Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero presso Bètfage, verso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, dicendo loro: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito troverete un’asina, legata, e con essa un puledro. Slegateli e conduceteli da me. E se qualcuno vi dirà qualcosa, rispondete: “Il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà indietro subito”». Ora questo avvenne perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Dite alla figlia di Sion: “Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma”». I discepoli andarono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù: condussero l’asina e il puledro, misero su di essi i mantelli ed egli vi si pose a sedere. La folla, numerosissima, stese i propri mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla strada. La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva, gridava: «Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!». Mentre egli entrava in Gerusalemme, tutta la città fu presa da agitazione e diceva: «Chi è costui?». E la folla rispondeva: «Questi è il profeta Gesù, da Nàzaret di Galilea» (Mt 21,1-11).
Oggi, 29 marzo 2026, la Chiesa giunge alla Domenica delle Palme (Anno A, colore liturgico rosso).
A commentare il Vangelo della Santa Messa è don Claudio Matteo Berardi, teologo e direttore Centro Studi Salus Hominis.
Amore, vita, valori, spiritualità sono racchiusi nella sua riflessione per “Schegge di luce, pensieri sui Vangeli festivi”, una rubrica che vuole essere una tenera carezza per tutte le anime in questa valle di esilio. Pensieri e parole per accendere le ragioni della speranza che è in noi.
Eccolo, il commento.
La liturgia della Domenica delle Palme unisce, in modo volutamente forte, due elementi che a prima vista sembrano opposti: l’ingresso messianico di Gesù in Gerusalemme e la proclamazione della sua Passione. Questa struttura ha un’origine antica. Già la Chiesa di Gerusalemme, nei primi secoli, celebrava con particolare intensità l’ingresso del Signore nella città santa, collegandolo però immediatamente agli eventi della Passione nei luoghi della passione. La tradizione liturgica ha così voluto evitare, fin dalle origini, una lettura semplicemente trionfale dell’evento: il Messia entra in Gerusalemme non per impadronirsi di un potere terreno, ma per consegnarsi liberamente alla croce. La folla acclama Gesù, stende mantelli e agita rami, ma non comprende fino in fondo chi Egli sia. Molti attendono un liberatore politico, capace di spezzare il dominio romano e di restaurare un regno visibile. È l’equivoco che attraversa i cuori di molti. Giuda sembra muoversi dentro questa logica deludente; la folla, poche ore dopo, grida per la liberazione di Barabba; Pilato teme un rivolgimento politico; i soldati posti a guardia del sepolcro si muovono all’interno della medesima incomprensione. Perfino Pietro, quando taglia l’orecchio del servo del sommo sacerdote, Malco, mostra di interpretare ancora la venuta del Messia secondo categorie di difesa, forza e contrapposizione. Anche Giacomo e Giovanni, poco prima, avevano chiesto di sedere alla destra e alla sinistra del Re messianico, senza rendersi conto di che cosa stavano domandando realmente. Pensavano alla gloria; Gesù parlava del calice. Essi immaginavano posti d’onore; Cristo annunciava la via dell’umiliazione e dell’offerta. La distanza tra l’attesa umana e il disegno di Dio appare qui in tutta la sua evidenza. Del resto, durante il ministero pubblico di Gesù, molti lo hanno cercato per i suoi segni: i malati venivano portati a Lui per essere guariti, gli affamati trovavano pane in abbondanza nella moltiplicazione dei pani e dei pesci, gli invitati alle nozze di Cana gustavano il vino buono tratto dalle anfore colme d’acqua. Ma il punto decisivo resta sempre lo stesso: quanti sono disposti a seguirlo fin sotto la croce? Non dico a salire con Lui sul Calvario, ma almeno a restare ai piedi della croce, nell’ora della sconfitta apparente, quando ogni speranza mondana sembra crollare. La Domenica delle Palme ci costringe a questa verità. Non c’è salvezza senza croce. Non c’è risurrezione senza passare attraverso la morte. Non c’è speranza vera senza attraversare l’apparente fallimento. Cristo non salva conquistando un trono politico, ma lasciandosi inchiodare al legno. Regna amando fino alla fine. Vince perdonando. Pianta le sue radici nella terra ferita dell’umanità e nei nostri cuori mediante la potenza del suo atto d’amore: “Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. Questa parola non appartiene soltanto al passato, giudica anche il presente. Ancora oggi innocenti e peccatori vengono fatti a pezzi dalle armi, dalla fame, dalla sete, dall’odio, dall’indifferenza. In molte parti del mondo il male avanza con una rapidità che lascia sgomenti. La crudeltà si normalizza, la coscienza si assopisce, la vita innocente continua a essere colpita e violata. L’uomo contemporaneo, come quello di allora, rischia di volere i benefici di Cristo senza accogliere il suo mistero; desidera la soluzione immediata, ma rifiuta la conversione del cuore.
Eppure proprio qui si apre il nucleo della speranza cristiana. La redenzione è iniziata: il Verbo ha assunto l’umano, è entrato nella nostra carne, ha attraversato il dolore, prendendo su di sé il peccato del mondo e la morte. Sulla croce il Figlio di Dio ha aperto la via del perdono per chi si pente e ritorna al Padre. Per questo il Venerdì Santo non è l’ultima parola. La luce della risurrezione vincerà; le tenebre non avranno l’ultima parola; nel Regno eterno di Dio non vi saranno più lacrime. Ma chi si chiude ostinatamente al pentimento e alla misericordia resterà fuori per sempre da quella comunione di luce e di pace per cui è stato creato. La Domenica delle Palme, allora, non apre semplicemente la memoria di una folla festante. Apre la Settimana Santa nella sua verità più profonda. Il Messia entra in Gerusalemme per salvare l’uomo dalla morte eterna, non per soddisfare attese politiche o trionfalistiche. Egli non viene a imporsi, ma a offrirsi. E chiede ancora oggi ai suoi discepoli non l’entusiasmo di un momento, ma la fedeltà dell’amore che rimane, anche sotto la croce.














