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Attualità | 18 novembre 2019, 21:00

A tu per tu con l’olimpionica di handbike Francesca Fenocchio, ospite al Museo della Bicicletta di Bra

La campionessa di Albaretto, medaglia d'argento a Londra 2012, testimonial di giochi senza barriere ed esempio vincente nello sport e nella vita

Francesca Fenocchio, ospite nei giorni scorsi al Museo della Bicicletta di Bra

Francesca Fenocchio, ospite nei giorni scorsi al Museo della Bicicletta di Bra

"Sono timida, però allo stesso tempo curiosa, positiva e grintosa". Si definisce così Francesca Fenocchio, una donna che ha saputo vincere la battaglia che ha combattuto nello sport come nella vita. Molti la ricordano per l’impresa compiuta alle Paralimpiadi di Londra 2012, dove conquistò la medaglia d’argento nella staffetta con Alex Zanardi e Vittorio Podestà.

Ma facciamo un passo indietro, perché il successo più grande per lei è rappresentato da un incredibile carattere. Una vita iniziata dalla fine con la diagnosi di un tumore al midollo spinale, un’operazione chirurgica e, infine, la carrozzina. Non avrebbe mai potuto tornare a camminare sulle proprie gambe; ma dimostrare la sua forza, quello sì.

Forse per far comprendere meglio lo spirito che la anima dobbiamo partire dal suo racconto: "All’età di 19 anni dovevo partire per la Germania, perché avevo finito l’Istituto Alberghiero e volevo imparare il tedesco per la mia professione. Invece, mi hanno diagnosticato una massa tumorale all'interno del midollo. Mi hanno operata e mi hanno procurato la paraplegia. Già prima dell’operazione ero consapevole di tutto, ma questa massa si stava estendendo e dovevo toglierla. Dopo ho fatto un anno di riabilitazione all'Unità Spinale di Torino".

E così alla ragazza classe 1978 di Albaretto della Torre, che sognava un futuro nell'enogastronomia, si è sostituita una donna capace di sorridere sulla sua nuova e complicata vita da disabile, capace di gettare il cuore oltre l’ostacolo. "Rinunce nessuna. Mi è cambiata la vita, nel senso che invece di andare a fare il lavoro per cui avevo studiato, ho fatto l’atleta. Cosa che prima non avrei mai fatto, perché non ero capace e vogliosa".

Fu il mezzo a pedali a offrirle una prospettiva diversa, laddove molti si sarebbero arresi. Perché quando Francesca si iscrisse ad una corsa di handbike, quando si posizionò al penultimo posto, nessuno avrebbe creduto possibile l’impresa di raggiungere l’obiettivo olimpico.

Ma lei ha fortemente voluto e saputo superare se stessa e così, a Londra 2012 ci è andata. "Londra la porterò nel cuore finché vivrò. È stata una magnifica esperienza. Dura a livello di preparazione, perché è un’Olimpiade e non è da tutti arrivarci. Non dico di rimettermi in gioco e riprovarci, perché il livello è aumentato, però potessi tornare indietro e rifarla!".

A Londra, la Fenocchio non era sola. Al suo fianco c’erano persone che le hanno dato coraggio: "Chi mi ha aiutato molto è una mia compagna di nazionale e di stanza, Francesca Porcellato, una persona fantastica, con Rio è giunta alla sua 12ª Paralimpiade. Ha medaglie olimpiche nell'atletica, nello sci e ora nell’handbike".

Senza dimenticare il suo compagno di squadra, non uno qualunque: "Alex Zanardi è una persona semplicissima, come si vede. È pieno di carisma, favoloso". Francesca e Alex, due campioni di sport e di vita.

L’immagine di quella ragazza con la medaglia d’argento e il fatto che la sua bicicletta speciale siano stati donati al Museo della Bicicletta di Bra rappresentano per i giovani la testimonianza e la certezza che c’è sempre una seconda possibilità. Oltre ad una convinzione: se hai un sogno devi crederci. Lei al suo ci ha creduto strenuamente, nonostante le circostanze avverse, persino quando il semplice atto di sognare appariva un privilegio che era un lusso concedersi; una sfida all'impossibile.

Merito dello sport, che ha permesso a Francesca Fenocchio di riconciliarsi con la sua condizione fisica: "Durante la fisioterapia andai in piscina e l’istruttrice di nuoto mi disse che potevo fare l’atleta. Mi dissi 'Proviamo', abbiamo fondato la società SportAbili Alba, in cui collaboro tuttora e di lì ho iniziato a praticare tanti sport, ma con l’handbike è stato amore a prima vista".

Partecipare alle Paralimpiadi di Londra 2012 non capita certo tutti i giorni… ma spente le luci sui Giochi, cala l’oblio per i disabili e il loro quotidiano? "No, assolutamente. Ogni anno abbiamo delle competizioni, dei Mondiali e continuiamo a dare luce a questi sport minori".

Ora è un esempio di atleta paralimpica che si è realizzata, grazie alla disabilità e non contro di essa: "Lo sport mi ha cambiato la vita. Mi ha aiutato a crescere, mi ha dato delle opportunità, oltre a partecipare ad un’Olimpiade, girare il mondo e fare amicizie".

Parla di sé e della sua disabilità come un tutt'uno; l’invalidità per lei non è stata una nemica, ma una compagna di viaggio con cui condividere un percorso fatto di lavoro e allenamento: "Sono dipendente dell’Asl, perciò mezza giornata la impiego al lavoro e l’altra metà faccio l’atleta. Devo conciliare entrambe le attività e non è così facile".

Con un certo stupore ci si ritrova a scrutare un volto giovane che racconta una bella storia di sacrifici, traguardi e si può dire di resistenza, a partire dalla giornata tipo da atleta: "Mi alleno ad Alba, abbiamo le strade Unesco ed è fantastico, oppure in palestra in base al clima e alle esigenze della preparazione. Per Londra la sveglia suonava alle sei e mezza, colazione e allenamento secondo il programma e poi pranzo. Quindi, palestra o doppia uscita in bicicletta, stretching, massaggi e alle ore ventuno a letto".

Raccontando di sé non dimentica mai di nominare la famiglia e gli amici che più di tutti l’hanno motivata. E poi il marito Fabio, il suo angelo custode, che ha sempre creduto nelle sue capacità, persino quando lei stessa era convinta di non farcela. "Ho passato momenti difficili, tante volte ho pensato di mollare”. Però non ha desistito e ci ha provato e riprovato. Dopotutto, non aveva nulla da perdere: La prima gara risale al 2005 a Trino Vercellese. È stata sotto il diluvio e non volevo gareggiare. Ero alle prime armi e non avevo nemmeno l’abbigliamento adatto. Grazie all’aiuto della famiglia ho partecipato, arrivando penultima e da lì è iniziata l’avventura".

La categoria paralimpica non è affatto riduttiva. Rispetto ad altri atleti, la sfida è doppia, così come doppi sono lo sforzo, la fatica: "Prima di ogni competizione cerco di concentrarmi a fare la mia sfera, cioè distogliermi da tutto e cercare di pensare alla gara e come svolgerla".

Sport e impegno sociale, un’esperienza da vivere anche attraverso un’opera di sensibilizzazione: "Con l’Associazione SportAbili di Alba, in cui rivesto la carica di consigliera, faccio da testimonial nelle manifestazioni, perché è importante far capire come lo sport sia un mezzo per unire e aiutare chi è più debole".

Con un sorriso ci confessa qualche curiosità sui social: "Servono, ma non bisogna abusarne", passioni oltre allo sport: "Libri, musica, cinema. Mi piacciono molto le serie tv", mentre il sogno non è partecipare a qualche reality: "Non sarei un soggetto che resiste a quel format". Nel suo futuro non c’è il ruolo di allenatrice: "Non sarebbe un lavoro per cui sarei portata. Non è nella mia indole imporre qualcosa ad un’atleta".

Il suo messaggio finale è rivolto a chi deve affrontare una sventura o una malattia: "Non abbattersi, avere una persona o la famiglia alle spalle, che non deve essere soffocante, ma di supporto. E poi di rimboccarsi le maniche, perché se si vuole, si può fare. Lo so che è difficile, perché anch'io dalla sera alla mattina mi sono ritrovata sulla sedia a rotelle, però con la grinta le sfide si vincono".

Infine, un saluto a tutti i lettori: "Un caro abbraccio e grazie per il tifo che fate per me".

Grazie a te Francesca, che ci ricordi di credere sempre nei sogni e non averne paura.

Silvia Gullino

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