C’è una parola che è diventata il passepartout della nuova destra mondiale: “Remigrazione”. A usarla sono stati prima Donald Trump all’ONU, poi nei giorni scorsi il generale Roberto Vannacci dal prato di Pontida. Ora è entrata nel lessico anche degli attivisti di CasaPound, che nella notte hanno tappezzato Cuneo e altre città italiane con striscioni inneggianti il termine.
“Lo straniero non è fuori dai confini, è già tra di noi, ci ha già invaso”, ha tuonato Vannacci parlando dell’immigrazione come di un assalto violento fatto di “stupri, rapine e furti”. Un linguaggio caro al presidente Trump, che nella terra degli “Yankee” promette “la più grande operazione di deportazione mai realizzata, 15-20 milioni di persone” e descrive l’immigrazione come “un mostro a doppia coda che distrugge tutto ciò che trova sulla sua scia”.
In un mondo dove il pensiero comune è ormai all’ordine del giorno, la retorica è arrivata anche sotto la Bisalta. “La Remigrazione non è più uno slogan ma una proposta politica concreta”, dichiarano i promotori del Comitato Remigrazione e Riconquista, che parlano di espulsioni di massa, confisca di mezzi produttivi, stop alle Ong e priorità assoluta alle famiglie italiane per case popolari e asili.

Facendo finta che a Cuneo, come in tante altre città, la realtà racconti un’altra storia. Basta andare in un cantiere, officina o bottega artigiana, ed ecco emergere in modo chiaro e netto un dato banale quanto inconfutabile: senza lavoratori stranieri molti servizi semplicemente si fermerebbero. Muratori, idraulici, elettricisti, addetti alla cura degli anziani e alla raccolta nei campi: mestieri sempre più abbandonati dagli “indigeni duri e puri”, che oggi invocano la cacciata degli immigrati.
Fa quasi impressione parlare di “remigrazione” in un Paese che conta quasi 18 milioni di pensionati, circa il 30% della popolazione, e che fatica a sostenere il sistema previdenziale. Senza i contributi versati (anche) dagli “stranieri”, chi pagherebbe le pensioni?
A livello locale, poi, la contraddizione è ancora più evidente: da un lato la propaganda degli striscioni, dall’altro i bisogni concreti delle famiglie cuneesi, che affidano in pratica quasi esclusivamente l’assistenza dei propri genitori a badanti filippine, ucraine, moldave. Per non parlare dei cantieri della provincia, che senza muratori albanesi o marocchini sarebbero desolatamente fermi.





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