È morto da solo ad Alba, nel silenzio di un piccolo bilocale di corso Langhe, senza luce, senza gas, senza riscaldamento. Un’esistenza ai margini, consumata giorno dopo giorno tra povertà, dipendenze e abbandono. Anas Rekassi, 34 anni, nato a Torino da famiglia di origini marocchine, è stato trovato senza vita nelle scorse ore nel suo alloggio, in condizioni di forte degrado.
Viveva al secondo piano di un condominio, in un appartamento minuscolo: un piccolo angolo cottura, un bagno essenziale, una stanza. Da almeno due anni non pagava l’affitto e le utenze erano state staccate. Nessuna luce, nessun riscaldamento, nessun conforto. Con lui, in quell’ambiente segnato dal disagio, anche alcuni gatti e, talvolta, altre persone ospitate.
Faceva qualche lavoretto saltuario. In passato aveva avuto problemi legati allo spaccio e, soprattutto negli ultimi tempi, l’abuso di alcol e sostanze aveva provocato un progressivo decadimento psicofisico, rendendolo sempre più fragile.
Eppure, nel buio della sua quotidianità, c’era un luogo dove Anas riusciva ancora a sentirsi visto: la Mensa della Caritas albese, in via Pola.
Lì non trovava soltanto un piatto caldo. Trovava uno sguardo, una parola, una relazione. Trovava, forse, un piccolo spazio di rinascita.
A raccontarlo con amarezza è don Domenico Degiorgis, direttore della Caritas albese, che in queste ore si interroga sul senso di questa morte.
“La mensa Caritas era diventata il luogo del suo incontrare. Lui era molto grato per quello che facevamo. Era il suo momento di vita, dove qualcuno si prendeva cura di lui. C’era una relazione profonda dove in qualche modo potevi incontrare gli altri. Era il suo momento di rinascita”.
Anas aveva anche affidato i suoi pensieri alla scrittura. Aveva lasciato tre diari, consegnati alla Caritas. Pagine che raccontano probabilmente la sua sofferenza, ma anche la gratitudine per chi, almeno per qualche ora al giorno, gli restituiva dignità.
Nelle ultime settimane il suo volto era apparso anche in televisione, nel servizio del Tg3 Piemonte dedicato alle cene speciali organizzate alla mensa con grandi chef. In quell’occasione aveva incontrato Michelangelo Mammoliti, chef 3 stelle Michelin del ristorante La Rei Natura di Serralunga d’Alba, tra i protagonisti dell’iniziativa.
Con stupore sincero, davanti a quel gesto, aveva detto parole semplici ma potenti: si meravigliava che una persona così importante si stesse impegnando per loro, raccontando persino del pane preparato appositamente per gli ospiti della mensa. Era una delle circa 75-80 persone che ogni giorno si rivolgono alla Mensa Caritas di Alba.
Ora restano le domande. E il peso dei rimpianti.
Caritas e servizi sociali avevano intercettato la situazione. Si sarebbero auspicati un percorso diverso, forse un inserimento in comunità, un ricovero in una struttura capace di accompagnarlo fuori da quel vortice.
Ma qualcosa non ha funzionato.
“Forse non abbiamo saputo far capire la gravità della situazione e la necessità di qualche forma di intervento ed eventualmente di ricovero in comunità capaci di aiutarlo a venire fuori dai suoi problemi”, riflette don Degiorgis.
E ancora:
“Forse non siamo riusciti a scuotere le coscienze nel modo giusto anche a livello di comunità cristiane, dove siamo sempre chiamati a farci carico della cura e dignità di ogni persona”.
Parole dure. Parole che non cercano colpevoli, ma interrogano tutti.
Perché la morte di Anas non sia soltanto una notizia di cronaca. Perché non si spenga nel rumore di fondo delle giornate.
Questa mattina il corpo è stato composto e trasferito a Rivalta Torinese.
Resta la fotografia di una fragilità estrema, di una vita che chiedeva aiuto e che forse non è stata ascoltata abbastanza.



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