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Sport | 24 giugno 2026, 19:16

MOTOCROSS / Roberto Boano, quando in Granda il motocross era una religione popolare

Addio al campione caragliese: protagonista di un’epoca irripetibile, tra fango, polvere e piste gremite da decine di migliaia di appassionati

Roberto Boano in una curva sul tracciato della Colletta di Busca

Roberto Boano in una curva sul tracciato della Colletta di Busca

C’erano anni in cui il motocross, in provincia di Cuneo, era molto più di uno sport. Era un rito collettivo, una passione capace di richiamare folle che oggi sembrerebbero impensabili. Venticinque, a volte trentamila persone assiepate lungo i tracciati dell’America dei Boschi di Bra o della Colletta di Busca per ammirare i grandi campioni delle due ruote artigliate. Erano i tempi di Canzio Tosi, dell’inarrivabile Emilio Ostorero, di Giuseppe Cavallero e Paolo Piron. E, oltre confine, dei miti assoluti Roger De Coster e Heikki Mikkola.

Roberto Boano, scomparso all’età di 76 anni, era figlio di quell’epoca. Anzi, ne era una delle espressioni più autentiche. Insieme al saluzzese Ivano Bessone si affacciò a quel mondo straordinario tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, quando i giovani talenti piemontesi inseguivano il sogno di emulare i loro idoli. Ostorero, di Avigliana, e Cavallero, di Volpiano, incarnavano una rivalità sportiva che divideva il Piemonte e alimentava la fantasia di un’intera generazione di ragazzi.

Tra quei ragazzi c’erano proprio Boano e Bessone. Anche tra loro esisteva una sana competizione. Roberto, nato e cresciuto a Caraglio, rappresentava il cuore più cuneocentrico del motocross provinciale; Ivano raccoglieva invece il tifo della zona saluzzese e del nord della Granda. Erano schermaglie sportive che si consumavano in pista, perché fuori dai circuiti prevalevano sempre l’amicizia, la stima e il rispetto reciproco.

Boano era estro puro. Aveva il talento di chi viveva la moto come una naturale estensione di sé stesso. Per allenarsi si era persino costruito una pista dietro casa, a Paniale di Caraglio, insieme all’amico Gianfranco Borgogno, per tutti semplicemente “Burghy”. Quel tracciato, nato dalla passione e dall’entusiasmo di due giovani motociclisti, sarebbe stato anche teatro di una tragedia: proprio lì Borgogno perse la vita in seguito a una caduta.

La vita di Roberto fu segnata anche da altre amicizie profonde, come quella con Enzo “Ociu” Costamagna, altro caragliese doc e compagno di una lunga stagione di motociclismo e di vita, scomparso anch’egli pochi mesi fa. Oggi, nel ricordo di Boano, riaffiorano inevitabilmente anche i volti di quegli amici che hanno condiviso con lui sogni, sacrifici e avventure.

Poi arrivarono i grandi traguardi. Le partecipazioni alla Parigi-Dakar, tra gli anni Settanta e Ottanta, la notorietà conquistata sul campo e le soddisfazioni professionali. Con la moglie Silvana diede vita alla prima concessionaria Honda del Cuneese, una realtà che ancora oggi rappresenta un punto di riferimento per gli appassionati grazie al lavoro dei figli Jarno e Ivan.

Eppure, nel momento dell’addio, viene spontaneo tornare al Boano delle origini. A quel ragazzo che affrontava piste delimitate da semplici fili di ferro, talvolta persino spinati. Tracciati duri e spartani, dove si correva con qualsiasi condizione atmosferica: sotto il sole cocente, nel fango di temporali che trasformavano il terreno in acquitrini, qualche volta persino nella neve.

Erano tempi in cui si arrivava alle gare con l’auto e il carrello al seguito, con la moto preparata dal meccanico sotto casa. Entrare in una vera scuderia rappresentava un salto di qualità enorme. La Norda, allora, era il sogno di tanti: significava viaggiare su un furgone invece che con il carrellino e avere, lusso dei lussi, un meccanico ufficiale al proprio fianco.

Roberto Boano si è fatto strada così, con la gavetta, le cadute, le sconfitte e le inevitabili “scoppole” che tempravano il carattere prima ancora del fisico. Successi e riconoscimenti sarebbero arrivati più tardi, fino alle leggendarie avventure nei rally africani. Ma quella è un’altra storia.

Per chi lo ha conosciuto e per chi ha vissuto quella stagione irripetibile del motocross piemontese, resta soprattutto il ricordo del primo, autentico Boano: il ragazzo di Caraglio che inseguiva i propri sogni tra la polvere d’estate e il fango d’inverno, quando il motocross era davvero una cosa sacra.

Ciao, Roby.

Cesare Mandrile

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