Riceviamo e pubblichiamo.
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Gentile direttore,
il Sipri, istituto indipendente di Stoccolma, ha stimato che la spesa militare mondiale nel 2026 si avvia a superare i 3.290 miliardi di dollari, segnando il dodicesimo record storico consecutivo della spesa militare globale.
A marzo 2025 Ursula von der Leyen ha presentato il programma "ReArm Europe" (poi chiamato "Readiness 2030"), un piano di difesa e riarmo da 800 miliardi di euro entro il 2030 per incrementare le spese militari dei 27 membri dell'Unione Europea.
Tre mesi dopo, al vertice Nato dell'Aia, i 32 Paesi alleati – tra cui l'Italia – hanno approvato una dichiarazione per impegnarsi a innalzare la spesa militare almeno al 5% del Pil entro il 2035.
L'Italia nel 2026 raggiungerà il livello record di spese militari di oltre 34 miliardi di euro (circa il 2% del Pil), di cui 13 destinati all'acquisto di nuovi sistemi d'arma.
Il 2 ottobre scorso il Consiglio dei ministri ha previsto uno scostamento di bilancio di 29 miliardi per il biennio 2027-2028, di cui la metà destinati a spese militari.
Contemporaneamente all'aumento delle spese militari è aumentato in questi anni anche il numero delle guerre: questo dimostra che il riarmo non serve come deterrente. Non sono state invece finanziate serie iniziative diplomatiche e politiche, unico strumento utile per arrivare a una tregua dai combattimenti e avviare trattative di pace.
Di fronte a questi dati oggettivi, sorgono due semplici domande: con questi provvedimenti si può costruire un futuro di pace oppure alimentano soltanto una folle corsa agli armamenti che rende il mondo ancora più instabile? In questo momento quali sono gli investimenti davvero prioritari per l'Italia? La corsa agli armamenti è davvero uno di questi?
Tavolo della Pace Savigliano














