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Attualità | 16 gennaio 2026, 16:03

“Imparare a resistere nel buio": Alba dà l’ultimo abbraccio a Paolo e Francesco Foglino

Nella chiesa di Cristo Re colma e in un silenzio che ha unito la città, l’omelia intreccia memoria e poesia. Tra musica e parole, la promessa di non lasciare che la morte sia l’unica voce: “Death is not the end”

Un abbraccio silenzioso, commosso, incredulo, fuori dal sagrato della chiesa di Cristo Re ad Alba, ha accolto i feretri di Paolo e Francesco Foglino. La città si è fermata per l’ultimo saluto a padre e figlio, uccisi dal monossido di carbonio. Tra i presenti il sindaco Alberto Gatto, la vice sindaca Caterina Pasini, gli assessori Roberto Cavallo e Donatella Croce, consiglieri di maggioranza e opposizione, l'ex sindaco e consigliere Maurizio Marello, agenti della polizia municipale, primi cittadini del territorio – tra cui il sindaco di Bra Gianni Fogliato –, l'assessore di Guarene Claudio Battaglino,  il consigliere regionale Daniele Sobrero e poi amici, conoscenti, volti comuni, in un cordoglio compatto che ha attraversato la chiesa e si è riversato anche fuori, sui social, dove continuavano ad arrivare messaggi di stima e di conforto per una famiglia conosciuta e ben voluta

Paolo e Francesco erano figlio e nipote di Leopoldo “Franco” Foglino e della moglie Anna Maria Cane, lui dirigente Ferrero in pensione e assessore comunale nella prima giunta del sindaco Marello. Figure fortemente impegnate nel terzo settore e nel volontariato albese, capaci di lasciare una traccia concreta nella vita della città.

Dentro quelle stesse radici, però, negli ultimi anni si è addensata una prova dopo l’altra. Al giugno 2022 risale la prematura scomparsa di Francesco, altro figlio della coppia, cooperante a La Paz, in Bolivia, dove aveva fondato l’associazione Ape Italia, stroncato da un malore ad appena 51 anni. Un anno più tardi, nell’estate 2023, la sorella Chiara aveva perso il marito, Massimiliano Manera. Dolori ravvicinati, ferite che non fanno in tempo a rimarginarsi perché subito la vita ne apre un’altra.

In chiesa gli occhi lucidi erano dappertutto. Nelle prime file, i professori e i compagni di classe del liceo Cocito e gli amici del diciassettenne, che già gli avevano lasciato un messaggio per ricordarne la leggerezza e la capacità di stare accanto: “Ci hai contagiato con la tua spensieratezza e la tua voglia di scherzare, di stare con gli altri e di fare festa, senza comunque dimenticare che anche nei momenti difficili eri pronto a far sentire la tua vicinanza, in parole povere un vero compagno di viaggio”.

Un compagno di viaggio, appunto. E nell’omelia quella parola sembra espandersi, come se la comunità intera fosse stata costretta – ancora una volta – a fare i conti con il tratto più duro del cammino: quello in cui non si comprende, non si spiega, non si aggiusta nulla. Si resta. Si regge. Nell'omelia di don Pierluigi, accompagnato da Don Gianluca, parole di luce, nonstante tutto.

Tra le passioni trasmesse da padre in figlio, è stata ricordata la letteratura. E insieme a essa la scelta della poesia come modo di stare dentro il mondo: non per abbellirlo, ma per attraversarlo con un linguaggio che non si accontenta dell’ordinario. Nella poesia – è stato detto – non c’è nessuna parola ordinaria: ogni parola è chiamata a pesare, a farsi essenziale, a dire quello che altrimenti resterebbe muto. È lì che si perde l’ordine delle cose “definite normali”, perché la poesia non conserva la normalità: conserva la verità.

E allora, nel cuore di un dolore così vasto, si è affacciata una certezza ostinata: la morte non cancella ciò che la vita di Paolo e Francesco è stata. Non cancella ciò che hanno costruito, le relazioni, la presenza, i gesti piccoli che diventano enormi quando non ci sono più. Non cancella ciò che hanno lasciato negli altri.

La passione più grande di Paolo, si è ricordato, era la musica. E proprio la musica, in quel momento, ha avuto il ruolo che spesso le appartiene quando la lingua si spezza: tenere insieme. Offrire una frase che non è una consolazione facile, ma un appiglio. È stato citato Nick Cave, che ha perduto due figli, e la sua confessione lucidissima: “Mi sembra che se amiamo soffriamo. E questo è l’accordo. Amore e dolore sono intrecciati per sempre.” Non come rassegnazione, ma come una verità dura: amare significa esporsi, e quell’esposizione non ha sconti. "Imparare a resistere nel buio". Un'altra frase che lascia il segno.

Poi, mentre le note riempivano lo spazio, è arrivata anche una canzone di Bob Dylan. “Death is not the end.” 

Un affetto condiviso e un messaggio di speranza

Dentro la celebrazione, le preghiere dei fedeli hanno raccolto in poche frasi il ritratto di una casa e di una comunità. È tornata l’immagine della casa Foglino “sempre aperta al mondo”, e con essa l’idea che il dolore, quando è vero, non resta mai chiuso entro un confine: si allarga, diventa vicino a chiunque pianga un figlio. “Ci sentiamo vicini alle famiglie dell’Iran e del mondo”, è stato detto, perché la perdita dei figli è una ferita che non chiede passaporto. E in quel dolore, la domanda – semplice e durissima – è risuonata come un affidamento: che da tutto questo possano nascere germogli di vita.

Poi il pensiero si è fatto più intimo, quasi domestico, rivolto a Francesco e alla sua presenza: “Francesco era sempre positivo”, e nella preghiera è diventato richiesta concreta, umana: aiutaci a superare questo momento facendoci arrivare un sorriso, come lui avrebbe fatto. Un modo di dire che ciò che si è stati non finisce, ma continua a cercare spazio negli altri, nella memoria, nei gesti che si salvano.

Tra le parole più nette, una frase ha messo insieme due diritti che spesso sembrano opposti, e invece stanno nella stessa mano: “Abbiamo il diritto di piangere e il dovere di sperare”. E da lì, quasi naturalmente, l’invito si è spostato fuori dalla chiesa, verso chi non era presente ma sentiva la stessa stretta: “Per questo vi chiediamo, ovunque siate, di raccontare questa comunità di Alba splendida”

E in mezzo a tutto, senza bisogno di spiegazioni, si è affacciata l’immagine più difficile da reggere: “Tutti qui abbiamo in mente due mamme, Anna e Flavia, che hanno perso due figli”

Nel finale, la voce della comunità musulmana ha portato una chiusura che non divide, ma unisce: “La morte è una verità che tocca tutti noi”. Una verità che stringe nel dolore e, nello stesso tempo, può aprire un varco alla speranza. Poi la preghiera si è conclusa in arabo, come accade quando la fede torna alla sua lingua madre: non per distanza, ma per profondità.

C’è stato spazio anche per un saluto che arrivava da un altro luogo della vita di Francesco: la Sezione arbitri, con la promessa di un gesto semplice e forte, come accade nello sport quando le parole non bastano: nel fine settimana, su tutti i campi della regione, un minuto di raccoglimento per ricordarlo. Sul feretro di Francesco la sciarpa della Roma.

La conclusione della cerimonia è stata affidata alla lettera di Flavia, mamma di Francesco: poche righe, essenziali e definitive, capaci di tenere insieme lo strappo e l’amore.

“Sei stato strappato via troppo presto. La tua esistenza attraversa la mia mente a frammenti. Che vita intensa hai vissuto. Unico ovunque tu fossi. Che orgoglio immenso figlio mio. Dicevo a tuo padre che dovevamo insegnarti a vivere senza di noi. Ma nessuno mi ha preparato a stare senza di voi.”

E poi l’ultima consegna, quasi un filo teso tra i due feretri, tra padre e figlio: “Paolo sei il mio punto fermo. Mio grande amico. Paolo continua a prenderti cura di nostro figlio.”

Infine, il congedo: “Francesco sei la cosa più bella che ho". A seguire, un applauso.  Fuori una folla immensa, con cartelli e striscioni: "Manifesto d'amore per Checco".  E poi insieme alle campane, il saluto della pioggia sulle note di "Bella Ciao".

Gabriella Fazio e Daniele Vaira

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