C’è un momento magico, nei giochi dei bambini, in cui le regole smettono di essere istruzioni e diventano ponti. Ponti tra mondi diversi, linguaggi diversi, possibilità diverse. È proprio in quel momento che entra in scena "Strega Tocca Colore", il nuovo libro di Sabrina Costa, educatore albese che da anni lavora nel mondo della riabilitazione e dell’inclusione scolastica. Con la curiosità di chi non smette mai di osservare e la passione di chi crede davvero nella forza della relazione, Costa ha trasformato il gioco in un linguaggio accessibile a tutti, un alfabeto fatto di simboli, immagini e regole condivise.
Il suo volume, ispirato ai principi della Comunicazione Aumentativa e Alternativa (CAA), raccoglie giochi della tradizione — da Nascondino a 1, 2, 3 Stella, fino a Strega Tocca Colore — e li reinterpreta come strumenti inclusivi, capaci di accogliere ogni bambino nel cerchio del gioco, nessuno escluso. Un’idea semplice e rivoluzionaria allo stesso tempo: partire dal divertimento per costruire comprensione, empatia, partecipazione.
Attraverso le pagine del libro, Sabrina invita educatori, insegnanti, genitori (e sì, anche nonni!) a riscoprire il valore educativo del “mettersi in gioco” in senso letterale: perché giocare insieme significa imparare a rispettare i turni, ad accettare la frustrazione della sconfitta, a gioire delle vittorie altrui. Significa imparare a comunicare, prima ancora che a parlare.
In questa intervista, Sabrina Costa ci accompagna dentro il suo modo di vedere l’educazione: un viaggio fatto di simboli che diventano parole, di gesti che si trasformano in dialogo, di sguardi che raccontano più di mille frasi. Il suo è un invito a ripensare la comunicazione come uno spazio comune, dove la diversità non è un ostacolo ma una risorsa, e dove ogni bambino trova — nel gioco — il suo posto, la sua voce e la sua gioia di esserci.
Nel tuo libro il gioco diventa linguaggio: quando hai capito che poteva essere uno strumento di comunicazione potente anche per i bambini con difficoltà comunicative? C’è stato un episodio rivelatore nel tuo percorso professionale?
“Il gioco è un linguaggio universale per sua natura, un mezzo attraverso il quale i bambini esplorano, esprimono emozioni, imparano e crescono. Questo vale per tutti i bambini, ma, spesso, in presenza di difficoltà comunicative, tale naturale attività può rilevarsi piuttosto complicata: comprendere e condividere regole, tempi e modalità, tutto può trasformarsi in una sfida. Chi lavora con i bambini lo sa bene: ogni giorno ci si confronta con il bisogno di strumenti pratici che facilitino davvero la relazione e il gioco affinché nessuno resti escluso da questa esperienza così importante e significativa”.
Hai scelto giochi della tradizione e li hai tradotti in CAA: quali criteri pedagogici e comunicativi ti hanno guidato nell’adattamento e nella selezione delle attività ludiche?
“La selezione dei giochi nasce dall'esperienza diretta con i bambini: i giochi della tradizione sono senza tempo e mantengono una magia che attraversa generazioni. Nascondino, 123 Stella o Strega tocca colore, continuano a fare ridere, correre, immaginare e stare insieme. Sono prima di tutto spazi di relazione dove un bambino che comprende le regole può partecipare, sentirsi incluso e far parte del gruppo. L’adattamento in CAA è stato pensato per rendere ogni gioco maggiormente comprensibile e accessibile a tutti con l’obiettivo di favorire la massima chiarezza e inclusività, tenendo sempre presente che è un processo che si costruisce nel tempo, nell’incontro quotidiano con i bambini e con le loro diverse modalità di comunicazione. Un bambino che comprende meglio le regole riesce a giocare e a stare con gli altri; è cosi che prende forma uno dei principi chiave della CAA: mettere al centro la persona e riconoscere a ogni bambino il diritto di comunicare, e quindi di giocare”.
La Comunicazione Aumentativa e Alternativa è spesso vista come un supporto "tecnico", ma tu ne fai un ponte relazionale. Come si costruisce questa relazione attraverso simboli e immagini?
“La Comunicazione Aumentativa e Alternativa non è soltanto un “supporto tecnico”, ma è, già nella sua essenza, un ponte relazionale. E' un approccio che mette al centro la persona, i suoi bisogni comunicativi e le sue possibilità, con l'obiettivo di favorirne autonomia, partecipazione e legami significativi. Simboli, immagini, gesti, tabelle, dispositivi elettronici diventano linguaggi condivisi che permettono alla persona di esprimersi, raccontarsi anche quando le parole non sono disponibili o non sufficienti. Non si tratta di sostituire il linguaggio verbale, ma di ampliarlo: la CAA integra ciò che esiste già, lo valorizza e lo rende più accessibile. E' in questa apertura che si costruisce la relazione: attraverso strumenti che non semplificano soltanto, ma che rendono possibile uno scambio autentico”.
Il libro dedica spazio a concetti come la gestione del turno, la vittoria e la sconfitta. Perché hai ritenuto importante iniziare proprio da questi aspetti e come influiscono sulla costruzione dell’identità e dell'autoregolazione del bambino?
“Concetti come la gestione del turno, vincere o perdere, rappresentano le fondamenta relazionali del gioco, spesso date per scontate, ma complesse da comprendere per molti bambini. Questi aspetti non riguardano solo le dinamiche ludiche, ma toccano dimensioni profonde come il rispetto dell'altro, l'attesa, la frustrazione, la consapevolezza di sé. Imparare a rispettare un turno o accettare di non vincere significa imparare a stare nella relazione, a gestire emozioni intense e a tollerare limiti. In questo modo, il gioco diventa spazio in cui si costruisce identità, si sviluppa autoregolazione e si sperimenta la possibilità di essere parte di un gruppo”.
Hai immaginato un libro che parli a educatori, genitori, insegnanti e bambini. Come si riesce a tenere insieme tutti questi pubblici in un unico strumento senza perdere efficacia o profondità?
“Non dimentichiamo i nonni....da sempre presenza fondamentale nella gestione quotidiana dei bambini. Si ho immaginato un libro che potesse parlare a più voci, perché l'inclusione avviene solo se coinvolge tutti. Educatori, insegnanti, genitori trovano nel libro uno strumento operativo pensato per essere chiaro e flessibile; i bambini vi accedono invece attraverso il linguaggio immediato delle immagini e dei simboli. La vera sfida è stata unire semplicità e profondità, evitando tecnicismi, ma senza rinunciare al valore educativo e relazionale del contenuto. Credo che l'efficacia nasca proprio da questa trasversalità d'uso: un unico strumento, comprensibile e utilizzabile da tutti, che favorisce relazioni, scambi e partecipazione autentica”.
L’accessibilità comunicativa viene spesso trattata come un’aggiunta, mentre nel tuo lavoro diventa un punto di partenza. Che impatto pensi possa avere questo cambio di prospettiva nella scuola e nella società?
“Pensare all'accessibilità comunicativa come punto di partenza significa assumere una prospettiva nuova: creare fin da subito ambienti e relazioni che permettono a ciascuno di esprimersi, senza dover aspettare “adattamenti”. Si tratta di una sfida complessa, ma importante, che spesso ricade sulle spalle di insegnanti volenterosi, i quali, con passione e dedizione, cercano di colmare le lacune di un sistema ancora poco strutturato. E' però proprio grazie a questi sforzi che si aprono le porte ad un cambiamento reale che richiede un impegno collettivo e una progettazione consapevole fin dall'inizio che valorizza la ricchezza delle diverse modalità di espressione”.
Molti adulti fanno fatica a giocare davvero con i bambini, specialmente in contesti educativi. Qual è, secondo te, il valore trasformativo del “mettersi in gioco” anche per l’adulto?
“Quando un adulto si mette davvero in gioco, cambia la qualità della relazione: si abbassano le barriere, si dà spazio all'imprevisto, si accorcia la distanza e si crea uno spazio dove il bambino può sentirsi accolto, non solo guidato. Il gioco diventa un terreno comune, dove l'adulto non insegna soltanto, ma cammina accanto, con curiosità e apertura. Questo scambio trasforma entrambi: il bambino si sente riconosciuto, e l'adulto riscopre parti di sé spesso dimenticate – la leggerezza, la creatività, la capacità di meravigliarsi. E' un gesto semplice, ma profondamente educativo”.
Hai una lunga esperienza come educatore in ambito riabilitativo: cosa ti ha insegnato il lavoro quotidiano con i bambini sul concetto di inclusione reale, al di là delle buone intenzioni?
“L'inclusione è un processo complesso che si costruisce insieme, passo dopo passo. Richiede di rallentare, osservare, attendere senza forzare. Forse è proprio questa la lezione più profonda che mi ha lasciato l'esperienza: imparare a rallentare, a rispettare i tempi dell'altro (anche quando dentro di me vorrei accelerare) e l'importanza di lavorare in equipe. Al Centro Riabilitazione Ferrero, dove ho la fortuna di lavorare con persone straordinarie e professionisti altamente competenti, sperimento ogni giorno quanto il confronto e la condivisione siano essenziali per sviluppare una visione globale e profonda della complessità di ogni bambino. E' grazie a questo confronto, che si riescono a superare anche momenti di frustrazione e difficoltà, trasformandoli in opportunità per costruire percorsi davvero inclusivi”.
Se dovessi pensare a un “sogno lungo” per questo libro, dove ti piacerebbe vederlo arrivare? Ci sono contesti, scuole o territori dove credi possa fare la differenza in modo ancora più radicale?
“Se dovessi immaginare un 'sogno lungo' per questo libro, vorrei che diventasse uno strumento di riferimento diffuso, capace di raggiungere non solo scuole e famiglie attente all'inclusione, ma anche quei contesti dove la comunicazione accessibile è ancora una sfida. Sogno che possa stimolare un cambiamento culturale profondo, ispirando insegnanti, educatori e comunità a ripensare il gioco e la relazione, rendendo la CAA una pratica quotidiana e naturale, non un'eccezione per “alcuni”. Mi piacerebbe vederlo entrare in scuole, centri educativi e territori dove la voglia di fare e di includere è forte, ma spesso frenata da difficoltà e frustrazioni, offrendo nuove chiavi di lettura e strumenti concreti per costruire legami inclusivi”.
"La comunicazione va oltre le parole": in un’epoca dominata da velocità e iper-espressione, cosa può insegnarci il linguaggio dei simboli e dei gesti sul modo in cui ci relazioniamo come esseri umani?
“Viviamo in un tempo in cui le parole scorrono veloci e spesso si perdono nella frenesia quotidiana, tra impegni, distrazioni e rumori di fondo. Il linguaggio dei simboli e dei gesti ci riporta a qualcosa di più essenziale: ci invita a rallentare, ad ascoltare davvero e a ritrovare un contatto autentico con l'altro. I simboli non sono solo segni, ma veicoli universali di significati profondi, capaci di superare barriere linguistiche, cognitive e culturali. Offrono un modo di comunicare accessibile anche a chi fatica ad usare le parole, valorizzando l'ascolto empatico e la presenza. Ci ricordano che la relazione non si fonda solo sulle parole, ma sulla capacità di riconoscere e rispettare l'unicità dell'altro, creando così legami che, davvero, vanno oltre le parole”.











