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Cronaca | 25 gennaio 2022, 15:54

Cinque figli costretti a vivere in un container: mamma e papà finiscono a processo

Dal Saluzzese una triste vicenda di povertà e degrado: famiglia di allevatori perse il proprio cascinale in un incendio, da un ricovero in ospedale la segnalazione dei disagi legati a quella sistemazione di fortuna

Immagine di repertorio

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Vivevano in un container perché la loro casa, un cascinale nel Saluzzese, era andata distrutta anni addietro a causa di un incendio. Nel container non c’era l’acqua corrente e tutte le soluzioni alternative proposte dai servizi sociali sarebbero state rifiutate dai genitori che, allevatori, trasferendosi non avrebbero potuto badare alle mucche e alle pecore di loro proprietà.

Le condizioni economiche della coppia non sarebbero però state sufficienti per far fronte alle esigenze della famiglia, sostenuta dai sussidi dei servizi sociali dal 2009. Madre e padre si trovano ora sotto accusa in un procedimento che il Tribunale di Cuneo ha aperto nei loro confronti per maltrattamenti e abbandono di minore.

I bimbi, a seguito delle indagini furono allontanati dalla famiglia e ospitati in una comunità. Alla base del procedimento vi è stata una segnalazione arrivata nel gennaio del 2019 dall’ospedale "Regina Margherita" di Torino, dove uno dei figli (10 anni) era stato ricoverato, trasferito dal pronto soccorso di Savigliano, a seguito di una ferita a un braccio.

Una dottoressa aveva raccontato di essere stata molto colpita dall’indole diffidente del piccolo: “Camminava a testa bassa e indossava vestiti sporchi e maleodoranti. Era in una condizione igienica carente. Oltre alla ferita al braccio, che mi ha riferito essere conseguenza di un colpo di lama inferto da un fratello, aveva una grande lesione sulla coscia e incrostazioni di sangue rappreso tra i capelli. Era in uno stato di sconforto emozionale non limitato al disagio del ricovero. Il bimbo si esprimeva in dialetto ed era affezionato alla famiglia, ma c’era un’inversione di ruoli: era molto preoccupato per la famiglia a casa. Ho avuto l’impressione che non volesse raccontare tutto per non mettere in difficoltà genitori e fratelli. Raccontava che andava a fare la legna e a volte si faceva male, che cucinava, ma non aveva rimostranze rispetto a questo: anzi, lo diceva con orgoglio, anche parlando di uno dei fratelli. Era molto preoccupato del fatto che il papà e la mamma avrebbero speso soldi per venire a trovarlo in ospedale a Torino. Era un bambino un po’ ‘vecchietto’: aveva tenuto da parte le gelatine e le pagnottine che gli davamo in ospedale, perché voleva portarle ai fratellini”.

A confermare la situazione di degrado contestata anche la nonna materna e gli assistenti sociali. La donna ha riferito in aula di aver avuto una discussione con il genero, perché troppo critica nei confronti del loro stile di vita: “Avevo paura che facesse del male a mia figlia. Aiutavo come potevo. Compravo loro cose di cui avevano bisogno e mi affidavo agli assistenti sociali. Molte volte a mia figlia hanno offerto una soluzione abitativa, ma a suo marito non andava bene perché non c’era spazio per le bestie”.

“Quando ho conosciuto i bambini erano vivaci – ha raccontato un’educatrice –. Crescendo, sono iniziati i problemi a scuola. I genitori non sono stati più pronti a badare a loro come prima. A uno di loro dicevano che se voleva badare alle capre anziché fare i compiti poteva farlo”.

Un’assistente sociale: “I bambini non ci hanno mai detto che venivano picchiati dai genitori, erano contenti di vederli. La tensione che si creava li intimoriva. C’era un grande problema di incuria. Il papà spesso li insultava, la mamma era più pacata, ma lui la istigava. Entrambi hanno insultato gli educatori: lei aveva detto che li avrebbe presi a bastonate”.

Il processo è stato aggiornato all'udienza già fissata per il 23 marzo prossimo.

CharB.

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