In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».
(Gv 14,1-12).
Oggi, 3 maggio 2026, la Chiesa giunge alla V Domenica di Pasqua (Anno A, colore liturgico bianco).
A commentare il Vangelo della Santa Messa è don Silvio Mantelli, sacerdote salesiano, anche noto come Mago Sales.
Amore, vita, valori, spiritualità sono racchiusi nella sua riflessione per “Schegge di luce, pensieri sui Vangeli festivi”, una rubrica che vuole essere una tenera carezza per tutte le anime in questa valle di esilio. Pensieri e parole per accendere le ragioni della speranza che è in noi.
Eccolo, il commento.
Nel brano del Vangelo di Giovanni, Gesù parla ai discepoli in un momento di paura e incertezza, e li invita a non lasciarsi turbare: «Non sia turbato il vostro cuore».
Gesù invita i discepoli a non lasciarsi dominare dall’angoscia. Non nega le difficoltà, ma indica una via: credere.
La fede non elimina i problemi, ma cambia il modo di attraversarli. È un affidarsi a qualcuno, non a qualcosa. È una parola semplice, ma potente: la fede non toglie le difficoltà, ma ci aiuta a viverle con fiducia, sapendo che non siamo soli.
Anche oggi, davanti a crisi personali, familiari o sociali, questa parola resta attuale: il cuore può trovare pace non perché tutto va bene, ma perché non siamo soli. Gesù poi afferma: «Io sono la via, la verità e la vita». Questa è una delle affermazioni più forti del Vangelo.
Gesù non indica semplicemente una strada, ma si propone come guida concreta: è Lui stesso la strada. Seguirlo significa imparare ad amare, a fidarsi, a vivere in pienezza.
Via: non un percorso teorico, ma uno stile di vita concreto (amore, servizio, dono di sé).
Verità: non un’idea astratta, ma una relazione autentica con Dio.
Vita: una vita piena, che va oltre la morte.
In un mondo pieno di proposte e direzioni diverse, questo versetto invita a fare una scelta personale e profonda: chi o cosa guida davvero la mia vita?
Alla richiesta di Filippo apostolo, Gesù rivela che chi vede Lui vede il Padre. Dio non è lontano: si rende vicino, visibile nei gesti di amore, di misericordia e di perdono.
Infine, affida ai discepoli una missione: continuare la sua opera. Non significa fare miracoli spettacolari, ma: portare speranza, costruire relazioni vere, testimoniare il Vangelo nella vita quotidiana.
Ogni credente è chiamato ad essere segno concreto della presenza di Dio nel mondo. Anche noi siamo chiamati, nel nostro piccolo, a portare speranza e luce nella vita quotidiana.
Questo Vangelo è un invito alla fiducia e alla responsabilità: fiducia, perché Dio prepara un posto per ciascuno; responsabilità, perché siamo chiamati a rendere visibile il suo amore.
Chiudo con alcune domande per la riflessione. Cosa mi turba oggi? E in chi sto riponendo davvero la mia fiducia? Chi guida davvero la mia vita?
Chi era l’apostolo Filippo
Era originario di Betsaida quindi galileo, però come Andrea, aveva un nome greco. Nacque verso l’anno 5 e pare che fosse sposato e con figli. Fu colui che portò Bartolomeo da Gesù. Una delle volte in cui viene citato nel Vangelo è nel momento della moltiplicazione dei pani e dei pesci.
«Ora avendo Gesù alzati gli occhi e visto che una gran turba veniva da lui, dice a Filippo: “Dove compreremo dei pani per sfamare questa gente?” Ma ciò diceva per metterlo alla prova; egli infatti sapeva bene quanto stava per fare. Gli rispose Filippo: “Duecento denari di pane non bastano neanche a darne un pezzetto per uno”» (Gv 6, 5-7). Per quest’episodio del Vangelo, nell’iconografia a volte è rappresentato con un pezzo di pane in mano, ed altre volte con la croce, strumento del suo martirio.
La tradizione vuole che abbia predicato in Scizia (parte dell’attuale Ucraina), Lidia e soprattutto in Frigia (parte della Turchia asiatica), dove sicuramente passò gli ultimi anni della sua vita e dove fu martirizzato, crocifisso a testa in giù, come Pietro, nell’anno 80. La sua sepoltura era stata situata dalla tradizione a Hierapolis, attuale Pamukkale dove, di fatto, è stata trovata nel 2011 da una spedizione archeologica italiana guidata dal professor Francesco d’Andria, tra i resti di una basilica del secolo V a tre navate, essendo situata nella parte centrale del tempio. Una tipica tomba romana del I secolo, che si trova nel luogo dove sorgeva una necropoli romana. Sulle pareti del piccolo edificio sono presenti molti graffiti con croci. Un sigillo di bronzo di circa 1 cm di diametro, presente nel Museum of Fine Arts di Richmond, negli Stati Uniti, e che proviene da Hierapolis, avalla l’ipotesi dell’attribuzione a Filippo di questa tomba. Sul sigillo, che serviva per autenticare il pane di San Filippo che si distribuiva ai pellegrini, appare la figura di un santo con un’iscrizione che recita “San Filippo” e sul bordo scorre il trisaghion in greco.
A pochi passi dalla tomba è stato localizzato il Martyrion, oggi solo ruderi di un edificio ottagonale costruito nel IV-V secolo sul luogo dove fu martirizzato l’apostolo. Era aperto in tutti i suoi lati ed i pellegrini potevano circolare liberamente per tutto l’edificio che era considerato un santuario di guarigione. Però non solo venivano a cercare guarigioni, ma anche conforto morale e ispirazione. Verso la metà del V secolo venne trasformato in chiesa con la costruzione di un synthronon, una cupola centralizzata e la chiusura degli ambienti che prima erano aperti mediante il restringimento delle aperture e la collocazione di porte. Purtroppo verso la fine del V secolo, inizi del VI, subì un incendio che provocò la progressiva spoliazione del sito. Poi, verso il X secolo vennero edificate due cappelle e abitazioni di fortuna fra le parti superstiti del santuario.
La tomba, nel momento del ritrovamento era vuota, perché le spoglie dell’apostolo, già dal VI secolo, sono a Roma, insieme a quelle di Giacomo il Minore, nella chiesa dei Santi XII Apostoli, dove oggi sono venerate nella cripta sotto l’altare maggiore, custodite in un sarcofago di marmo. Di fatto la Chiesa li festeggia insieme, il 3 maggio.
Le reliquie, o per lo meno parte di esse, furono trasferite a Roma da Costantinopoli intorno al 560, al tempo dei papi Pelagio (556-561) e Giovanni III (561-574), e collocate nella primitiva basilica, dedicata a questi due apostoli, fatta edificare come ex voto per la liberazione di Roma dai Goti. Non abbiamo notizie di come furono traslate da Hierapolis a Costantinopoli. Le reliquie poi, furono riscoperte nel 1873 nella stessa chiesa, sotto l’altare maggiore. Ma si dovette scavare per trovarle. Apparve un piccolo loculo contenente una cassetta con molti frammenti di ossa, alcuni denti, altro materiale osseo e tessuti con tracce di color porpora, tutto questo sotto una lastra di marmo frigio, databile al VI secolo. Grazie a poche ossa rimaste quasi integre lo studio dei resti constatò che appartenevano a due persone di sesso maschile, uno di costituzione più robusta (Giacomo) e l’altro (Filippo), di costituzione più piccola. Fino a quel momento nella stessa basilica si venerava un reliquiario con il piede intatto di Filippo ed un altro reliquiario con il femore di Giacomo, reliquie che poi si sono dimostrate compatibili con quelle successivamente ritrovate.
Nel 2017, una delegazione di Frati Minori Conventuali, a cui è affidata la basilica dei Santi XII Apostoli di Roma, ha consegnato due reliquie insigni dell’apostolo Filippo a due chiese di Smirne, simbolizzando così il “ritorno” di San Filippo in Turchia.
Oltre a quelle citate, reliquie di quest’apostolo sono presenti anche in altre chiese di Roma e in altri luoghi. Per esempio, un braccio dell’apostolo giunse a Firenze nel 1205 per volontà del patriarca di Gerusalemme Monaco, di origine fiorentina, e si trova presso il duomo.














