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Politica | 18 luglio 2022, 08:46

Livio Berardo: “Se ci fu un tempo in cui fiorì la bella politica, prima o poi ritornerà”

Una riflessione dell’ex presidente dell’Istituto Storico della Resistenza e autorevole esponente della sinistra a margine della situazione politica cuneese, determinatasi dopo il voto amministrativo

Livio Berardo

Livio Berardo

Dall'ex presidente dell'Istituto Storico della Resistenza Livio Berardo, riceviamo e pubblichiamo:

Pensate se la maggioranza che ha vinto le elezioni comunali a Cuneo avesse offerto la presidenza del Consiglio alla dottoressa Toselli: o anche solo l’avesse messa a disposizione delle minoranze, perché, d’intesa fra di loro, indicassero la persona più idonea per quel ruolo super partes?

E invece una bagarre indegna si è scatenata attorno alla designazione del presidente e degli assessori. Chissà che cosa succederà, quando il sindaco dovrà nominare i rappresentanti del comune nelle banche, nei consigli di amministrazione delle società partecipate, tutti posti singoli o di poche unità, dunque difficili da “trattare” con il manuale Cencelli?

Nel 1946 l’avv. Tarello, dopo aver fatto il PM in alcuni processi della Corte straordinaria di assise di Genova (tra cui quello contro il conte di Villafalletto per l’eccidio di Ceretto), fu eletto sindaco della città a capo di una coalizione Pci-Psi. Al momento di comporre la Giunta, chiese alle minoranze di indicare due nomi. Un gruppo di minoranza, il Pri, accettò, la Dc rifiutò e un posto di assessore rimase a lungo vacante.

A Saluzzo non molti giorni prima il democristiano Emilio Villa aveva offerto alla minoranza socialcomunista (con il sistema maggioritario erano rappresentate solo due liste) un assessorato. Anche qui la nobile offerta fu declinata, ma si concordò che tutte le volte in cui fossero all’ordine del giorno grandi questioni il sindaco avrebbe convocato i capigruppo.

Così fu per i bilanci, per le scelte urbanistiche.

Quando nel 1953 la Minerva Medica, arrivata da Torino a Saluzzo con i bombardamenti, decise di ritornare alla sede originaria, Villa convocò la Giunta allargata per trovare una soluzione. Che fu trovata nella messa a disposizione di un terreno comunale per l’edificazione di un nuovo stabilimento. Tutti i passaggi furono registrati nei verbali di Giunta, con annotati i voti, compresi quelli, simbolici, di Pci e Psi. E si era negli anni più aspri della guerra fredda, dello scontro ideologico!

Nello stesso torno di tempo (1952) a Cuneo, allorché venne scarcerato il Feldmaresciallo della Wehrmacht in Italia Kesserling, il quale, nominato consulente militare dal cancelliere Adenauer, deridendo le proteste levatesi nel nostro Paese, dichiarò di aver salvato tante vite umane e opere d’arte che gli italiani avrebbero dovuto erigergli un monumento (il governo italiano di Alcide De Gasperi, connivente, taceva), il sindaco Dc Mario Del Pozzo espresse il suo dissenso.

Riunì i comandanti partigiani e convocò il Consiglio che con deliberazione unanime affidò a Piero Calamandrei la stesura della famosa epigrafe: "Lo avrai/ camerata Kesselring/ il monumento che pretendi da noi italiani/ ma con che pietra si costruirà/ a deciderlo tocca a noi…", che ancora troneggia (ignorata?) sullo scalone di ingresso del municipio. 

Avvicinandomi nel tempo, potrei ricordare la mobilitazione contro il Congresso del Msi a Genova, medaglia d’oro della resistenza (1960) o  la scelta del successore di Del Pozzo Dotta Rosso di andare a Ravensbrück, tutte decisioni prese in aperta sfida con l’ortodossia di partito allora impersonata dall’arcigno Adolfo Sarti. 

Come scriveva un Livio più importante del sottoscritto, l’autore dei 142 libri «Ab urbe condita», la storia acquista a volte, di fronte alle grandi scelte e alla magnanimità, un che di sacrale («quaedam religio tenet») e ci aiuta a stornare lo sguardo dai cattivi esempi del presente («a conspectu malorum quae nostra tot per annos vidit aetas»).

Se ci fu un tempo in cui fiorì la bella politica, prima o poi ritornerà.

Livio Berardo

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