C’è un vuoto nella lingua italiana per descrivere il dolore più grande e innaturale che un essere umano possa sperimentare. Nessun genitore, infatti, dovrebbe vedere morire il proprio figlio e questo fino ad oggi non ha avuto un nome. Se chi perde i genitori è un "orfano" e chi perde il coniuge è un "vedovo", per un padre o una madre a cui muore un figlio non è mai esistita una parola. Per quel vuoto sociale, culturale e identitario è stato recentemente proposto: "atefano".
Ora la proposta ha fatto un nuovo passo verso il riconoscimento ufficiale, approdando all’Accademia della Crusca che sta vagliando l’utilizzo del termine “atèfano” per descrivere i genitori che sopravvivono ai propri figli.
L’iniziativa per colmare questa mancanza è partita dal cuore delle istituzioni locali: l'Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale del Piemonte, insieme al Consiglio regionale della Liguria, ha presentato un Ordine del giorno per promuovere e diffondere questo neologismo, con l'obiettivo di dare dignità linguistica e sociale a una condizione definita "contro natura" dallo stesso documento.
Ma ancora prima, dietro la nascita di questo neologismo, c'è la storia di Rachele Franchelli, scomparsa a causa di un tumore cerebrale dopo 18 mesi di cure. La sua famiglia ha fondato l'Associazione "Rachele Franchelli – Uno Sguardo Senza Confini APS" per supportare la ricerca e mantenere viva la sua memoria. Come racconta la mamma, Silvia Ravera, l'esperienza devastante della malattia ha spinto la famiglia a cercare un nome per chi vive questa sofferenza, affinché si trasformi in un lutto capace di portare amore. A spiegare la genesi linguistica è il fratello di Rachele, Gastone Franchelli, che ha cercato una formula affidandosi al greco antico grazie alla consulenza di esperti dell'Accademia della Crusca come Vittorio Coletti e Achille.
Dal punto di vista etimologico, "atefano" nasce per crasi da tre elementi: la ‘a-’ privativa, ‘té-’ (abbreviazione del greco téknon, ovvero figlio) e ‘-fano’, derivato da orphanós (privo, mancante). La proposta definisce il vocabolo sia come aggettivo che come sostantivo, indicando colui "che ha perduto un figlio o i figli" o il "genitore in lutto per la morte di un figlio".
Il presidente del Consiglio regionale del Piemonte, Davide Nicco, aveva sottolineato come questo fosse un modo per far sentire la vicinanza delle istituzioni nei confronti di chi ha subito il peggior dolore della vita, pur non trattandosi di una tipica attività legislativa. Gli fece eco Franco Graglia, vicepresidente del Consiglio piemontese e primo firmatario dell'Odg, parlando di un appuntamento in cui la parola chiave è il cuore, sostenuto in Liguria dal consigliere segretario Angelo Vaccarezza, il quale ribadì l'importanza delle parole per rendere riconoscibile una condizione così tragica. L’Ordine del giorno ha impegnato la Giunta piemontese a promuovere il termine su portali web, social e uffici stampa, e a farsi portavoce presso il Governo nazionale.
Anche se un neologismo entra nella lingua attraverso l'uso spontaneo nel tempo, la proposta ha già ottenuto il forte sostegno del Consiglio ligure e il riconoscimento dell'Istituto Giannina Gaslini. La necessità di questa parola trova riscontro anche nella testimonianza di Franco Zanet, autore del libro "Noi che non abbiamo nome" e padre di Alessandro, medico scomparso dieci anni fa, il quale ricorda come la reazione al dolore possa trasformarsi in servizio per gli altri.











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