La morte di Moussa Dembelé fu la trentunesima morte bianca del 2022 in provincia di Cuneo. Il ragazzo, trentenne originario del Mali, era sposato e aveva due bimbe piccole che lo aspettavano in Africa.
In Italia dal 2014, Moussa risultava residente a Modena ma quando perse la vita si trovava a Rifreddo, vicino a Saluzzo. L’incidente avvenne il 10 luglio 2022 e, un mese dopo circa, un gruppo di braccianti organizzò una protesta nel Saluzzese, con cui, oltre a “giustizia per Moussa”, chiedevano contratti di lavoro, di esser regolarizzati. Ed è proprio questo il cuore del processo instauratosi in tribunale a Cuneo a carico dell’imprenditore agricolo F. T., nel cui cortile, quella mattina, il ragazzo perse la vita.
A essersi costituiti parte civile anche per conto della moglie della vittima, un ragazza di appena vent’anni, e le figliolette, è stato il fratello, residente in Italia.
Stando a quanto ricostruito da chi effettuò i rilievi sul luogo dell'incidente, il ragazzo avrebbe sbattuto la testa contro un macchinario, il desilatore, che lo avrebbe “risucchiato” mentre stava dando da mangiare ai bovini lungo la rastrelliera. La causa del decesso, come constatato dal medico legale, fu un trauma cranico. Inizialmente, a essere indagato assieme a F. T., c'era anche il costruttore del macchinario, la cui posizione è stata poi archiviata.
Sul posto poi, come spiegato in aula da un amico dell’imputato, agricoltore e vicino di casa che, allertato, accorse in suo aiuto, all’arrivo del 118 lui stava già tentando di praticare le manovre salva vita al ragazzo. “Quando sono arrivato gli stava facendo la respirazione bocca a bocca - aveva ricordato il testimone -. Poi ha iniziato a fargli il massaggio cardiaco”.
Ma alla domanda se avesse mai visto “quell’uomo di colore”, l’agricoltore aveva assicurato di no: “Credo fosse qualcuno che cercava lavoro”, aveva risposto. Il corpo del giovane, riverso a terra esanime, si trovava a circa un metro dal macchinario agricolo (poi sequestrato) utilizzato per distribuire il mais agli animali.
Assistito dagli avvocati Chiaffredo Peirone e Tommaso Servetto l'agricoltore F. T. è a processo per omicidio colposo. L’ipotesi sostenuta dalla Procura è che quel giovane, in realtà, fosse un dipendente della sua azienda agricola e che, come anche illustrato dal luogotenente dei Carabinieri Giancarlo Usai, ora in congedo, l’amico avrebbe aiutato l’imputato a liberare la vittima dal desilatore e spostarlo: “Al nostro arrivo - aveva spiegato - non abbiamo constatato lo spostamento, ma lo abbiamo appreso successivamente dalle dichiarazioni”.
Come emerso dalla banca dati INPS l’azienda di Revello sarebbe risultata, all’epoca dei fatti, priva di dipendenti. Un dato già evidenziato dai carabinieri e confermato dal tecnico dello Spresal nel corso dell’ultima udienza. "Al momento dell’infortunio - aveva spiegato il maresciallo - la vittima risultava sprovvisto di un contratto regolare di lavoro”.
Da qui, la tesi opposta sostenuta dalla difesa: Moussa non sarebbe stato un dipendente dell’azienda.
Il desilatore, costruito nel 1997 da un’azienda di Busca e successivamente rivenduto, avrebbe infatti presentato gravi carenze di sicurezza: in particolare, il macchinario sarebbe stato accessibile anche mentre era in rotazione, una criticità ritenuta direttamente collegata alla causa della morte.
Sul mezzo, inoltre, sarebbe stata presente una leva che non sarebbe stata prevista dal costruttore, ma saldata successivamente per azionare la miscelazione e lo scarico del mais. Secondo gli accertamenti, al momento dell’incidente era in corso l’alimentazione dei bovini.
Il ragazzo venne poi identificato con la carta di identità rilasciata dal Mali e, dal punto di vista occupazionale risultava “inesistente”. Prima la residenza a Modena, poi una richiesta di permesso di soggiorno, che avrebbe dovuto ritirare nella città dell'Emilia Romagna e due date di nascita differenti.
La prossima udienza si celebrerà il 27 febbraio.














