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Attualità | 25 giugno 2019, 11:43

All’assemblea dei commercianti albesi le ricette di Carlo Cottarelli: "All’Italia servirebbe una politica dei piccoli passi" (FOTO E VIDEO)

Ospite dei soci Aca alle cantine Marchesi di Barolo, l’ex alto funzionario Fmi e uomo della "spending review" racconta il bivio che attende l’Italia tra manovre in deficit, rischio infrazione Ue, economia al palo e il taglio della tasse cavallo di battaglia di Salvini

Carlo Cottarelli, è nato a Cremona il 18 agosto 1954

Carlo Cottarelli, è nato a Cremona il 18 agosto 1954

Il primo commento è sulla notizia da pochi minuti battuta dalle agenzie, le Olimpiadi invernali 2026 appena assegnate a Milano e Cortina: "Certamente un bel risultato per l’Italia, e peccato davvero che Torino non sia potuta essere della partita. Ma attenzione, ricordiamoci anche cosa avvenne in Grecia, o anche in Brasile, eventi di quella portata vanno gestiti bene….". Poi si è passati dai MiniBot ("certamente è debito, l’unica possibile utilità che vi vedo, dal punto di vista di chi li promuove, può essere quella di abituare gli italiani a un mezzo di pagamento che non sia l’euro, in un’eventualità come il cigno nero ipotizzato da Savona…") alla riduzione delle tasse ("Va sempre bene, ma non se fatta incrementando il debito, questo lo capirebbe anche un bambino…"), per concludere sulle ricette possibili affinché l’Italia possa uscire dal vicolo cieco nel quale si è infilata all’inizio nei primi anni Duemila, da quando cioè "ha iniziato a perdere colpi col forte calo delle sue esportazioni, per ridursi a viaggiare su tassi di crescita sempre inferiori di almeno un punto rispetto alla media europea".

Con questi argomenti l’economista Carlo Cottarelli ha intrattenuto ieri sera, lunedì 24 giugno, i convenuti all’annuale assemblea dell’Associazione Commercianti Albesi, occasione che ha riunito soci e capigruppo del sindacato langarolo presso la storica sede delle Cantine Marchesi di Barolo.

Chiusa l’assemblea vera e propria, tenutasi sotto la guida del presidente Giuliano Viglione, del direttore Fabrizio Pace e del vicedirettore Silvia Anselmo, e archiviati i saluti di rito (col sindaco di Barolo Renata Bianco, il collega albese Carlo Bo, il senatore Marco Perosino e i presidenti della Camera di Camera di Commercio di Cuneo Ferruccio Dardanello, della Fondazione Crc Giandomenico Genta e della Confcommercio regionale, Maria Luisa Coppa), la nutrita platea di soci Aca ha potuto seguire le chiare risposte che l’economista ha fornito al giornalista Marco Zatterin sui principali e controversi temi di un’attualità nazionale negli ultimi mesi costretta a confrontarsi quotidianamente con argomenti quali le regole europee su debito e deficit, la procedura di infrazione che incombe sull’Italia, il futuro del Paese di fronte a scenari quali un aumento dell’Iva che pare pressoché inesorabile e il taglio delle tasse annunciato da Salvini.  

L’ex direttore esecutivo nel board del Fondo Monetario Internazionale, poi uomo della "spending review" (prima incaricato da Enrico Letta, poi messo in un angolo da Matteo Renzi), oggi direttore dell'Osservatorio sui Conti Pubblici italiani dell'Università Cattolica di Milano, ha così detto la sua sul destino del Governo ("Non credo che abbia vita brevissima, i cinque stelle si giocano tutto, mentre mi pare che Salvini non abbia l’intenzione di tornare al vecchio centrodestra") e si è fermato a illustrare le ragioni del complicato rapporto tra un’Italia che fa manovre in deficit e regole europee che taluni giudicano eccessivamente ferree:

"Ormai la gente si è convinta – ha spiegato – che i mali dell’Italia siano colpa dell’Europa e delle sue politiche. E’ passato questo messaggio, prima tramite la televisione, poi attraverso i social. Ovviamente non è così, certo con tutte le sfumature del caso. Io provo a spiegarlo… ormai da qualche anno praticamente faccio il divulgatore… . La verità è che stiamo violando i dettami dell'Ue perché da tre o quattro anni il nostro deficit non scende. L’Europa dice che occorre approfittare dei momenti di crescita per mettere a posto i propri conti, cosa che non abbiamo fatto e non stiamo facendo, anzi. Il problema è che l’attuale Governo non solo non vuole ridurre debito, ma vorrebbe aumentarlo".

Sulla procedura d’infrazione che pende sulla nostra testa: "Quasi tutti i Paesi europei ci sono finiti. Il problema è come reagiamo. Spagna e Francia ad esempio hanno sforato, ma immediatamente hanno corretto il tiro e promesso di rientrare… . Alla fase delle penalità non è mai arrivato nessuno. E incapparci sarà anche costoso, si va da un minimo dello 0,2% fino allo 0.5% del Pil, da 2 a 9 miliardi di euro".

Abbassare tasse in questo quadro è una buona ricetta? "Buonissima, ma andrebbe fatta tagliando la spesa, non aumentandola. L’aumento dell’Iva contenuto nelle cosiddette clausole di salvaguardia in passato serviva 'a far finta' che il deficit sarebbe andato riducendosi. Ora servono a evitare che non salga ancora, c’è una differenza sostanziale. Per scongiurare quell’aumento ora servirebbero 23 miliardi, oltre ai 3-4 miliardi che ogni anno emergono nel bilancio dello Stato come fabbisogno non previsto. Il taglio delle tasse di Salvini ne costerebbe altri 15, cosicché il conto porta a 42 miliardi. Io, nell’analisi della spending review fatta anni addietro, ero arrivato a contare 32 miliardi di possibili risparmi sulla spesa, e oltretutto in tre anni. La vedo molto difficile, in sostanza, a meno di, appunto, non farla a debito. Il che non solo è contrario alle regole Ue, ma molto pericoloso per un Paese come il nostro, sempre sulla sponda del burrone e vulnerabile più di altri a possibili crisi".   

Come se ne esce allora? "L’unica strada che io vedo è un percorso di riforme, una politica dei piccoli passi. Per tornare alla crescita serve una combinazione tra incremento delle esportazioni e degli investimenti privati. Il calo dell’export è alla base della scarsa crescita italiana degli ultimi 15-20 anni. Negli anni qualcuno ha pensato di rilanciarlo uscendo dall’euro, ma sarebbe comunque una ricetta costosa. Allora non restano che i piccoli passi, a partire dalla riduzione del costo del lavoro e di quello che deriva dalla nostra burocrazia, due elementi che pesano pesantemente sulla competitività delle nostre imprese, insieme a una giustizia civile ancora troppo lenta. Ridurre le tasse va bene, ma bisogna farlo tagliando le spese".

Ezio Massucco

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