Nelle Langhe lo spopolamento non è più una tendenza da osservare con distacco, ma un processo già in atto, misurabile nei numeri e riconoscibile nella vita quotidiana dei paesi. I dati demografici dell’ASL CN2 parlano chiaro: al 31 dicembre 2024 la popolazione residente nei 75 Comuni tra Langhe e Roero è di 168.764 abitanti, con una perdita di oltre 3.000 residenti rispetto al 2013. Il saldo naturale resta fortemente negativo, con circa 1.000 nati a fronte di circa 2.000 decessi nel solo 2024, mentre la struttura per età fotografa un territorio che invecchia: oltre il 25% della popolazione ha più di 65 anni, contro appena il 12% sotto i 15.
Numeri che da soli non bastano a raccontare la complessità del fenomeno, ma che trovano riscontro nei segnali che arrivano dai paesi: servizi che arretrano, trasporti insufficienti, connessioni tardive, botteghe che chiudono e comunità sempre più fragili. Una realtà che convive con la narrazione di un territorio vincente, attrattivo, riconosciuto dall’Unesco, ma che rischia di perdere proprio ciò che ne ha costruito l’identità: i paesi abitati, le relazioni, la vita quotidiana.
Dopo le voci del sindaco di Roddino Marco Andriano e i casi concreti emersi nelle scorse settimane, la terza puntata del percorso prova a spostare il fuoco su una domanda più ampia: che futuro può avere un territorio turistico se non riesce a trattenere chi lo vive tutto l’anno? A rispondere è Mariano Rabino, presidente dell’Ente Turismo Langhe Monferrato Roero (nella foto sotto), che lega in modo diretto il tema dello spopolamento alle prospettive stesse del turismo.

“Rischiamo di essere un bellissimo paesaggio morto”, avverte Rabino. “Senza paesi vivi, senza attività economiche, senza negozi, con banche e uffici postali che chiudono e orari dei servizi pubblici sempre più ridotti. Se non affrontiamo questo nodo, anche il turismo perderà senso”.
Secondo Rabino, il primo errore è pensare che basti promuovere il territorio. “Il tema vero è che stiamo vivendo una stagione eccezionale: l’aspettativa di vita si allunga enormemente, ma la denatalità è ormai cronica e traumatica. Questo combinato disposto porterà i nostri paesi a essere popolati soprattutto da anziani, spesso soli. È una bomba sociale che va governata politicamente, finanziariamente e previdenzialmente”.
Il problema, sottolinea, non riguarda solo i piccoli centri più periferici. “Anche ad Alba il numero di famiglie monoparentali è altissimo. Parliamo di percentuali che arrivano intorno al 40%. Questo ci dice che la fragilità sociale non è confinata ai paesi di collina, ma attraversa tutto il territorio”.
Da qui la necessità di cambiare scala e metodo. “Non sono per chiudere municipi o cancellare identità locali. Ogni comunità deve restare riconoscibile. Ma sulla gestione dei servizi dobbiamo fare un salto culturale: la gestione associata deve diventare la regola, non l’eccezione. Per aree vaste, in modo integrato”. Rabino porta un esempio concreto: “Ha senso che l’80% dei nostri comuni abbia un ufficio tecnico aperto mezza giornata alla settimana? O non sarebbe meglio un unico ufficio, con personale adeguato, aperto tutti i giorni per più comuni?”.
In questa visione, anche Alba è chiamata a un ruolo diverso. “Alba deve assumere sempre più una funzione metropolitana rispetto ai comuni della cintura. Ci sono servizi che ormai vanno pensati insieme, non più in modo frammentato”.
Il discorso si allarga poi alle politiche economiche e commerciali. “Se continuiamo a consentire l’apertura indiscriminata di grandi strutture e allo stesso tempo prendiamo atto dell’impatto dell’e-commerce globale, è evidente che i piccoli presìdi commerciali non possono reggere da soli. Eppure, in un paese qualcuno che ti porta il pane al mattino deve esserci. Un minimo di alimentari è un servizio essenziale, non un vezzo nostalgico”.
Per Rabino, questo significa un’assunzione di responsabilità pubblica. “Comuni, Regione e Stato devono farsi carico del mantenimento di questi presìdi. Altrimenti lo spopolamento produrrà effetti a catena: sociali, economici, ma anche ambientali. Un territorio non vissuto diventa più fragile, anche dal punto di vista idrogeologico”.
Accanto ai servizi, pesano mobilità e connessioni. “Se i luoghi non sono raggiungibili, se tutto passa dall’auto privata, se la logistica diventa ingestibile, il sistema non regge. Dobbiamo ripensare la mobilità in modo serio, soprattutto se guardiamo al futuro di Alba e del territorio”.
In questo quadro, Rabino richiama anche la sfida che attende Alba nei prossimi anni, sottolineando come il percorso verso il 2027, anno di Capitale dell’arte contemporanea, renda ancora più urgente una riflessione su accessibilità, mobilità e gestione dei flussi, per evitare che l’attrattività culturale si traduca in nuove fragilità per il territorio.
“Il rischio è quello di trasformare Alba in una sequenza di weekend ingestibili, come già accade, in alcune occasioni, durante la Fiera del Tartufo: un modello che crea pressione, ma non costruisce equilibrio né qualità della vita per chi il territorio lo abita tutto l’anno”.
Il messaggio finale è netto: “Prima di parlare di turismo dobbiamo parlare di scuole, servizi, lavoro, comunità. Il turismo da solo non salva i paesi. O si tengono vivi i territori, o resterà solo la cartolina. La speranza esiste, ma passa dalla capacità di guardare i problemi negli occhi e di costruire politiche nuove”.





