Rubare qualcosa che si detiene è furto o è appropriazione indebita? È questa la domanda a cui domani, mercoledì 4 marzo, la Corte d'Appello di Torino sarà chiamata nuovamente a rispondere dopo l'annullamento con rinvio da parte della Cassazione per l'indagine del Tenda-Bis.
Sebbene i giudici di primo e di secondo grado abbiano già fornito una risposta, quella del Tenda è un'inchiesta che deve tornare indietro. Per il giudice cuneese Sandro Cavallo, che aveva presieduto il processo di primo grado, quelle sparizioni di materiale dal cantiere avevano configurato il reato di furto, mentre per i giudici della Corte d'Appello di Torino si tratta di appropriazione indebita. Ed è proprio questa ultima pronuncia ad essere stata annullata dalla Corte di Cassazione a gennaio del 2025 e rinviata, nuovamente, di fronte ai giudici di secondo grado.
Che cosa significa questo per i cinque imputati, accusati di furto di materiale sul cantiere Tenda-Bis? Significa che il processo è da rifare, e a decidere sarà, di nuovo, la Corte d'Appello di Torino, questa volta con una composizione diversa. Inoltre, il Comune di Limone Piemonte e l'Anas potranno avanzare richieste di risarcimento.
Infatti, la sentenza assolutoria pronunciata nel maggio 2024 era stata cassata dai giudici del 'palazzaccio': il giudizio aveva demolito l’impianto accusatorio di un’inchiesta che, zoppicante, era riuscita a tagliare il traguardo prima della maturazione di tutti i termini della prescrizione. A giungere poi al capolinea definitivo nei giorni scorsi, anche la seconda tranche dell’inchiesta “maledetta”: la Procura Generale ha infatti rinunciato ai motivi d'appello per le contestate frodi in cantiere, rendendo così definitive le assoluzioni e i proscioglimenti di tutti e quindici gli imputati.
La vicenda prese avvio nel maggio del 2017 con il sequestro del cantiere di Limonetto. La Guardia di Finanza di Cuneo, ricevute alcune segnalazioni che riguardavano una presunta rivendita di gasolio e materiali da costruzione da parte di alcuni addetti della ditta appaltatrice per il raddoppio della galleria Tenda, iniziò una corposa indagine investigativa. Attraverso intercettazioni, pedinamenti e perquisizioni, si apprese che le centine inutilizzate sarebbero state rivendute una volta scaricate nel cantiere di Limone Piemonte. Sugli atti di indagine, stando ai soli carichi tracciati dalla GdF, si sarebbe trattato di una rivendita, dunque di un ammanco di circa 212 tonnellate di materiali ferrosi, con un guadagno che ammonta a 23mila euro approssimativamente.
Il periodo preso in considerazione andava da gennaio 2014 fino a maggio 2017. Si ritenne però che il guadagno potesse essere superiore ai 100mila euro, in quanto la rivendita sarebbe stata effettuata tutta in nero al prezzo di 850 euro a tonnellata. Gli ammanchi, secondo la tesi difensiva, sarebbero stati solo degli scarti di lavorazione.
Da qui la presa di posizione della Procura di Cuneo, rappresentata dal procuratore Onelio Dodero che, raccolto il testimone della collega Chiara Canepa (domani in applicazione in Corte d'Appello a Torino), aveva chiesto la condanna di tutti e cinque gli imputati per furto, e la differente interpretazione dei fatti da parte della Corte d’Appello, interpellata dalle difese degli imputati in sede di impugnazione.
Può essere rubato qualcosa che è nella propria disponibilità? Per il magistrato cuneese sì. Quel materiale, che comprendeva non solo centine, ma anche ferro in disuso destinato allo smaltimento, venne rubato e rivenduto dai dipendenti della Grandi Lavori Fincosit.
Per il tribunale di secondo grado, invece, no: quei materiali ferrosi, essendo già nella disponibilità della ditta, non potevano essere rubati. Al massimo, “indebitamente presi”. Da qui la diversa pronuncia e il clamoroso goal per le difese: l’appropriazione indebita è procedibile solo con querela di parte, che mancò.
Quanto alla detenzione illegale di esplosivi e allo smaltimento dello “smarino”, la prescrizione ha corso più veloce della macchina giudiziaria, pertanto i reati sono da considerarsi estinti. Insomma, la tesi torinese, cassata poi in ultimo grado di giudizio, era stata che in realtà quei "furti", contestati dalla Procura di Cuneo, altro non fossero che smaltimento di materiali non più utilizzabili in cantiere.
Una sentenza, quella di secondo grado, che oltre ad aver messo in dubbio la qualificazione giuridica dei fatti stabilendo che la sparizione delle centine, che tra l'altro sarebbero state inutili ai fini della costruzione del cantiere perché smaltite, fosse un’appropriazione indebita e non un furto, aveva completamente sgretolato l’impianto accusatorio di un’inchiesta durata più di sette anni.
Una guerra di interpretazione sul diritto che domani riprenderà di nuovo di fronte ai giudici della Corte d’Appello.













