Roddi d’Alba, 23 gennaio 1945. È inverno pieno, le colline delle Langhe sono attraversate dalla guerra e dalla paura, e la linea che separa amici e nemici è sottile quanto una voce di paese. In quel giorno Maria Margherita Amodeo, vedova Rossi, viene fermata dai partigiani del Distaccamento “Bessonat” della 48ª Brigata d’Assalto “Dante Di Nanni”.
È sospettata di spionaggio contro la causa partigiana. Bastano poche ore perché il sospetto diventi condanna: interrogata, trattenuta, poi fucilata al petto nei pressi di Perno, nel tardo pomeriggio. Il suo corpo finisce sotto terra nel cimitero locale; un manifesto avvisa la popolazione che la giustizia partigiana ha fatto il suo corso.
La relazione redatta pochi giorni dopo, il 28 gennaio 1945, racconta l’episodio con parole asciutte e senza sfumature. “Certa Margherita Rossi, sospetta spia”, viene definita. Nessuna prova documentata, nessun processo, solo la logica brutale di una guerra combattuta anche contro il tempo e contro il timore di essere traditi.
Nelle Langhe di allora, cuore caldo della Resistenza piemontese, i partigiani garibaldini operano in un territorio costantemente minacciato da infiltrazioni, rastrellamenti, delazioni. Il sospetto diventa arma, la rapidità una necessità, l’errore un rischio accettato.
Oggi, a ottant’anni di distanza, la storia di Roddi d’Alba e della morte di Margherita Rossi riemerge come un racconto che non si lascia archiviare. Non scalfisce il valore storico e morale della Resistenza, ma ne mostra il volto più duro e umano, fatto di scelte irrevocabili e di zone d’ombra.
È il riflesso di una guerra civile in cui l’assenza dello Stato e delle sue garanzie spinge uomini e donne a farsi giudici e carnefici, convinti di difendere una causa più grande.














