Un romanzo che non può essere davvero raccontato, va solamente letto. È quello che ci consegna Franco Zanet, storico dirigente scolastico, passato anche dall’Istituto Velso Mucci di Bra.
“Noi che non abbiamo nome” (Phasar editore) è un libro autentico a cui non manca davvero nulla. Si attacca alle fragilità, al lato oscuro degli esseri umani, nel tentativo di capire se esiste una redenzione, o se il buco nero che si è scavato negli anni serva solo a piombare in un abisso ancora più oscuro. Si può rinascere o si è solo destinati a inciampare nel tentativo?
Dalla trama che ci è stata fornita, la storia già dal suo avvio getta le basi per un rompicapo, ispirata a vicende di cronaca nera che hanno interessato direttamente il suo autore, per quanto molti fatti, che costituiscono parte preponderante della storia, sono assolutamente di fantasia.
Si parte dalle congetture elaborate dai coniugi Romilda e Gian Luigi, che il lettore incontra nell’androne di un condominio di periferia a Milano. La circostanza è la più tragica che si possa immaginare: in una mansarda è stato rinvenuto suicida il loro unico figlio. Le parole del medico legale non lasciano dubbi: la morte è dovuta a somministrazione di una dose massiccia di Propofol.
Giulio era un brillante medico di 36 anni. Lavorava come anestesista in una clinica, abitava da solo, aveva una vita sentimentale complicata, amava suonare la chitarra e fare jogging. La tragica scoperta induce i coniugi a intraprendere viaggi alla ricerca di speranza e di consolazione.
Fin dall’inizio registrano ogni riflessione ogni fatto e ricordo su un diario, poiché, man mano che il tempo passa, i dubbi sulla versione della morte aumentano. Indagano sul loro passato e su quello del figlio per scoprire se qualcuno potesse odiarli ed odiarlo tanto. Li aiuta nella ricerca una vicina di casa, Francesca. Non essendo venuti a capo di nulla incaricano un’agenzia di investigazione. Consegnano ai due detective, Josette e Andrea, il diario dove qualche sospetto è comunque riportato…
“Noi che non abbiamo nome” è un romanzo denso di adrenalina che racchiude verità, fantasia e tinte malinconiche. Ma del resto, se si vuole provare a dipingere l’animo umano, la tavolozza di colori deve essere ampia e variegata.
E in questa spirale il lettore rimane quasi imbrigliato e sorpreso per la scrittura, prima ancora che per la storia, per il reticolo di emozioni che si intrecciano nel buio. Per quello spiraglio di luce, debolissimo o forse no, al quale non resta che aggrapparci. Feriti, ma vivi.















