Mio padre fu partigiano, anche decorato con due medaglie tra l'altro.
Non è che lo ricordo solo oggi che è il 25 aprile, lo ricordo spesso: oggi solo un po' di più.
Tra qualche anno sarò uno dei più giovani figli di partigiani, uno degli ultimi ad aver sentito il proprio padre parlare di quei tempi. Non il nonno. Il padre. È diverso.
Mio padre si chiamava Giovanni e non faceva tanti discorsi a casa sulla guerra, li faceva in giro, specie se aveva bevuto qualche bicchiere di Barbera in più.
E io mi annoiavo, non li stavo a sentire volentieri. Erano i suoi ricordi, parziali, intimi, di chi ha vissuto momenti difficili senza rendersene pienamente conto e io avevo altro a cui pensare dopotutto.
Mio padre viveva in campagna a Madonna dell’Olmo, era nato nel 1925 e quindi di leva, arruolabile nell’esercito nazionale repubblicano. Salì in montagna scappando dai lavori di costruzione dell'aeroporto tedesco a Saluzzo, a fine 1943: un mattino, quando il treno rallentò tra Busca e Costigliole, saltò giù insieme ad un suo cugino e si incamminarono in direzione di Brossasco, Valle Varaita.
Avevano evidentemente preso le informazioni giuste, trovarono la brigata a Sant’Eusebio. Suo cugino resistette un mese, poi tornò a casa e si nascose fino alla fine della guerra.
Mio padre entrò successivamente nella Seconda Divisione Alpina “Giustizia e Libertà” della Val Maira, il suo comandante fu Giorgio Bocca, di cui conservò sempre una grande stima.
A dire il vero, non lo abbiamo mai visto festeggiare o celebrare in un modo men che sobrio il 25 aprile, e nemmeno presenziare a raduni o ad altri eventi di memoria.
Mio padre fu un partigiano 'minore', utile, e di quelli meno appariscenti. Sui libri non viene citato mai.
Utile perché sapeva fare il pane, cuocere la pasta e la carne, perché era un biondino gentile, parlava in dialetto e i montanari gli davano volentieri farina, uova e latte e lui cucinava, preparava la sbobba insomma.
Aveva nome di battaglia "Gianduia", figuriamoci quanta paura faceva. Il nome di un dolce. Esattamente lui.
Ogni tanto partecipava a qualche azione, forse per caso, quando i volontari scarseggiavano e anche un cuoco poteva cavarsela. Saltò per aria su una mina a Venasca e rimase lesionato leggermente nell’udito e rimase propenso per sempre ad evitare i rumori forti.
Avrà ucciso? Chi lo sa. Probabilmente sì e forse questo gli faceva male, anche se i tedeschi gli rimasero indigesti sempre, e pur non amando il calcio, fu molto soddisfatto dell’epico 4-3 in Messico e della finale 1982 in Spagna.
Seguì Bocca nella Decima Divisione Langhe e a Costigliole d'Asti si guadagnò gli onori della medaglia per un atto di eroismo. Leggendo le motivazioni, mia sorella ed io non riusciamo a riconoscere nostro padre: in realtà quel giorno doveva essersi svegliato col piede sbagliato, perché era un uomo mite e non avrebbe mai fatto la guerra e avesse potuto scegliere, mai avrebbe tenuto un’arma in mano.
Finì la guerra con la liberazione di Asti e tornò a casa con un moschetto che si premurò di lasciar cadere subito nel pozzo, a scanso di equivoci.
Giovanni scelse di essere Gianduia a 18 anni. Fece una scelta di convenienza, come tanti. Ed io sono orgoglioso della sua scelta ancor oggi, figlio di partigiano irriconoscente.
Prese una decisione, la portò avanti e mi insegnò che non bisogna mai stare dalla parte degli arroganti.
In quel periodo non sapeva niente di politica, non era né fascista né antifascista, non è vero che fino al 25 luglio tutti erano fascisti. I giovani poveri in campagna non erano niente, galleggiavano come potevano nel regime e semmai detestavano soprattutto le cerimonie, le imposizioni e i sabati a fare i buffoni con i moschetti di legno. Pian piano cominciarono a detestare anche il Duce e gli infervorati che lo seguivano pedissequi.
I giovani poveri potevano capire una cosa sola: non stare dalla parte della violenza e dell'arroganza.
Mio padre aveva la quinta elementare. Quando leggeva Fenoglio ci capiva poco, l’uso dei termini inglesi lo confondeva. Quando leggeva Bocca o Nuto Revelli o Casavecchia, ci capiva di più e borbottava o approvava o piangeva, sperduto nei ricordi.

Sono figlio irriconoscente di un partigiano che per 15 mesi della sua vita rischiò la pelle per qualcosa di cui non aveva certezze assolute.
Grazie. Solo questo posso dirgli ora.
Un grazie a tutti coloro che in quei tempi ebbero il coraggio far qualcosa di cui avrebbero voluto senz’altro fare a meno.
Anche a quelli sconosciuti, mai citati in nessun libro, mai andati alle commemorazioni, mai convinti che la guerra sia servita davvero a qualcosa.
Grazie per sempre.














