(Adnkronos) -
"L'Iran è stato annientato". Parola di Donald Trump. L'intelligence, però, smentisce il presidente degli Stati Uniti e delinea un quadro totalmente diverso. Teheran è ancora una minaccia perché dispone di missili in abbondanza. Trump, nelle ultime settimane, ha descritto un nemico in ginocchio: "L'Iran non ha più la Marina, non ha l'Aeronautica, le scorte di missili sono quasi esaurite", ha detto e ripetuto il presidente americano. Le informazioni fornite dalle agenzie di intelligence ai membri del Congresso, in sedute a porte chiuse, sono nettamente differenti.
La Repubblica islamica, come scrive il New York Times, ha ripristinato l'accesso operativo a 30 dei 33 siti missilistici lungo lo Stretto di Hormuz: i pasdaran quindi sono in grado di minacciare, e in teoria, colpire, le navi da guerra degli Stati Uniti e le petroliere americane che attraversano il braccio di mare, decisivo per il commercio del 20% del greggio mondiale. L'Iran, secondo le informazioni citate dal quotidiano, può utilizzare rampe di lancio mobili all'interno dei siti ed è in grado di spostare i missili. Solo tre siti missilistici lungo lo stretto sono totalmente inaccessibili. Nel complesso, secondo le stime, Teheran può contare ancora su circa il 70% dei dispositivi mobili di lancio sul territorio nazionale e conserva all'incirca il 70% del suo arsenale: tale dotazione comprende sia missili balistici, in grado di colpire altri Paesi della regione, sia una minore quantità di missili da crociera, utilizzabili contro obiettivi a distanza inferiore, sia terrestri che navali. Immagini satellitari e informazioni acquisite con altre tecnologie di sorveglianza autorizzano a ritenere, inoltre, che l'Iran abbia riacquistato l'accesso a circa il 90% delle sue basi sotterranee per lo stoccaggio e il lancio di missili: le strutture ora risultano "parzialmente o completamente operative", come affermano fonti citate dal New York Times.
I dati delineano uno scenario non coerente con le affermazioni di Trump. Già il 9 marzo, appena 10 giorni dopo l'inizio dell'operazione Epic Fury, il presidente alla Cbs dichiarava che i missili iraniani erano "ridotti a pochi esemplari" e che il Paese non aveva "più nulla in termini militari". Sulla stessa linea le parole di Pete Hegseth: il segretario alla Difesa l'8 aprile sottolineava in conferenza stampa al Pentagono che gli attacchi di Usa e Israele avevano "decimato l'esercito iraniano, rendendolo inefficace in combattimento per gli anni a venire".
Secondo i media americani, sono gli Stati Uniti a dover fare i conti con una gestione complicata di armi e munizioni. Trump e i suoi consiglieri hanno ripetutamente negato che le scorte siano state ridotte a livelli pericolosamente bassi dalla guerra contro Teheran. Il Pentagono avrebbe anche rassicurato i partner europei, che hanno acquistato miliardi di dollari di munizioni dagli Stati Uniti per conto dell'Ucraina. "Abbiamo munizioni sufficienti per quello che ci è stato assegnato in questo momento", ha detto il generale Dan Caine, comandante degli Stati maggiori congiunti, in un'audizione davanti ad una sottocommissione della Camera dei Rappresentanti.
Secondo il New York Times, gli Stati Uniti hanno utilizzato cirrca 1.100 missili da crociera stealth a lungo raggio durante la guerra, un numero vicino alla quantità totale di missili ancora presenti nell'arsenale americano. Gli Usa hanno anche lanciato più di 1.000 missili Tomahawk, circa 10 volte il numero che il Pentagono acquista in un anno. Inoltre, sono stati impiegati più di 1.300 missili intercettori Patriot durante la guerra: la quantità corrisponde circa alla produzione totale di 2 anni. Per riempire i magazzini serviranno anni, scrive il NYT. Lockheed Martin, evidenzia il quotidiano, produce attualmente circa 650 intercettori Patriot all'anno. L'azienda ha annunciato l'intenzione di aumentare la produzione fino a 2.000 unità all'anno. Basterà per soddisfare Trump?











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