"Il turista va per essere servito. Il volontario va per servire". In questa distinzione Elisa Pira (nella foto sotto), giornalista, antropologa e insegnante di lingue di Monforte d'Alba, condensa un modo di viaggiare che porta avanti dal 2014. Non soltanto vedere luoghi nuovi, ma provare a entrarci, condividere per qualche tempo la quotidianità di chi li abita e accettare di incontrarne tanto il bello quanto il brutto. È il filo che ha accompagnato anche il suo ultimo viaggio, circa due mesi tra Sudafrica, Eswatini e Mozambico, che racconterà venerdì 18 settembre alle 21 all'Associazione Alec di Alba, in via Vittorio Emanuele II 30, attraverso fotografie, esperienze e incontri.

(La galleria fotografica è a cura di Elisa Pira)
Pira sceglie normalmente progetti sociali legati all'insegnamento della lingua inglese, proprio perché corrispondono alla sua formazione e alle sue competenze. Dietro questa scelta c'è una concezione precisa del volontariato internazionale, soprattutto quando il tempo a disposizione è limitato. "Sono dell'idea che il volontariato debba essere mirato per poter essere produttivo. Quando si parte per un breve periodo, per riuscire realmente a dare qualcosa bisognerebbe fare ciò che si sa già fare. Se devo prima imparare l'attività per la quale sono lì, rischio non soltanto di non essere produttiva, ma anche di far perdere tempo ed energie alle persone che dovrebbero insegnarmi".
Una posizione che la porta a guardare con qualche perplessità a una certa rappresentazione di queste esperienze: "Oggi c'è un'idea un po' annacquata del volontariato internazionale, visto da qualcuno come una vacanza a basso costo. In realtà nasce in un modo diverso". Questo non significa irrigidirsi dentro un ruolo. Se l'organizzazione ha bisogno di altro, Pira racconta di essere sempre stata disponibile a cambiare attività: "Se sono lì per aiutare e c'è da fare altro, lo faccio molto volentieri".
Il punto, per lei, non è neppure sopravvalutare ciò che un volontario riesce concretamente a lasciare in poche settimane. Anzi, su questo il suo sguardo è molto netto: "Credo che l'aiuto che si riesce a dare sia molto ridotto. Il volontariato è qualcosa che cambia soprattutto la persona che lo fa. Per me è un mezzo di conoscenza".
È qui che il viaggio assume un significato differente. Pira parla della propria curiosità verso i tanti modi possibili di vivere: come le persone organizzano la quotidianità, dove vivono, come utilizzano ciò che hanno a disposizione. Per comprenderlo cerca di avvicinarsi il più possibile alla loro vita di ogni giorno. Vive con famiglie del posto e, quando termina il lavoro e cominciano i giorni dedicati agli spostamenti, continua per quanto possibile a muoversi secondo le indicazioni ricevute da chi vive lì, utilizzando i mezzi pubblici.
"Mi interessa entrare nel loro quotidiano. Cerco di darmi da fare forse non tanto per loro quanto con loro", racconta. Nei piccoli centri e nelle aree rurali questo cambia anche il rapporto con le persone: "La gente sa chi sei e ti tratta veramente come uno di loro. Questo mi fa molto piacere".
La prima tappa dell'ultimo viaggio è stata Città del Capo, dove ha partecipato a un progetto di volontariato in un asilo, offrendo supporto alle insegnanti. Un'esperienza che le ha permesso di osservare da vicino la complessità sociale del Sudafrica, Paese caratterizzato da una straordinaria varietà culturale e linguistica, ma ancora segnato da profonde disuguaglianze economiche e sociali. Il percorso è poi proseguito lungo la Garden Route, e poi fino a Johannesburg e al Parco Nazionale Kruger.
Ma Pira cerca di arrivare nei luoghi senza costruirseli troppo nella testa prima della partenza. Alla domanda su quanto la realtà abbia modificato l'idea iniziale del viaggio, mette in discussione la premessa stessa: "Secondo me è una domanda sbagliata, nel senso che cerco sempre di non partire con aspettative o pregiudizi. Cerco di andare con la massima apertura".
Prepararsi, per lei, significa soprattutto acquisire alcuni strumenti per comprendere ciò che incontrerà. Prima di partire per il Sudafrica, per esempio, ha scelto di leggere Nelson Mandela: "Mi sono letta Mandela, a partire dalla sua autobiografia, perché per me andava conosciuto per comprendere anche la realtà attuale". Per il resto preferisce non accumulare troppe immagini precostituite. Una volta arrivata consulta la sua guida, decide cosa vedere e approfondisce sul posto. E il processo non termina necessariamente con il rientro: "Quando torno, in realtà, non chiudo il viaggio. Continuo il mio lavoro: ci sono aspetti sui quali mi informo al mio ritorno, a livello di approfondimento".
È una scelta coerente con ciò che cerca nei suoi spostamenti: ridurre per quanto possibile la mediazione tra sé e il luogo. "Al turista molte volte si vuole trasmettere un determinato tipo di realtà. Quando invece vai ed entri in quella realtà non c'è più una mediazione da parte di altri, non c'è più qualcuno che ti racconta le persone e il territorio. Sei tu che entri direttamente a contatto con quelle persone, con quel territorio".
E non è soltanto questione di guardare: "Sei lì non tanto con i tuoi occhi, ma con tutto il tuo sentire, a contatto con quella realtà, con il bello e con il brutto".
Proprio l'Eswatini ha introdotto in questo viaggio qualcosa di diverso rispetto alle esperienze alle quali Pira era maggiormente abituata. Nel piccolo regno montuoso ha partecipato nella Ezulwini Valley a un progetto sportivo rivolto ai bambini di alcuni asili rurali, ma ha scelto anche un'esperienza di conservazione ambientale e ricerca nella riserva di Mbuluzi.
Una deviazione consapevole rispetto ai progetti prevalentemente sociali degli anni precedenti. "L'Eswatini è paesaggisticamente e naturalisticamente molto interessante, soprattutto per me che amo la natura e le montagne. Mi interessava conoscere il regno anche dal punto di vista ambientale".
L'esperienza nella riserva è stata vissuta in tenda, all'interno di un parco senza felini e non recintato. Per Pira è stato un modo completamente differente di avvicinarsi alla natura africana. "Mi è servito per entrare in quell'ambiente in un modo che non fosse quello del safari. Di safari ne ho fatti tanti: passi, vedi, guardi. Lì invece facevi veramente delle cose. È stata un'esperienza intensa, molto bella e molto diversa da ciò a cui ero abituata".
Ma quella scelta ha avuto anche un'altra funzione. Dopo anni di esperienze sociali, Pira ha imparato a misurarne anche il carico fisico e psicologico. "Lavorare con le persone è il massimo per me che si possa avere, ma è molto impegnativo. Lo è fisicamente, perché i bambini hanno tantissima energia e te ne richiedono altrettanta, e mentalmente, perché si entra in contatto con condizioni che sono obiettivamente impegnative da sostenere psicologicamente, anche quando si ha esperienza".
La conservazione ambientale è diventata così una pausa tra esperienze differenti: "Tra un progetto sociale e l'altro, tra un asilo e una scuola, è stata una bella pausa. Magari molto fisica, però di grande distensione mentale. Sono tanti anni che faccio questi progetti, quindi ho imparato anche a dosarli e a incastrarli".
Dall'Eswatini il viaggio è infine proseguito verso il Sud del Mozambico, raggiunto via terra attraverso un lungo percorso su strade ancora segnate dagli effetti delle alluvioni. Una settimana nella regione di Inhambane, affacciata sull'Oceano Indiano, ha concluso il percorso prima del rientro a Johannesburg.
Venerdì sera all'Alec le fotografie mostreranno dunque i luoghi, ma il racconto di Elisa Pira proverà soprattutto a restituire ciò che accade quando il viaggio smette, almeno in parte, di essere osservazione e diventa esperienza diretta. Un principio che lei stessa riassume in poche parole: "Ci sono mille modi di vivere la vita. A me interessa tantissimo vedere come vivono gli altri".








