Donne e giallo. Un binomio da brivido! Altro che romanzi rosa tutti sentimento, cuore e shopping. Sembra che il gentil sesso abbia una spiccata vocazione a risolvere misteri, omicidi e assassini.
Lo sa bene Mauro Rivetti, che ha dato vita al personaggio della dottoressa Teresa Bianco, protagonista dell’intrigante libro “Alba di un delitto”.
Lo scrittore ha presentato il volume nella sede dell’Associazione Albedo di Bra giovedì 7 marzo. Una bellissima serata di cultura dove tutto è stato preparato e ha funzionato alla perfezione.
L’evento è stato introdotto dai saluti di Evelina Gemma, vicepresidente del Consiglio Comunale di Bra, che ha espresso apprezzamento per l’impegno e le iniziative proposte dal sodalizio culturale.
A condurre la serata Silvia Gullino in veste di intervistatrice e Flavia Barberis che ha esaltato il lavoro di Rivetti leggendo alcuni passi dell’opera illustrati agli intervenuti dallo stesso scrittore.
Curiosa e accattivante la storia che sta dietro il libro, portata alla luce attraverso la sinossi proposta da Agata Comandè. Un bancario di successo, Adalberto Pace, dottore in economia, brillante e un po’ guascone, muore improvvisamente in un sabato mattina di frenetica attività di mercato nella cittadina di Alba, nel corso di una consulenza di routine. Appare subito piuttosto chiaro che le cause della morte non sono naturali. È un delitto? Sì, e in piena regola. La lussuosa sede dell’antica banca, nel cuore di una città da alcuni anni in piena espansione turistica, ne è il teatro. Intorno, una serie di luoghi noti: lo storico caffè sul lato opposto della via, i vicini paesi che si snodano sulle colline fra vigneti e noccioleti.
I personaggi principali e gli attori secondari, così come quelle che potremmo definire comparse, hanno volti e caratteristiche teatrali, spesso volutamente caricate e si compenetrano l’un l’altro nella vicenda man mano che essa si snoda e si complica. Accanto e dentro il fatto principale s’inserisce un nuovo mistero, che esula dal sonnacchioso ambiente provinciale e travalica i limiti della condizione umana.
Compare una misteriosa pergamena che diventa fonte di peccati mortali. Giallo sì, secondo il consolidato schema vittima – indagine – assassino (che nella fattispecie non è il maggiordomo, solo perché nessun maggiordomo entra nella vicenda), ma in questo romanzo l’autore ha voluto aggiungere toni di noir, di rosa e anche qualche sfumatura... di grigio, mescolati con una buona dose di ironia che ne stempera la pretenziosità.
Se il finale è tutto da scoprire, Mauro Rivetti suggerisce un paio di cose. Primo: alcuni personaggi, fortemente caratteristici, si esprimono in dialetto. Pur non essendo un esperto della forma grafica e letterale di quella che è una vera e propria lingua, lo scrittore ha voluto cercare di riprodurne il suono. I cultori della sua corretta forma grafica sono, dunque, pregati di essere indulgenti, e comunque, anche per agevolare chi invece non la conosce e non sarebbe in grado di comprenderla, a piè di pagina è presente la traduzione in nota.
Secondo: optando per una formula cinematografica di qualche anno fa e oramai un po’ desueta, viene da dire: “ogni riferimento a luoghi e persone reali o realmente esistiti è puramente casuale”. ...O quasi.
















