Sala conferenze gremita per l’incontro promosso dal Coordinamento provinciale di Fratelli d’Italia, insieme al circolo di Mondovì, dedicato alla campagna per il Sì al referendum sulla riforma della giustizia. L’appuntamento, ospitato alla Sala Luigi Scimè di Mondovì, ha visto la partecipazione di numerosi amministratori e rappresentanti istituzionali.
Presenti, tra gli altri, l’assessore regionale Paolo Bongioanni, i consiglieri regionali Marina Bordese, Claudio Sacchetto e Federica Barbero, William Casoni e Roberto Russo per il Coordinamento provinciale FDI. Decisamente numerosa presenza di sindaci provenienti dal territorio cuneese e da altre realtà del Piemonte, e di cittadini e amministratori locali.
Dopo l'introduzione di Rocco Pulitanò, vice presidente del Coordinamento provinciale Cuneo di Fratelli d'Italia e consigliere comunale capogruppo FDI a Mondovì, hanno preso la parola gli illustri relatori presenti al tavolo.
È inoltre intervenuto anche il sindaco di Mondovì Luca Robaldo, che ha portato il saluto della città ai partecipanti. «Ringrazio per l’invito e do il benvenuto a tutti a Mondovì – ha detto –. Il tema di oggi rappresenta un’occasione di confronto. Credo che una riforma sia necessaria e che sia importante discuterne pubblicamente». Robaldo ha quindi ringraziato il consigliere comunale Pulitanò per l’invito e ha rivolto un appello alla partecipazione democratica: «È fondamentale che i cittadini vadano a votare. Una delle preoccupazioni che abbiamo oggi è la crescente disaffezione al voto, che si registra anche nelle elezioni comunali».
Presenti anche gli onorevoli parlamentari FDI Monica Ciaburro (“La politica deve sapersi smarcare con chiarezza da interessi particolari e logiche di parte. Il nostro impegno è lavorare esclusivamente nell’interesse della comunità, con trasparenza e responsabilità”) e Fabrizio Comba (“Accogliamo con favore una riforma che va nella direzione di rafforzare il lavoro della magistratura e migliorare il funzionamento della giustizia. L’obiettivo deve essere quello di fornire ai giudici strumenti più chiari e procedure più efficienti, così da ridurre il margine di errore e garantire decisioni sempre più giuste e tempestive per i cittadini”)
Paolo Bongioanni: «Oggi possiamo scrivere una pagina di storia»
Il primo intervento è stato quello dell’assessore regionale Paolo Bongioanni, che ha voluto innanzitutto ringraziare i tanti presenti: «Grazie al mondo imprenditoriale, al mondo della medicina e della scienza, ma soprattutto ai tanti sindaci del territorio che hanno voluto essere qui oggi. Tanti anni fa già si parlava della separazione delle carriere. Oggi abbiamo la possibilità concreta di scrivere una pagina di storia. Una riforma che permetterà di liberare la giustizia dalla politica. Basta con correnti e giochi di potere che troppo spesso hanno condizionato carriere e nomine». Infine una metafora per spiegare il principio della separazione delle carriere: «Se ci sono due squadre, uno non può giocare con l’arbitro».
Alessandro Ferrero: «La riforma interviene sulla carriera dei magistrati»
A entrare nel merito della riforma è stato poi l’avvocato Alessandro Ferrero, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Cuneo, che ha spiegato come «la riforma della giustizia riguarda soprattutto la carriera dei magistrati. Oggi pubblici ministeri e giudici fanno parte dello stesso corpo e sono governati dallo stesso organo, il Csm. La riforma prevede invece la separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante, con la creazione di due Csm distinti, composti per due terzi da magistrati e per un terzo da membri laici scelti dal Parlamento. Inoltre, la potestà disciplinare verrebbe affidata a un’Alta Corte disciplinare composta da magistrati e membri laici. Entrambi i Csm sarebbero presieduti dal Presidente della Repubblica».
Dora Bissoni: «La separazione delle carriere garantisce davvero la terzietà del giudice»
L'avvocato Dora Bissoni, presidente della sezione di Cuneo della Camera Penale “Vittorio Chiusano” ha ripercorso l’evoluzione dell’ordinamento giudiziario italiano e le ragioni che, secondo i penalisti, rendono necessaria la separazione delle carriere. Nel suo intervento ha richiamato la svolta rappresentata dalla riforma Vassalli tra il 1988 e il 1989, quando il processo penale italiano passò «da un modello inquisitorio a uno accusatorio: prima il giudice aveva il compito di cercare le prove e poi di giudicare; con la riforma il pubblico ministero svolge le indagini e porta davanti al giudice le prove raccolte».
«Il pubblico ministero dovrebbe anche cercare prove a favore dell’imputato – ha osservato – ma non esiste una reale sanzione se questo non avviene». Da qui il richiamo all’articolo 111 della Costituzione, riformulato negli anni Novanta con il principio del «giusto processo», che afferma la necessità di «un giudice terzo e imparziale».
«E se la Costituzione ha sentito il bisogno di ribadire questo principio – ha spiegato – è perché non era così scontato». La reale equidistanza è data dalla separazione delle carriere: «Se pubblico ministero e giudice svolgono funzioni così diverse, perché devono fare lo stesso percorso professionale? Con la separazione si creano due percorsi distinti e un sistema che garantisce maggiore certezza di imparzialità». Bissoni ha inoltre criticato il clima del dibattito pubblico sulla riforma: «La campagna referendaria ha abbassato molto il livello del confronto. Chi sostiene il no spesso si fa portavoce di paure che non hanno un reale fondamento normativo». Infine il tema dei costi: «Due Csm non significano necessariamente più spesa per lo Stato». Il vero problema, ha concluso, sono «gli errori giudiziari e l’efficacia dei procedimenti disciplinari».
Andrea Delmastro: «Separare le carriere per garantire davvero il giusto processo»
A concludere l’incontro è stato il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, che ha definito la riforma «necessaria e storica», sostenendo che la separazione delle carriere sia «costituzionalmente obbligata. Non ci siamo inventati nulla – ha spiegato – è la stessa Costituzione, con l’articolo 111, a definire il giusto processo come quello che si svolge nel contraddittorio tra le parti davanti a un giudice terzo e imparziale».
Secondo Delmastro, proprio la piena terzietà del giudice richiede carriere distinte tra chi accusa e chi giudica. «La parità processuale non può esserci se pubblico ministero e giudice condividono lo stesso percorso professionale, intrecciando carriera e vita all’interno dello stesso corpo». La riforma, ha aggiunto, consentirà anche di «portare l’Italia nel solco delle moderne democrazie europee», ricordando come la separazione delle carriere sia già presente nella maggior parte dei Paesi dell’Unione.
Il sottosegretario ha poi difeso gli altri pilastri del provvedimento, a partire dal sistema di sorteggio per la scelta dei componenti degli organi di autogoverno, misura che «servirà a ridurre il potere delle correnti e dei meccanismi di appartenenza che hanno condizionato negli anni la magistratura».
Tra i punti centrali anche la creazione di un’Alta Corte disciplinare, anch’essa con componenti individuati tramite sorteggio, con l’obiettivo di superare quella che Delmastro ha definito «una giustizia domestica e addomesticata. Oggi – ha sostenuto – la magistratura è l’unica categoria che può di fatto autogiudicarsi e autoassolversi. Noi vogliamo affermare un principio semplice: chi sbaglia paga».
A sostegno della necessità di un sistema disciplinare più efficace, Delmastro ha citato alcuni dati: «Tra il 2017 e il 2022 ci sono stati 6.485 casi di persone detenute ingiustamente, per i quali lo Stato ha pagato circa 280 milioni di euro di risarcimenti». A fronte di questi numeri, ha osservato, «le azioni disciplinari sono state 93 e solo 10 si sono concluse con una condanna, nella maggior parte dei casi una semplice censura verbale». «Separare le carriere – ha concluso – significa restituire credibilità alla giustizia e costruire un sistema più trasparente e meritocratico, per lasciare alle nuove generazioni una magistratura più autorevole e rispettata».














