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Economia | 28 gennaio 2026, 07:00

I giochi più antichi del mondo e cosa raccontano di noi

Quando pensiamo ai giochi, li immaginiamo come passatempi leggeri

I giochi più antichi del mondo e cosa raccontano di noi

Quando pensiamo ai giochi, li immaginiamo come passatempi leggeri. Eppure, i giochi più antichi arrivati fino a noi sono anche “documenti” culturali: riflettono idee di destino e abilità, mostrano come le società insegnavano regole e convivenza, e perfino come immaginavano l’aldilà. Le tracce archeologiche (tavole incise, pedine, dadi) e le fonti storiche (dipinti tombali, testi, repertori museali) indicano che, già migliaia di anni fa, l’umanità dedicava tempo a competizioni regolamentate. Non sempre sappiamo esattamente come si giocasse, ma spesso capiamo perché quel gioco contasse.

Senet: il gioco egizio tra quotidiano e sacro

Tra i candidati più famosi al titolo di “gioco più antico”, Senet spicca per continuità iconografica e prestigio sociale. Il British Museum lo descrive come uno dei primi giochi da tavolo conosciuti, con attestazioni che risalgono circa al 3100 a.C., e sottolinea quanto fosse apprezzato anche da figure regali come Tutankhamon e Nefertari. La cosa interessante è che Senet sembra aver cambiato significato nel tempo: da passatempo di corte a possibile metafora del passaggio nell’aldilà (un aspetto che emerge nella cultura funeraria egizia, anche se le regole precise restano oggetto di ricostruzioni).

Il Gioco Reale di Ur: Mesopotamia e regole “scritte”

Se Senet vive molto nelle immagini, il Gioco Reale di Ur (o “gioco delle 20 caselle”) vive anche nella materia: tavole e pezzi sono conservati in musei, e il British Museum data alcuni esemplari al periodo 2600–2400 a.C. Ancora più sorprendente: il British Museum conserva una tavoletta cuneiforme con le più antiche regole note per un gioco da tavolo, registrate circa nel 177 a.C. Questo non significa che il gioco sia nato allora, ma che a quel punto era abbastanza standard da meritare istruzioni dettagliate.

Mehen: la tavola a serpente dell’Antico Egitto

Meno celebre al grande pubblico, Mehen è un esempio perfetto di quanto i giochi antichi siano legati ai simboli. Il British Museum conserva una tavola circolare scolpita come un serpente arrotolato, esplicitamente destinata al gioco chiamato “Mehen”. Qui il gioco diventa anche oggetto rituale: la forma non è decorazione, ma parte del significato. È un promemoria utile: nei mondi antichi, gioco, religione ed educazione spesso non erano compartimenti separati.

Go: l’eleganza della strategia che attraversa i millenni

Il Go è spesso citato come uno dei più antichi giochi da tavolo ancora praticati. Secondo Encyclopaedia Britannica, l’origine è collocata in Cina circa 4.000 anni fa, con una probabile collocazione nel secondo millennio a.C. Il suo fascino sta nel minimalismo: poche regole, ma una profondità enorme. È una lezione storica su come la complessità non richieda componenti ricchi, ma strutture logiche solide.

Backgammon e antenati: dadi, percorso e 3000 a.C.

Quando si parla di “giochi antichissimi” entrano in scena anche i giochi di percorso con dadi, antenati del backgammon. Britannica osserva che i precursori del backgammon sono tra i giochi più antichi e possono risalire fino al 3000 a.C., citando anche un gioco romano (Ludus Duodecim Scriptorum) molto vicino alla forma moderna. Questo filone è importante perché mette insieme due ingredienti umani universali: l’idea di destino (il dado) e quella di decisione (la strategia).

Scacchi: la guerra in miniatura che diventa linguaggio universale

Gli scacchi sono più “giovani” rispetto ai titoli precedenti, ma restano antichi su scala storica. Britannica colloca l’origine in India attorno al VI secolo d.C., come evoluzione di un gioco chiamato chaturanga, e descrive la diffusione verso Medio Oriente ed Europa nei secoli successivi. La loro longevità dipende da un equilibrio raro: regole semplici da apprendere, ma un’abilità che richiede studio, memoria e creatività.

Bingo: da giochi numerici a rituale sociale moderno

Il Bingo è un caso interessante perché non nasce nell’antichità, come Senet o Ur, ma discende da una lunga tradizione di giochi numerici europei. Britannica segnala che una delle forme più antiche legate al Bingo è lotto/loto, registrato come gioco per bambini nel 1778, e ricorda la molteplicità di nomi e varianti nel tempo. Nel Novecento, invece, il Bingo prende una fisionomia riconoscibile: il Strong National Museum of Play racconta come Edwin S. Lowe abbia contribuito a popolarizzare negli Stati Uniti dopo aver visto nel 1929 una versione chiamata “Beano” in un contesto da fiera. 

Oggi il Bingo è soprattutto un formato sociale: una struttura semplice, ripetibile, che mette al centro l’attenzione collettiva e il ritmo della chiamata. E, dato che le abitudini culturali cambiano con i mezzi, è naturale che esistano anche trasposizioni digitali: nel tempo si sono sviluppate varianti e simulazioni del gioco del bingo in versione online, intese come adattamenti funzionali della meccanica tradizionale ai contesti digitali.

Perché questi giochi resistono

La storia dei giochi più antichi non è solo una cronologia di “chi è nato prima”. È una mappa delle nostre ossessioni: il destino e il controllo, la competizione e la comunità, la simbolizzazione (serpenti, percorsi, regni) e la logica pura. Se alcuni titoli si sono persi, altri sono sopravvissuti perché sanno rinnovarsi senza snaturarsi: cambiano i materiali, cambiano i luoghi (tomba, taverna, salotto, schermo), ma resta il nucleo: regole condivise che trasformano il tempo libero in un’esperienza significativa.


 



 

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