È un rito, una cerimonia, una tradizione. È un appello, una volata nel tempo, un gran premio della montagna della memoria quello che il 2 gennaio si celebra a Castellania per ricordare Fausto Coppi. Cade, infatti, il 66° anniversario della prematura scomparsa del Campionissimo. La festa è tutta nei racconti della gente accorsa nel suo paese natale che da piccolo borgo sulle colline tortonesi ha iniziato la sua corsa nella storia.
Un appuntamento seguito e rilanciato dall’ufficiale Luciano Cravero, presidente e ideatore del Museo della Bicicletta di Bra che ogni anno rende omaggio al ciclista, che più di ogni altro ha segnato un’epoca.
Coppi era il mito, la leggenda. Coppi era l’Italia, prima e dopo la guerra, cioè la miseria, la ricostruzione, la rinascita. Coppi era sogni e rivincite. Coppi era la parola d’ordine che ognuno aveva riempito di esclamativi. Coppi, come spiegavano, senza spiegare, corridori e giornalisti conquistati dalle sue imprese, era Coppi.
Tante volte una delegazione braidese si è recata in trasferta nella terra alessandrina a visitare la sua casa, la prima, quella della famiglia, oggi trasformata in una sorta di museo e nell’altra casa, l’ultima, un mausoleo, elevato anch’esso a museo, ma anche a sacrario, a santuario, uno dei luoghi di pellegrinaggio più conosciuti e frequentati.
Tutto ha inizio con la Messa. Alla funzione religiosa sono presenti autorità; famigliari; semplici fedeli; chi ha conosciuto Fausto; chi ha corso insieme a lui; persone di tutte le età, giunte da ogni parte d’Italia e anche dall’estero che il 2 gennaio sanno di avere un incontro a cui è bello esserci, per sentirsi ancora più vicini al corridore e all’uomo. Non da spettatori della sua mortale vulnerabilità, ma testimoni della sua miracolosa eternità.
E ci sono anche antiche glorie a nobilitare e a ricordare il campionissimo, come Franco Balmamion, due volte vincitore del Giro d’Italia, ultimo piemontese a scrivere il nome nell’albo d’oro della corsa.
Campione del ciclismo eroico di una volta, la memoria di Fausto Coppi è sempre attuale. «Un uomo solo al comando, la sua maglia è biancoceleste: il suo nome è Fausto Coppi»: iniziò con queste parole di Mario Ferretti, rimaste nella storia del ciclismo, la radiocronaca della Cuneo-Pinerolo del Giro d’Italia del 1949. Fu la tappa che consacrò definitivamente Fausto Coppi, il “campionissimo” passato alla storia anche con l’appellativo de “l’airone” per l’agilità e la leggerezza con cui affrontava le salite più incredibili che, ai suoi tempi, si snodavano spesso su strade sterrate e sulle quali era facile forare.
La sua fu una vita trascorsa sempre in prima pagina: dalla rivalità con Bartali, alla tragica fine del fratello Serse, dalla storia d’amore con la Dama Bianca, fino alla morte, sopravvenuta nel 1960, a causa di una malaria non diagnosticata e mal curata.
La sua improvvisa scomparsa, che lo consegnò alla leggenda, fece notizia, perché Coppi era un campione umano e di incredibili risorse tecniche, che appassionava la gente, suscitando emozioni uniche. Al suo passaggio si infiammavano gli animi di tantissimi tifosi che lo incitavano a gran voce, assiepati lungo i percorsi.
Ma il modo migliore per ricordare il Grande Airone è pensare ai suoi successi, alle sue imprese, alla sua determinazione, alla grandezza di un mito che non morirà mai. C’era una volta il Campionissimo, c’è ancora 66 anni dopo.














