C’è un modo di arrivare che non coincide con il dire e con il fare. Don Claudio Carena, parroco del Duomo di Alba da alcuni mesi, lo ha praticato fin dall’inizio: entrare senza occupare spazio, senza dichiarazioni programmatiche altisonanti, lasciando che il tempo preceda le parole. Non per riservatezza caratteriale, ma per convinzione profonda. “Dire troppo, ora, sarebbe superficiale”.
La lettera ai fedeli scritta prima dell’ingresso – oggi distante tre mesi – resta sullo sfondo come un testo di contesto, quasi un manifesto iniziale. Non viene riproposta, ma ritorna nelle parole, come se ne fosse diventata la grammatica quotidiana. “Prima dei progetti vengono le comunità e prima delle comunità le persone”: allora era un modo di presentarsi, oggi è un criterio operativo. La città lo ha già visto all’opera, ma sempre senza enfasi.
Nel racconto di questi primi mesi, ciò che emerge con chiarezza è una parola raramente pronunciata con tanta nettezza: fatica. Non come lamento, ma come dato oggettivo. “Ho quasi sessant’anni e mi trovo a ricominciare quando, nella vita ordinaria, a quest'età, molti cercano di rallentare o di andare in pensione”. Una fatica concreta, quotidiana: imparare nomi e volti, chiedere più volte le stesse informazioni, accettare di non avere ancora una mappa chiara di una comunità complessa, stratificata, con una storia lunga alle spalle.
È anche da qui che nasce la sua ritrosia ad apparire. Non chiusura, ma attenzione. La parola, per Don Claudio Carena, non è mai neutra: chiede tempo, verifica, rilettura. Se detta troppo presto, rischia di tradire la realtà più che raccontarla.
Questo atteggiamento non è improvvisato. Alle spalle c’è un percorso lungo, che però non viene mai esibito come titolo. Sacerdote da trentaquattro anni, Don Claudio ha attraversato stagioni e contesti molto diversi. Dopo un periodo di formazione a Bologna, con il conseguimento della licenza in teologia, è stato viceparroco a Monforte, insegnante in seminario e nelle scuole statali, quindi vicerettore del seminario. Ha guidato per dieci anni l’unità pastorale di Baldissero, Montaldo Roero e San Rocco di Montaldo, per poi essere parroco per tredici anni a Cristo Re. Oggi, oltre al ministero nelle tre parrocchie del Centro storico di Alba, mantiene l'incarico di Vicario generale della Diocesi ed insegna a Fossano all’Istituto Superiore di Scienze Religiose.
Eppure, quando si parla di “carriera”, la parola viene subito rovesciata. “Nella Chiesa l’unico modo di fare carriera è salire verso il basso”, dice, usando un ossimoro che non è una battuta, ma una chiave di lettura. Salire nel servizio, non negli onori. È lo stesso principio che rende naturale il suo dichiararsi “ultimo arrivato”, non come formula di stile, ma come postura reale.
Le giornate, oggi, sono fatte soprattutto di incontri. “Sto cercando di conoscere le persone, i collaboratori, le realtà già esistenti. Non abbiamo fatto nulla di straordinario, solo ciò che è quotidiano in tutte le parrocchie”. E proprio per questo, raccontarlo ora sarebbe improprio. L’ordinario, se esposto troppo presto, diventa cliché. Meglio lasciarlo sedimentare. Nelle parole torna più volte un’idea centrale: prima delle risposte vengono le domande. “Lasciarsi abitare dalle domande è importante”. Non tutto deve essere chiarito subito, non tutto deve trovare una soluzione immediata. Si rischierebbero risposte facili, che sono facili, ma non sono risposte.. È la vita delle persone, dice, a rendere il Vangelo concreto, più ancora delle formulazioni. La Parola orienta, ma poi è l’esperienza a darle carne.
Da qui emergono i due pilastri che attraversano tutto il suo racconto. Da una parte la Parola e l’Eucaristia, come presenza quotidiana che sostiene e interpella, talvolta inquieta. Dall’altra, la storia delle persone. “Più vado avanti e più mi accorgo di quanta bellezza silenziosa c’è nelle vite che incontro”. Persone senza titoli, senza visibilità, che vivono il Vangelo in modo alto, spesso nascosto. È lì che dice di ricevere più di quanto dà. Anche il tema dell’umiltà non viene mai rivendicato, ma problematizzato. “Mi piacerebbe essere umile. Non penso di esserlo”.
Poi l’etimologia, che torna spesso nel suo modo di parlare: humus, terra. Umiltà come consapevolezza di ciò che si è. Verità fontale del nostro essere "umani". Arrivare dopo figure importanti - come quelle di tanti predecessori - non significa cancellarle, ma riconoscerle ed imparare da loro. Nella lettera iniziale aveva scritto di sentirsi “un nano sulle spalle di giganti”.
Oggi quella frase non chiede spiegazioni: si vede e viene ripetuta. Al Duomo di Alba, questo primo tempo non è ancora quello dei progetti, ma della conoscenza reciproca. Un tempo che accetta la lentezza, che non teme l’inadeguatezza iniziale, che preferisce l’ascolto all’enunciazione. In una città abituata alle parole, forse è già una forma di testimonianza.














