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Sanità | 30 marzo 2022, 19:22

Morì a causa del Covid un anno fa: la figlia racconta gli ultimi giorni di Valter

Dall'incuria del medico curante all'umanità del personale sanitario dell'ospedale di Verduno, realizzando cosa comporta davvero la malattia

Immagine di repertorio

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È passato quasi un anno da quando Valter se n’è andato, a 73 anni, nel maggio del 2021, strappato alla vita da quel maledetto Covid con cui tutti, negli ultimi due anni, ci siamo trovati a fare i conti. Valter ha lasciato la moglie Rosanna e la figlia Micaela, che – a distanza di qualche mese – ha voluto raccontare la sua storia.

“Mio padre ha contratto il virus durante l'ultimo lockdown, quando il vaccino era riservato al solo personale medico e ai soggetti a rischio. Lui apparteneva a quest’ultima categoria, ma non ha potuto usufruire del vaccino per l'incuria del suo medico curante, che alla telefonata in cui mio padre descriveva i sintomi, ha risposto liquidandolo con una prescrizione di antibiotico e cortisone, invitandolo a farsi sentire dopo 10 giorni. Con questa sola terapia e senza un controllo medico costante, che avrebbe potuto esserci se solo lo stesso medico avesse attivato l'Usca, mio padre ha trascorso la sua ultima settimana a casa, col fiato corto tanto da non avere la forza di alzarsi dal divano, finché dopo le mie tante insistenze è intervenuto il 118, che ha constatato un'ossigenazione insufficiente e l'ha portato in ospedale a Verduno, dove è stato ricoverato nel reparto Covid”.

Una piccola storia triste, uguale forse a centinaia di altre, lette sui giornali e viste in Tv negli ultimi 2 anni, che però per ciascuna vittima, e per ogni famiglia, ha un volto, un nome, un passato fatto di ricordi, un presente denso di nostalgia e un futuro che sarà diverso da quello che sarebbe stato se la pandemia non avesse fatto irruzione nelle nostre vite.

“Racconto quanto accaduto a un anno di distanza da quella che per la mia famiglia è stata una tragedia, proprio perché da un lutto è difficile alzare la testa – racconta Micaela –. Forse, mettere mano ai ricordi diventa un po' meno doloroso solo dopo tempo... Lo sto facendo comunque, perché l'ho promesso e lo devo al personale medico che ha accompagnato mio padre nel suo ultimo mese di vita”.

Cosa rimane di quei giorni così tristi?

“L'unico ricordo confortante lo devo proprio al personale medico, infermieristico e sanitario. Come dicevo, mio papà è stato ricoverato nel reparto Covid dove, dopo 15 giorni di casco e respirazione assistita, sottoposto a cura antibiotica, ha subìto un peggioramento: a causa di uno pneumotorace hanno dovuto intervenire con un drenaggio e per evitare infezioni è stato trasferito in terapia intensiva. Non sto a raccontare la situazione da incubo nel trovarsi sveglio in un reparto in cui tutti gli altri sono intubati e vengono tenuti in coma farmacologico, in cui le ore sono tutte uguali per le luci sempre accese e le sirene di allarme suonano in continuazione, ma voglio e devo raccontare con quanta cura, dedizione e umanità sia stato assistito, e noi con lui”.

Qual è stata la vostra esperienza?

“Passavamo le nostre giornate in attesa della telefonata quotidiana con cui i medici ci aggiornavano della situazione e io posso dirmi ‘fortunata’ perché mi è stata data l'opportunità di andarlo a trovare. In una di quelle telefonate, infatti, quando ho chiesto al dottore di potere vedere di persona mio papà per capire davvero quale fosse la sua situazione, che a fasi alterne peggiorava e migliorava e non si capiva se in tutto questo ci fosse una qualche speranza di guarigione, mi è stato risposto che avevano dato il via a un protocollo di sicurezza che mi permetteva di andarlo a trovare in reparto. Non speravo avrei avuto questa possibilità, e solo dopo essere stata là dentro ho capito quale fosse realmente la situazione”.

E qual era?

“Bardata come loro, con calzari fissati intorno alle caviglie con lo scotch da pacchi, con due paia di guanti, con una tuta di carta con tanto di cappuccio sopra una cuffia che mi teneva chiusi i capelli, con una visiera che si appannava a ogni respiro sotto la mascherina, facendomi perdere completamente l'olfatto, in parte l'udito e la vista, ovattata da tutti questi DPI, ho davvero capito cosa hanno rischiato medici, infermieri e OSS durante la pandemia. Solo dopo aver provato una paura pazzesca durante la ‘svestizione’, che va fatta in modo particolare per evitare il contagio, e solo dopo aver vissuto una sensazione infinita di libertà una volta varcata la porta dell'ospedale di Verduno, potendo respirare aria ‘vera’ senza filtri, solo dopo tutto questo ho davvero capito. Mi è bastato questo piccolo assaggio mezz'ora per volta, ogni volta che mi permettevano di andarlo a trovare, per capire in quale incubo stessimo davvero vivendo”.

Perché questa storia arriva dopo quasi un anno?

“Questa è la mia esperienza e vorrei che magari servisse a sensibilizzare chi, ad oggi, ancora nega la gravità del virus o chi ha rifiutato di fare il vaccino: mio padre, che l'avrebbe fatto, non ne ha avuta la possibilità e ora ci ha lasciati... Non credo che basti un ‘racconto di vita’ per fare delle scelte così importanti, per cui è bene che ognuno si muova in base alla propria coscienza. Però, allo stesso tempo vorrei dare voce a una promessa che avevo fatto innanzitutto a me stessa, e poi a quei dottori, negli ultimi momenti della vita di mio papà. Vorrei semplicemente dire: ‘Grazie’, davvero, a tutti i medici, infermieri e OSS del reparto Covid e della Terapia Intensiva dell'ospedale di Verduno: è stata una fortuna avervi come compagni in questo pezzo di vita così triste”.

Pietro Ramunno

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