Alla vigilia della Douja d'Or 2026, la storica rassegna che dall'11 al 20 settembre accenderà i riflettori nel cuore di Asti sulle eccellenze enologiche piemontesi (come raccontato nell'articolo che ne ha documentato la presentazione milanese), il comparto delle bollicine aromatiche piemontesi si prepara a vivere un momento cruciale di confronto e visibilità. Alla guida del Consorzio di Tutela dell'Asti e del Moscato d'Asti DOCG siede Stefano Ricagno, figura che unisce la competenza tecnica alla visione diretta di produttore radicato tra i vigneti patrimonio Unesco.
In una fase segnata da vendemmie sfidanti, riassetti geopolitici internazionali e mutamenti profondi nelle abitudini dei consumatori in tutto il mondo, Ricagno illustra le strategie di tutela, le attività di valorizzazione e la direzione futura di una denominazione storica che abbraccia 51 Comuni piemontesi.
Presidente, da tecnico e produttore conosce a fondo ogni passaggio della filiera: quali priorità ha fissato alla guida del Consorzio per imprimere una rotta chiara alla denominazione?
Fin da quando sono entrato nel consiglio di amministrazione, al di là delle cariche che si sono susseguite, ho cercato di dare molta attenzione sia alla gestione interna e operativa quotidiana del Consorzio, sia a tutta la fase di programmazione almeno semestrale, per non dire triennale, delle attività di valorizzazione e di promozione. Metterei prima la valorizzazione rispetto alla promozione, perché è un termine a trecentosessanta gradi che comprende anche tutta la tutela che il Consorzio ha la possibilità di svolgere sui mercati del mondo per la propria denominazione, attraverso attività di monitoraggio per evitare che ci siano bottiglie 'fake' o prodotti alternativi, e poi tutta la promozione nazionale, internazionale e regionale. A questo si aggiunge lo sviluppo portato avanti in questi anni, dalla modifica del disciplinare con l'inserimento di nuovi prodotti come l'Asti Rosé allo sviluppo dei cocktail a base di Asti, fino alla serie di sistemazioni del disciplinare nell'ottica di liberalizzare la possibilità per le aziende socie di immettere sul mercato il prodotto con diverse modalità e brand, superando regole interne del passato che restringevano molto il campo d'azione.
La Douja accende i riflettori su Asti, ma la DOCG unisce 51 Comuni tra Astigiano, Cuneese e Alessandrino: come si valorizza questa coralità durante l'evento più importante dell'anno?
La coralità è data dal fatto che - con la sola eccezione di quando si deve donare delle magnum o garantire una rappresentatività mediatica di rilievo, come avviene ad esempio alle Nitto ATP Finals, dove il Consorzio non può mostrare a livello mondiale una marca privata specifica - il Consorzio utilizza sempre i prodotti delle aziende associate in tutte le manifestazioni e non un prodotto a proprio marchio. Naturalmente così sarà anche in occasione dell'imminente Douja, dove ciascun produttore associato potrà trovare opportuno spazio e visibilità.
Con l'inizio di settembre la raccolta delle uve moscato bianco è ormai alle battute finali: che riscontri arrivano dalla vigna su qualità, quantità e tenuta dei vigneti?
La vendemmia attuale presenta un'altissima qualità dell'uva, al netto di alcune situazioni in cui il grande caldo ha creato danni da scottatura in alcuni vigneti e areali, in particolare sui sorì, le punte più estreme e alte delle colline esposte a sud. Ma l'annata resta di altissima qualità, con uve sane come raramente ho visto nella mia vita: il prodotto che sta uscendo è davvero un oro delle nostre colline. Sia dal punto di vista qualitativo sia quantitativo, avendo fissato una resa a 85 quintali per ettaro più 15 quintali di eventuale supero, siamo centrati. C'è stata un'asciugatura causata dal clima che conferma la resa definita, scelta però resa necessaria dalle dinamiche di mercato, anche se questo comporta una minore redditività per i viticoltori. Sappiamo che a livello viticolo ci sono difficoltà legate alla produzione lorda vendibile, ma il comparto dell'Asti Spumante e del Moscato d'Asti resta in Piemonte quello in maggior equilibrio, su cui si basa gran parte dell'economia agricola di Langhe, Monferrato e Roero. Abbiamo una denominazione ampia che genera valore e siamo attenti affinché non si eroda, portando avanti azioni di sviluppo e promozione e chiedendo alle aziende di fare altrettanto per salvaguardare l'intera filiera.
Tra tensioni geopolitiche e cambiamenti nei consumi, come stanno performando Asti Spumante e Moscato d'Asti all'estero e su quali mercati state puntando?
Negli ultimi quindici anni la denominazione ha perso quote e appeal sul mercato nazionale, ma negli ultimi cinque o sei anni abbiamo voluto riprendere un'attività promozionale costante che evolve ogni anno, proprio per non arretrare ulteriormente in Italia e cercare di recuperare posizioni, come dimostra l'introduzione dell'Asti Rosé. Nel grande mercato europeo, in particolare in Germania che è sempre stata fondamentale pur registrando una defezione negli ultimi dieci anni, continuiamo a lavorare. Sicuramente le guerre nell'Est Europa stanno creando grossi problemi: per l'Asti Spumante la Russia rappresentava un mercato da quasi 15 milioni di bottiglie e ne abbiamo perse quasi la metà nell'arco degli ultimi tre anni, con un peso non indifferente. Allo stesso modo stiamo faticando a mantenere volumi importanti sul mercato americano con il Moscato d'Asti, non tanto per una questione di dazi, ma per un netto cambio nelle abitudini di consumo statunitensi. Non è una situazione semplice, serve un grande impegno sia a livello consortile sia da parte delle singole imprese.
La richiesta globale premia freschezza, versatilità e gradazioni moderate: in che modo l'Asti DOCG sta intercettando i gusti dei più giovani, dall'aperitivo alla miscelazione?
Noi siamo su quella linea da sempre. Anche se il consumatore nazionale ci conosce storicamente soprattutto come vino dolce da abbinare al dessert, all'estero, che rappresenta il nostro mercato principale, non siamo affatto relegati a fine pasto: il consumatore straniero ci sceglie in diversi momenti della giornata. Siamo un vino da aperitivo, perfetto anche con il salato, siamo un vino da cocktail, da 'tè delle cinque' o ideale alle 11 per un brindisi fresco e persino energetico grazie alla componente zuccherina naturale. La versatilità è amplissima: con la nuova versione Rosé, ottenuta insieme all'altra uva aromatica piemontese che è il Brachetto, abbiamo voluto offrire un'innovazione importante non solo dolce, che piace molto alle aziende e che viene utilizzata con grande interesse. Abbiamo quasi un secolo di storia e c'è tanto lavoro da fare, ma è indispensabile che tutti gli attori della filiera si impegnino attivamente per fare mercato in modo moderno.
Guardando al futuro, qual è la sfida principale per tutelare il reddito di tutti gli attori della filiera, dai piccoli viticoltori alle grandi case spumantiere?
La sfida principale è lavorare uniti, condividendo pochi e chiari obiettivi per garantire la sostenibilità economica a tutta la filiera. Una filiera del vino è composta da tre attori ben precisi: i viticoltori, i trasformatori e le aziende imbottigliatrici, a prescindere da chi svolga uno o più di questi passaggi. L'obiettivo irrinunciabile è dare solidità economica a tutte e tre le anime del comparto. Per riuscirci bisogna condividere intenti e azioni, presentandosi sul mercato compatti e parlando con la stessa voce.












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