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Attualità | 16 novembre 2021, 19:36

L’albese Ferrero e la Nutella nel mirino di "Report" per le nocciole della Tuscia

La trasmissione d’inchiesta di Rai Tre dedica un lungo servizio al fenomeno della monocoltura nella regione del Viterbese. Il gruppo dolciario richiama il suo impegno per la sostenibilità e gli effettivi numeri del suo Progetto Nocciola

Sigfrido Ranucci legge lo scritto inviato alla trasmissione dal gruppo di Alba

Sigfrido Ranucci legge lo scritto inviato alla trasmissione dal gruppo di Alba

"E che nocciola sia". Questo il titolo del servizio col quale, a poche settimane da quello dedicato al traffico di Tir nella Valle Stura, la popolare trasmissione di Rai Tre "Report" è tornata a occuparsi della Granda.

Un coinvolgimento in questo caso indiretto, ma che chiama in causa per nome e cognome quella che per fatturato e occupati rappresenta la principale industria della provincia, insieme al suo prodotto più popolare.   

Più volte evocati durante i 25 minuti del servizio (qui il link allo streaming), l’ultima parte del quale era però dedicata al distretto vivaistico di Pistoia, Ferrero e la Nutella sono stati quindi tra i protagonisti dell’approfondimento che il giornalista Bernardo Iovene ha effettuato tra i noccioleti della Tuscia, nel Viterbese, una delle regioni agricole che – insieme alle Langhe, all’Astigiano e alla zona dell’Avellinese – rappresentano i principali bacini di approvvigionamento italiani del sempre più richiesto frutto in guscio, al centro di un crescente interesse di mercato non soltanto per la realizzazione di creme spalmabili – segmento della produzione alimentare che negli ultimi anni ha visto l’ingresso di numerosi nuovi attori industriali –, ma che sempre maggiori impieghi trova in ambiti quali la pasticceria e il comparto dei gelati.

Al centro dell’indagine, la problematica della monocoltura di questa coltivazione che, nel caso della Tuscia, avrebbe avuto come corollario la perdita della biodiversità della regione, sacrificata sull’altare di un’agricoltura intensiva che avrebbe tra le sue poco felici conseguenze un abbondante utilizzo delle acque superficiali per l’irrigazione degli impianti, che in taluni casi ne avrebbe addirittura compromesso la disponibilità, e di un pernicioso ricorso ai fitosanitari, che sempre secondo il servizio sarebbe in buona collegato alla necessità di combattere il flagello della cimice asiatica, in misura tale da minacciare seriamente la già critica condizione delle acque del Lago di Vico, bacino di origine vulcanica naturalmente contraddistinto dalla presenza di arsenico e gas Radon.

Alcuni sindaci della zona avrebbero così emanato ordinanze per vietare l’utilizzo del glifosato e di altri fitofarmaci, imponendo nelle zone più a rischio l’agricoltura biologica, riferisce Iovene, dando però conto di come tali iniziative avrebbero trovato l’opposizione e i ricorsi dei produttori e della loro principale organizzazione, la Assofrutti. E questo mentre "nella zona, il Dipartimento di Epidemiologia della Regione Lazio segnala un rischio maggiore di patologie tumorali e l’Istituto Superiore di Sanità ha rilevato nel lago di Vico livelli di composti inorganici di fosforo usato nei fertilizzanti".

Dallo studio il conduttore Sigfrido Ranucci segnala poi l’abitudine di Ferrero e degli altri acquirenti di selezionare le nocciole scartando le partite con quantità eccessive di "cimiciato". "Così fanno tutti i produttori che acquistano nocciole. Per questo i produttori utilizzano i prodotti chimici per eliminare la cimice. Ma questa è l’altra faccia della medaglia della coltura intensiva. Il segreto sarebbe proprio di cambiare lo sguardo, di coltivare la biodiversità, perché se tu coltivi solo la nocciola la cimice sulla nocciola si va a posare. Se invece coltivi più habitat naturali, è facile che la cimice possa diversificare. Ma tutto questo, oltre che al sacrificio, ha anche un prezzo. Ma lasci un valore alle future generazioni, lasci un territorio più pulito".

In coda la parola all’azienda, con lo stesso Ranucci che dà brevemente conto di quanto riportato da Ferrero nella lunga lettera inviata in risposta alle domande rivoltele poco prima della messa in onda dagli autori della trasmissione (è possibile leggerla integralmente qui).

Uno scritto nel quale si lamentano le "molte imprecisioni" notate già nei tre minuti di anteprima al servizio e "immagini forzate che non rappresentano correttamente il lavoro di migliaia di famiglie del Viterbese che coltivano un prodotto agricolo di grande qualità, un’eccellenza italiana e che generano un valore condiviso nella comunità locale, diretto e indiretto, di oltre 90 milioni di euro".

Ferrero vi ricorda che la coltivazione del nocciolo in Italia è limitata allo 0,7% di tutta la superficie coltivata (12.800.000 ettari), che tale coltivazione sarebbe "più efficiente" di altre colture ad esempio nel prevenire l'erosione del suolo e che "secondo un recente studio dell'Università di Pavia, i noccioleti, solo nel Lazio e in Campania, hanno il potenziale per catturare fino a 2,6 milioni di tonnellate di CO2 equivalente all'anno". Dopodiché rileva come la stessa richieda un minore numero di trattamenti annuali ("mediamente da 3 a 5") rispetto ad altre colture arboree (i 15-20 annui delle vita o i 10-15 dei kiwi).

Il gruppo di Alba ricorda poi le buone pratiche del programma di sostenibilità "Ferrero Farming Values", dopodiché passa a illustrare i contenuti del suo Progetto Nocciola: "(…) un'opportunità per gli agricoltori di diversificare e/o riconvertire le proprie attività, ed è anche un'opportunità per prevenire l'abbandono dei terreni agricoli non coltivati. Il progetto ha l'obiettivo specifico di coltivare nocciole in regioni dove le nocciole non sono state tradizionalmente coltivate e dove possono essere integrate in modo sostenibile con le colture esistenti. In linea con questo obiettivo, il Progetto Nocciola Italia non è focalizzato sulle tradizionali aree di coltivazione del Piemonte, del Lazio e della Campania. Infatti, circa l'80% delle nocciole piantate nell'ambito del progetto sono fuori Piemonte, Lazio e Campania. Dagli anni '90, il Lazio è una delle più grandi regioni produttrici di nocciole in Italia, ben prima che il Progetto Nocciola Italia fosse lanciato nel 2018. Attualmente, l'ambito del progetto nel Lazio è limitato a 255 ettari coltivati, che equivale all'1,03% della superficie totale di nocciole coltivate nella regione e circa il 5% dell'espansione totale della coltivazione di nocciole dal 2010. Nel Lazio la coltivazione di nocciole (che occupa 24.638 ettari) costituisce il 3,86% della superficie totale di tutti i terreni coltivati nella regione. Altre colture principali sono i cereali (81.659 ettari) e l'olivo (82.932 ettari). Rispetto alla superficie totale coltivata a nocciole in tutta Italia i 255 ettari piantati nel Lazio costituiscono lo 0,29%. Ferrero, in collaborazione con gli agricoltori locali, ha ottenuto la piena tracciabilità delle nocciole provenienti dal Lazio".

Ezio Massucco

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