senza esserlo, come sostiene, mentre Alessio Negro diviene colui che lo provoca, rompe gli schemi, costringe la statica routine a prendere strade diverse, a ritrovare la saggezza di vivere con consapevolezza, a ricercare il silenzio dentro sé stessi.
Sono tante le immagini e le suggestioni, che coinvolgono lo spettatore e inducono alla riflessione.
Alla fine dello spettacolo abbiamo sentito Maurizio D'Andrea, autore di un testo scritto due anni fa, emerso dall’esigenza di raccontare ciò che osserva ogni giorno nella realtà.
Hai spiegato che 'Tacque' nasce come OCI, Osservazione Civica Introversica, una definizione che hai coniato tu. Da dove viene questa necessità di sottrarsi alle etichette del teatro tradizionale, e cosa cambia, concretamente, nel rapporto con il pubblico?
Il teatro porta con sé un'aspettativa. Appena dici 'monologo', il pubblico si sistema in poltrona con una mappa già in testa. Io quella mappa volevo toglierla. Non mi sarei sentito a mio agio. OCI, Osservazione Civica Introversica, non è nessuna invenzione, è una necessità: mettere in scena l’urgenza interiore, il grido dell’inconscio che diventa forma. Nelle OCI, osservo la società e la psiche con l'occhio dello stesso artista che sulla tela rifiuta il superficiale: registro ciò che la realtà esterna fa all'essere umano, filtrando sempre attraverso il prisma dell'interiorità. Un format ibrido che fonde testo, filosofia, psiche e presenza corporea. Ma senza pretese. Senza voler inventare nulla. Sarà il pubblico a giudicare.
Einstein, Kierkegaard, l'isteria digitale, il narcisismo contemporaneo: Tacque attraversa epoche e registri molto distanti tra loro. Come hai costruito questa drammaturgia, e quanto c'è di autobiografico nell'urgenza che la muove?
Non ho costruito niente a tavolino. Nella mia ricerca sull'inconscio e sulla società amo confrontarmi, essere sorretto da pensatori del passato. Uno dei problemi è che li stiamo dimenticando, che stiamo smarrendo noi stessi e ci stiamo avvicinando troppo all'inconscio digitale e alla pericolosa visibilità mediatica. L'Io che non è padrone in casa propria, direbbe Freud. Il filo è quello. E sì, è profondamente autobiografico. Dal 1983, quando dipinsi il mio primo quadro con le mani davanti al Vesuvio, non ho mai separato l'urgenza interiore dall'opera. Tacque non fa eccezione!
Il performer della serata è stato Alessio Negro. Disponibile, gentile, molto atletico sul palco, è un attore internazionale affermato, di origini roerine.
Nel lavoro sei il personaggio 'Tacque', presenza muta, corpo scenico e simbolico. Come si costruisce un personaggio che comunica senza parola, e in che modo la tua formazione internazionale ha plasmato questo approccio fisico alla scena?
Il testo è di Maurizio, nasce dalla sua urgenza di raccontare questa osservazione della società. Anche se sono in scena insieme a lui, credo sia giusto che sia lui a raccontare e spiegare quello che sente necessario. Io sono semplicemente di supporto. Per questo Tacque è un personaggio silenzioso.
L'attenzione dello spettatore deve essere nel testo. Quello che io sarò in grado di comunicare sarà invece lasciato alla libera interpretazione del pubblico.
Hai lavorato in contesti teatrali molto diversi tra loro, in Europa e non solo. Cosa ti ha portato a scegliere un progetto così insolito come questo, e cosa trova, o ritrova, Alessio Negro in una scena così essenziale, quasi privata?
Ho scelto di accettare questo progetto perché rappresentava per me un processo creativo inedito. Collaborare con Maurizio e con Paolo Giangrasso in questo progetto insolito è stato un ulteriore tassello della ricerca che porto avanti da anni. È vero, ho viaggiato molto, ma al di là del contesto internazionale io cerco di essere semplicemente Alessio, qualcuno che gioca e smuove energie. In questo caso, attraverso le scelte drammaturgiche, ho provato a celebrare l'approccio pittorico di Maurizio: l'accostamento di colori diversi e il senso di libertà che ne deriva. Nell'essenziale c'è l'essenza di una relazione universale.
I due artisti hanno ringraziato particolarmente il numeroso pubblico che ha assistito allo spettacolo e il noto attore e produttore cinematografico Paolo Giangrasso per i preziosi suggerimenti sulla scrittura teatrale e sulla sua rappresentazione e il Teatro di Tela per l’apporto e il supporto logistico nelle prove.
Non si sa se ci saranno repliche, nessuno dei due performer si sbilancia. Perderle sarebbe un peccato. 'Tacque' lascia qualcosa su cui riflettere e un messaggio di speranza dopotutto: nonostante le difficoltà e le incomprensioni, alla fine, i due protagonisti siedono uno accanto all’altro. Guardano il mondo con occhi nuovi.


























