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Attualità | 02 giugno 2020, 17:07

2 giugno 1946: "Se fosse dipeso dalla nostra provincia, oggi al posto di Sergio Mattarella avremmo un rampollo di Casa Savoia"

Ne spiega le ragioni il professor Livio Berardo, già presidente dell'Istituto storico della Resistenza

2 giugno 1946: "Se fosse dipeso dalla nostra provincia, oggi al posto di Sergio Mattarella avremmo un rampollo di Casa Savoia"

Il 2 giugno 1946 gli italiani, comprese per la prima volta in un’elezione politica le donne, sceglievano i propri rappresentanti per l’Assemblea costituente e decidevano se il nuovo Stato dovesse rimanere una monarchia o diventare una repubblica. Prevalse la seconda ipotesi con 12.718.641 voti (il 54,27%) contro 10.718.502.

Parti rovesciate da noi: con 188.876 voti per la monarchia contro 147.481 la provincia di Cuneo condivise con quella di Asti, sole in tutto il Nord (ma ad Asti i due schieramenti finirono separati da appena 297 voti), la sconfitta di quel rinnovamento in cui credeva la gran parte di coloro che erano saliti in montagna. Perché un risultato così deludente? A che erano serviti 20 mesi di lotta contro i nazifascisti, le esperienze di autogoverno delle “libere repubbliche” fra giugno e ottobre del 1944?

Intanto non tutte le formazioni partigiane facevano capo a partiti repubblicani. Un quarto dei combattenti attivi nel Piemonte sudoccidentale, gli autonomi di Martini “Mauri”, maggioritari nell’albese, nel braidese e in parte del monregalese, erano “badogliani”, militari legati al re da un vecchio giuramento. Nelle zone da loro liberate non si proclamava la repubblica (non lo fu la fenogliana Alba dei 23 giorni) né si eleggeva una Giunta popolare, ma si insediava un’amministrazione militare. Per converso l’esperienza dei garibaldini, dei GL e dei matteottini non passò senza lasciare tracce: stanno a dimostrarlo gli esiti elettorali delle valli alpine.

Interamente repubblicane furono Gesso e Vermenagna, con picchi del 72% a Vernante e Robilante (con i socialisti al 51%). In valle Stura si toccò il 77,26% ad Aisone, il 75,49% a Rittana (con il Psiup al 43,2%), il 71,69% a Gaiola-Moiola. Rimasero fedeli ai Savoia solo Argentera (comprendente Bersezio) e, per un’inezia, Sambuco (inclusa Pietraporzio). Più contrastato il quadro delle valli Maira e Grana. La repubblica vinse con l’83% dei voti nel paese martire di Cartignano (con il Partito d’azione al 32%), con il 67% a Roccabruna e S. Damiano, poi a Valgrana, Stroppo e Acceglio, perse a Elva, Prazzo, Macra, Marmora e mancò il successo a Villar S. Costanzo per 4 schede. Prevalse con più del 70% a Monterosso Grana (Pci, Psiup e azionisti ciascuno sopra il 20%) e Pradleves (con i comunisti al 45%, il miglior risultato provinciale), ma non a Castelmagno. In val Varaita la repubblica superò il 70% a Brossasco, Melle (con accorpata Valmala), Frassino (con il Psiup primo partito al 43%), il 60% a Rossana, il 55 a Sampeyre. Perse a Piasco e Costigliole per pochi voti e a Venasca (inclusa Isasca), dove pure il 31 marzo alle amministrative aveva trionfato il Fronte democratico popolare (Psi, Pci e azionisti) e la Dc aveva conquistato un solo seggio, scavalcata in minoranza dal Partito dei contadini.

In val Po furono repubblicane Martiniana (ancora comune unico con Gambasca), Sanfront, Paesana e Oncino (con più del 75%). La valle Bronda, rimasta un unico municipio, Pagno, sconfisse la monarchia per 589 suffragi (58,26%) contro 422, con il Partito d’azione oltre il 30%, a testa a testa con la Dc. La repubblica vinse nettamente a Verzuolo e Manta. Né le cose andarono in modo diverso in tutta la fascia pedemontana che partiva da Chiusa Pesio, attraversava Boves, Cuneo, Borgo San Dalmazzo, Cervasca, Vignolo e Bernezzo. In valle Tanaro si segnalò Ormea con il 63%, Garessio per un buon risultato, mentre il successo repubblicano rimase contenuto a Ceva, Nucetto e Bagnasco.

Così pure a Bastia e Farigliano. Nel resto del monregalese, a cominciare dalla città del Moro, nella pianura, a partire da Busca, Villafalletto, Revello, dalle frazioni della bassa di Saluzzo, di Barge e di Bagnolo fino alle Langhe dilagò una marea filosabauda, da cui si salvarono solo Lagnasco, Fossano, Baldissero, Santa Vittoria d’Alba, Cossano Belbo, Belvedere e Somano. Se a Savigliano la monarchia prevalse per poche centinaia di voti, ad Alba superò il 65%, a Bra il 56.

A Cherasco, nelle Langhe e nel Roero sfondò il 60% dei consensi, con punte dell’80 a Sinio, Bossolasco e S. Stefano Roero, superate solo a Murello (85,68%) e Bellino (91,88%, comune a suo tempo poco frequentato, perché inospitale, dai garibaldini e dai GL della val Varaita).

Per capire le ragioni del diverso comportamento fra la montagna e il resto della provincia serve innanzi tutto esaminare l’insediamento delle formazioni partigiane e il loro “colore”, come già abbiamo accennato: la repubblica consegue i maggiori successi là dove aveva operato un comando o aveva avuto sede fra estate e autunno 1944 una zona libera (esclusa, come logico, quella di Alba, durata solo 23 giorni e senza strutture di governo popolare). In secondo luogo è da prendere in considerazione l’azione dei partiti, contestualmente impegnati nelle elezioni per la Costituente.


Il ruolo dei partiti

Le forze decisamente repubblicane (Psiup ossia Partito socialista di unità proletaria, Pci, Partito d’azione, Cdr ovvero la Concentrazione democratica repubblica di Ferruccio Parri, il Pri, i trozkisti) non arrivavano tutte assieme al 35%, quelle apertamente monarchiche, i liberali dell’Unione democratica nazionale e il Partito dei contadini superavano il 18%. Ago della bilancia, con il suo 45,92% dei voti, fu dunque la Democrazia cristiana.

Per decidere la linea da seguire sulla questione istituzionale la Segreteria nazionale Dc indisse fra marzo e aprile un referendum interno. Su un milione e mezzo di iscritti risposero 836 mila. 503.535, il 60 per cento, scelsero la repubblica, 146.061 la monarchia, il 17%, e 187.666, il 28%, si astenne. Altri 700 mila non vollero esporsi, soprattutto nelle regioni meridionali: erano in gran parte potenziali voti per il re.

Così al Congresso straordinario del 25-27 aprile 1946 Attilio Piccioni elaborò la formula secondo la quale “il partito democristiano si sottraeva ad ogni preventiva definizione repubblicana o monarchica, conservando il privilegio di una neutralità di fronte al Paese, all'occupante, ed allo sviluppo degli avvenimenti, arbitro di dire l'ultima parola”. Con questa soluzione, dorotea ante litteram, la Dc si pose al riparo da un dibattito che poteva rivelarsi lacerante e rovinoso. Si metteva inoltre in sintonia con l’istituzione che al partito forniva non solo linfa spirituale, ma anche quadri e mezzi, vale a dire la Chiesa di Pio XII.


Il ruolo del clero

Nessun partito poteva contare allora su una organizzazione capillare come la Chiesa: come spiegò ai suoi preti il vescovo di Alba mons. Luigi Maria Grassi, il clero rappresentava “l’unica classe colta, dirigente, che avesse un contatto continuo con il popolo”. Ora i sentimenti filomonarchici fra sacerdoti e vescovi erano diffusi.

Il cardinale Maurilio Fossati, la cui diocesi include(va) porzioni della pianura torinese da Moretta a Bra, non si peritava in quel torno di tempo di nascondere, per poi favorirne l’espatrio, l’ex quadrumviro Cesare Maria Devecchi, sottraendo alla giustizia un sanguinario squadrista degli anni ’20 e uno spietato governatore di colonie negli anni ’30, dal momento che passava per amico dei Savoia e buon “cristiano”. Alcune lettere quaresimali di quella primavera si caratterizzarono per i toni apocalittici.

Per il presule di Cuneo Giacomo Rosso la guerra mondiale e la conseguente miseria erano opera del diavolo, la cui azione era cominciata con lo scisma d’oriente e la riforma di Lutero, era proseguita con la rivoluzione francese e quella russa: repubblica e comunismo erano l’ultima manifestazione di “una civiltà del peccato”, a cui bisognava contrapporre il ritorno all’ordine e all’autorità (possibilmente concentrata). Meno truculente, ma pur sempre fustigatrici dell’eccesiva libertà e dell’edonismo dei tempi presenti furono le epistole di mons. Lanzo a Saluzzo e mons. Briacca a Mondovì.

Seppero sottrarsi a una visione medioevale della storia mons. Grassi e Dionisio Borra. La pastorale del primo, ampia, ricca di riferimenti dottrinari e storici, evitava di demonizzare la modernità, anzi riconosceva i giusti motivi di protesta alla base delle rivoluzioni, sia pure poi degenerate in dittature. In particolare vedeva nella sollevazione del popolo francese le premesse del nostro Risorgimento, da cui era nato lo Statuto, cioè la monarchia costituzionale. Nella carta albertina avevano trovato posto le liberà religiose, non solo dei cattolici, e quelle politiche. Non a caso il fascismo l’aveva calpestata. L’epistola terminava con un implicito suggerimento a “recuperare” lo Statuto come modello per la futura Costituzione. Era un ragionamento non molto diverso da quello british di Luigi Einaudi, che aveva in mente una monarchia che “regna, ma non governa”, e resta super partes. Mons. Borra, vescovo di Fossano, espresse dal canto suo comprensione nei confronti di chi errava per ignoranza e lasciò spazio al dibattito.

Ne approfittarono i “professorini” Giuseppe Manfredi e Lorenzo Burzio, quest’ultimo già commissario Gl in val Varaita, per orientare centinaia e centinaia di voti cattolici sul simbolo che occupava la sinistra della scheda con “il profilo della penisola e al centro una testa di donna con una corona turrita ornata di foglie di lauro e di quercia”.

Il 31 marzo a Verzuolo ci si aspettava un successo del Fronte popolare, come a Manta, vista la forte presenza operaia e partigiana: fu invece un garibaldino della val Varaita, Angelo Boero, scampato all’eccidio di Valmala, ora operaio alla Burgo, a trascinare con il suo primato di preferenze la lista democristiana alla vittoria. Procurò certo un dispiacere ai suoi ex compagni di brigata, ma il 2 giugno ridiede loro il sorriso: con la numerosa sezione delle Acli votò e fece votare repubblica. Altrettanto fecero a Cuneo gli aclisti guidati dal maestro Tancredi Dotta Rosso.

Si è calcolato che a livello nazionale siano stati 2 milioni su 8 i democristiani che votarono per la repubblica, molti meno di quanti ci si poteva aspettare dal referendum interno del marzo 1946 (ma il 60% di 50 fa solo 30). Furono però esattamente quelli che mancarono ai monarchici per pareggiare il conto e forse andare oltre. Dobbiamo essere loro grati, perché senza quella scelta coraggiosa, disapprovata da gran parte del clero, oggi, in un momento così difficile per il nostro paese, ci ritroveremmo alla guida dello Stato non l’equilibrato e colto Sergio Mattarella, ma qualche pittoresco rampollo di casa Savoia.


Gli eletti alla Costituente

Il 2 giugno nella circoscrizione Cuneo-Asti-Alessandria furono eletti 7 democristiani, 5 socialisti, 3 comunisti, un liberale, un esponente del Partito dei contadini.

Originari della nostra provincia erano per la Dc il monregalese Giovanni Battista Bertone e l’albese Teodoro Bubbio, gloriose bandiere del popolarismo prefascista e antifascista: non ce la fecero invece il sindaco di Fossano Luigi Bima e Armando Sabatini, segretario della Fiom per la corrente cristiana, molto attivo nelle nostre zone, soprattutto nel saluzzese.

Rappresentò il Psiup (seguirà Saragat nel Psli-Psdi), Domenico Chiaramello, nativo di Cavallermaggiore, consigliere comunale a Savigliano. Nel Pci si distinse Antonio Giolitti, nipote del grande statista liberale, vissuto fra Roma e Torino, ma con forti radici in provincia: era stato commissario politico della I divisione Garibaldi in valle Po e Infernotto.

L’Udn portò alla Costituente Luigi Einaudi, che, uscito anche nel Collegio nazionale, lasciò il posto al torinese Badini Confalonieri, mentre rimasero bocciati non solo Manlio Brosio, slegato dal territorio, ma anche Enrico Martini “Mauri”, comandante in capo dei partigiani “azzurri”.

Il Partito d’Azione con Mario Andreis, Dante Livio Bianco, Vittorio Foa, Ada Gobetti, Carlo Galante Garrone, non ottenne seggi, come neppure la Cdr che schierava Parri, Antonicelli e l’illustre giurista Paolo Greco, ma di cuneesi solo Dino Giacosa e Piero Cosa.

Due terzi dei piemontesi alla Costituente erano ex comandanti partigiani, commissari o delegati di CLN. Qualcuno aveva combattuto il fascismo già in Spagna negli anni ’30 (Luigi Longo, Umberto Calosso, Palmiro Togliatti, Giuliano Pajetta, Alberto Jacometti), mentre altri come Foa, Moscatelli e Giua languivano in carcere. Fra tutte le legislature la Costituente fu il consesso con la maggior dovizia di laureati, ma anche di operai, contadini e commercianti. Non brillò invece per numero di donne.

Redazione

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