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Attualità | 29 gennaio 2026, 06:05

LA BUONA SANITÀ / Simulare per curare meglio: il Labsi dell’ospedale di Verduno e la svolta del "trauma team" [FOTO]

Dalla simulazione in situ alla gestione del politrauma: al "Michele e Pietro Ferrero" un anno di attività del Laboratorio di Simulazione Avanzata tra formazione interna, lavoro di squadra e attenzione assoluta alla sicurezza del paziente

La simulazione andata in scena al Pronto Soccorso

La simulazione andata in scena al Pronto Soccorso

 Non più soltanto un laboratorio che riproduce la realtà, ma la realtà stessa che diventa spazio di apprendimento, osservazione e miglioramento. A un anno dall’avvio delle attività, il Laboratorio di simulazione avanzata (LABSI), diretto da Anna Poglio e attivo all’interno dell’ospedale Michele e Pietro Ferrero di Verduno, compie un salto di qualità decisivo con la prima simulazione in situ, realizzata martedì 27 gennaio direttamente negli spazi del pronto soccorso.

Il LABSI è frutto della collaborazione tra la Fondazione Ospedale AlbaBra e l’ASL CN2, ed è stato reso possibile grazie al contributo di Maria Franca e Giovanni Ferrero. Un progetto che, fin dall’inizio, ha posto una priorità chiara: migliorare la qualità delle cure attraverso la formazione, mettendo al centro la sicurezza del paziente.

A tracciare un bilancio del primo anno di attività è Valerio Stefanone, responsabile scientifico del LABSI. “Avevamo fissato obiettivi ambiziosi e, posso dirlo senza retorica, sono stati in gran parte raggiunti”, spiega. “Nel 2025 abbiamo attivato tutti gli undici corsi previsti per il personale interno, con 573 discenti complessivi, compresi gli studenti del corso di laurea in Infermieristica, distribuiti su 64 corsi”.

Medici, infermieri, operatori sociosanitari, ostetriche e specializzandi: una fetta ampia dell’organico dell’ospedale ha già attraversato il laboratorio. “Non parliamo solo di acquisizione di competenze tecniche”, precisa Stefanone, “ma anche di fidelizzazione. Molti specializzandi che hanno frequentato i corsi hanno poi scelto di partecipare ai concorsi per lavorare qui”.

I dati raccolti confermano l’impatto del percorso. Test di ingresso e di uscita mostrano un miglioramento delle competenze, mentre il gradimento supera il 95 per cento. “In un contesto di carenza di personale, riuscire a portare professionisti in aula con continuità non è scontato”, osserva il direttore scientifico.

Da ottobre, il LABSI ha avviato anche la seconda fase del progetto: l’apertura ai professionisti esterni. Tre i corsi attivati – gestione delle vie aeree, analgesia locoregionale e procedure invasive – con una risposta che ha superato le aspettative. Il 2026 si annuncia ancora più strutturato.

La gestione di un paziente politraumatizzato

Il vero spartiacque, però, è rappresentato dalla simulazione di martedì 27 gennaio. Per la prima volta il LABSI ha portato il simulatore fuori dal centro e lo ha inserito nel contesto reale del Pronto Soccorso diretto da Massimo Perotto, dando vita a una simulazione in situ dedicata alla nuova procedura di gestione del paziente politraumatizzato.

Lo scenario, costruito nei dettagli, prevedeva un motociclista caduto, con trauma maggiore a carico dell’emitorace sinistro. “I casi partivano dalla stessa dinamica”, spiega Stefanone, “ma presentavano evoluzioni cliniche diverse”. In uno di questi, il paziente simulato sviluppava uno pneumotorace, con collasso del polmone sinistro.

Per rendere la simulazione il più realistica possibile, il manichino è stato calibrato in modo da non ventilare il polmone sinistro, riproducendo fedelmente la condizione clinica: all’auscultazione non era percepibile alcun murmure respiratorio, mentre i parametri vitali variavano in base alle decisioni del team. L’eventuale posizionamento del drenaggio toracico determinava un miglioramento progressivo, mentre il mancato intervento portava a un peggioramento simulato delle condizioni.

“Dal punto di vista tecnico tutti sanno cosa fare”, sottolinea Stefanone. “La complessità vera è organizzativa e relazionale”. Ed è proprio qui che la simulazione mostra tutta la sua efficacia.

Un dialogo continuo e proficuo

Accanto al team operativo erano presenti anche osservatori qualificati: i primari dei servizi coinvolti, la direzione sanitaria e i professionisti che avevano contribuito alla stesura del protocollo. Tutti hanno potuto seguire l’intervento in tempo reale grazie a un sistema audio-video dedicato.

Dopo circa venti minuti di attività, è seguito un lungo debriefing. “È emersa con forza la necessità di chiarire i ruoli fin dall’inizio del turno”, racconta Stefanone. Il giorno successivo, in shock room, è comparsa una lavagna con l’assegnazione preventiva delle funzioni. “È una piccola modifica, ma rappresenta una vera rivoluzione culturale”.

Alle spalle della simulazione, un lavoro complesso di costruzione degli scenari, programmazione dei parametri clinici, trucco realistico del simulatore e rigorose checklist di sicurezza. “La fedeltà alla realtà deve essere altissima”, ribadisce il direttore scientifico, “senza mai perdere di vista la sicurezza”.

“L’obiettivo finale è ridurre il margine di errore nella pratica clinica quotidiana”, conclude Stefanone. “E questo significa, sempre e comunque, aumentare la sicurezza delle cure per i pazienti”.

Daniele Vaira

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