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I più letti della settimana | 20 luglio 2025, 11:25

Dalle colline di Neive alle pendici di Diano d'Alba: l’ulivo si fa spazio tra le vigne: "Ma serve tanta formazione"

Il presidente del Consorzio per la tutela dell’olio extravergine di oliva Piemonte Marco Giachino racconta la crescita dell’olivicoltura nel Cuneese tra entusiasmo, nuovi impianti e la sfida della competenza

Marco Giachino, presidente del Consorzio per la tutela dell’olio extravergine di oliva Piemonte

Marco Giachino, presidente del Consorzio per la tutela dell’olio extravergine di oliva Piemonte

Riproponiamo qui uno degli articoli più letti della settimana, uscito martedì 15 luglio.

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A pochi passi da Santa Rosalia, lungo la strada che sale verso Diano d’Alba, là dove fino a poco tempo fa si estendeva un vigneto, sono state impiantate nelle settimane scorse 1.200 piante di olivo: leccino, frantoio, grignan, varietà rustiche scelte per la loro resistenza al freddo e l’adattabilità a un paesaggio in trasformazione. È il primo passo di un progetto agricolo e culturale che ha il sapore della sfida: produrre olio extravergine 100% langarolo. A guidarlo sono Edoardo e Matilde Rinaldi, quarta generazione dell’azienda Olio Rinaldi.

Ma anche a Neive l’ulivo ha trovato nuova dimora. Qui, da qualche anno, è la famiglia Stupino, titolare della cantina Castello di Neive, a coltivare alcune centinaia di piante in appezzamenti collinari ben esposti. Segni di un cambiamento in atto, che riguarda tutta la provincia di Cuneo.

Quello che fino a pochi anni fa sembrava un esperimento, oggi è un trend in crescita. “L’interesse è concreto, soprattutto in Langa e nella provincia di Cuneo. Ricevo spesso telefonate da agricoltori o imprenditori che vogliono cominciare”, racconta Marco Giachino, presidente del Consorzio per la tutela dell’olio extravergine di oliva Piemonte. “Ma attenzione: non tutti i terreni che hanno dato grandi risultati con il vino sono automaticamente adatti all’olivo. Serve conoscenza, serve studio. Troppo entusiasmo, senza competenze, può danneggiare le piante”.

Il Consorzio, fondato nel 2007, riunisce esclusivamente imprenditori agricoli professionisti e rappresenta oltre la metà delle superfici piemontesi coltivate a olivo. Il suo obiettivo è promuovere una filiera di qualità, sostenibile e radicata nei territori, puntando anche al riconoscimento ufficiale delle denominazioni.

Non è solo una moda del momento, ma una riscoperta che affonda le radici nella storia. L’olivicoltura piemontese era diffusa già tra il XII e il XVI secolo, con impianti presenti nel Canavese, nel Monferrato, nel Saluzzese e anche nelle Langhe. Poi le grandi gelate del Settecento e la spinta commerciale verso il sud determinarono l’abbandono dell’ulivo a favore della vite. Solo tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila l’olivo ha iniziato a ricomparire, prima nei terreni incolti e ora anche nei progetti agricoli strutturati.

Nel 2023, i dati del Consorzio parlavano di circa 350 ettari coltivati in Piemonte, per un totale stimato tra 200.000 e 250.000 piante. La produzione è cresciuta del 30%, sebbene la distribuzione resti disomogenea, proprio per la sensibilità dell’olivo alle condizioni ambientali. Accanto a questo sviluppo quantitativo, il Consorzio ha lavorato per innalzare la qualità, promuovendo buone pratiche e investendo nella formazione professionale, in collaborazione con l’Università di Torino (DISAFA) e la Fondazione Agrion.

Nel frattempo è nato anche il primo panel regionale di assaggiatori, operativo presso l’Università. Un segnale importante per un comparto che vuole strutturarsi. “Nel 2025 avevamo previsto un nuovo corso che ha registrato subito 25 iscrizioni. Purtroppo non si è potuto tenere per problemi organizzativi indipendenti dalle nostre volontà, ma lo riproporremo nel 2026”, conferma Giachino. “L’attenzione non manca. E questo, insieme alla crescita, ci fa essere ottimisti”. Tra vigne che cedono il passo e ulivi che prendono radici, il paesaggio langarolo si arricchisce di una nuova identità. E l’olio piemontese continua a cercare il suo posto, con lentezza, ma con determinazione. Leggero, a bassa acidità, sorprendente: è un olio che parla di territorio, e che sa di futuro.

Daniele Vaira

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