È difficile scrivere di Anas Rekassi senza ricondurlo alla stanza in cui è stato trovato senza vita. Difficile, perché quella stanza c’è stata: un piccolo bilocale in corso Langhe ad Alba, una vita sempre più stretta, la luce staccata, i giorni consumati tra fragilità, lavoretti saltuari, dipendenze, depressione, solitudine. Ma Anas non era soltanto questo. Non era il degrado, non era la marginalità, non era la fine.
Aveva 34 anni, era nato a Torino da una famiglia di origini marocchine. Era una persona colta, sensibile, riservata. Leggeva molto, scriveva poesie, riempiva diari. Ne aveva lasciati tre, consegnati alla Caritas. Dentro, probabilmente, c’erano il dolore e la gratitudine, la fatica e la ricerca di un punto fermo.
A restituire questa parte di lui è il padre, Hassa Rekassi, che parla con una voce attraversata da dolore, pudore e rimorso.
“Io sono onorato di raccontare la storia di Anas. Nel 2018 era all’ultimo anno di università a Torino, faceva anche uno stage. Poi ha conosciuto una ragazza, hanno deciso di andare a convivere, avevano preso casa insieme e condividevano il mutuo. Dopo il lockdown qualcosa è andato storto, si sono lasciati e lui è andato ad abitare per conto suo”.
Da lì, racconta il padre, è cominciata una discesa difficile da comprendere fino in fondo.
“I suoi datori di lavoro sono venuti anche al funerale e ci hanno detto che sapeva fare il suo lavoro, che aveva grande rispetto per quello che faceva. Poi, da un giorno all’altro, è andato in depressione e si è licenziato di colpo".
La famiglia aveva provato a riportarlo a casa. Anas, però, sembrava sempre restare un passo indietro, come se non volesse diventare un peso.
“Gli dicevamo: 'Vieni a casa'. Lui rispondeva che non voleva lasciare i suoi due gatti. Gli dicevo di venire a vivere con suo fratello, almeno finché si sistemava. Ma niente. Ultimamente mi diceva che aveva attacchi d’ansia. Io gli dicevo di venire da noi, ma lui rispondeva che non voleva spaventare sua madre e sua sorella”.
Il dolore più duro, per Hassa, sta proprio lì: nella sensazione di non aver visto abbastanza, o di aver visto troppo tardi.
“Io vivrò tutta la mia vita con questo rimorso. Mio figlio mi aveva espresso il suo disagio, mi aveva parlato degli attacchi d’ansia. Io l’ho sottovalutato. Pensavo che ne avremmo parlato. Il mercoledì prima della morte l’ho sentito, mi ha detto ancora di questi attacchi. Io gli ho risposto: ti lascio tranquillo, ti chiamo venerdì sera e ci mettiamo d’accordo per vederci sabato o domenica a pranzo. Potevo prendere la macchina, andare da lui, portarlo in ospedale. Ho sottovalutato il suo dolore”.
Domenica avrebbero dovuto mangiare insieme, tutta la famiglia riunita. Quel pranzo non c’è mai stato.
Il padre tiene anche a correggere un’immagine troppo netta della sua condizione materiale. Anas viveva in forte difficoltà, questo sì. Ma non era stato abbandonato dalla famiglia.
“La luce non ce l’aveva, è vero, ma il riscaldamento era quello condominiale. Gli mandavo anche dei soldi. Era veramente in difficoltà, ma noi non pensavamo fino a quel punto. Io gli avevo mandato un tablet, una powerbank, quello che poteva servirgli. Mi diceva: 'papà, vado in biblioteca, carico la powerbank e la sera leggo con la torcia'".
Un’immagine che racconta molto.
Perché Anas leggeva. Tanto.
“Gli compravo un libro e dopo un mese mi diceva: papà, l’ho finito, me ne prendi un altro? Divorava i libri”.
E scriveva.
“Ogni tanto mi mandava qualche poesia e mi diceva: papà, questa l’ho scritta io”.
Il racconto del padre non cerca assoluzioni né colpevoli. Cerca, forse, un ordine impossibile dentro una tragedia.
E lascia emergere il volto di un ragazzo che non coincide con gli ultimi giorni della sua vita.
Un ragazzo colto. Riservato. Fragile.
Uno di quelli che, forse, chiedono aiuto con voce troppo bassa.





