Fare impresa oggi significa muoversi in un contesto nel quale le certezze durano poco e le decisioni devono essere prese rapidamente. Costi, burocrazia, transizioni digitale ed ecologica, accesso al credito e cambiamenti nei consumi mettono alla prova soprattutto le micro e piccole aziende. Eppure è proprio in questa trama di laboratori, officine e attività familiari che vive una parte decisiva dell’economia piemontese: un patrimonio di competenze, capacità di adattamento, qualità del lavoro e legami con le comunità.
Di queste sfide parliamo con Giorgio Felici, presidente di Confartigianato Imprese Piemonte, rieletto nel 2025 fino al 2028. Imprenditore e conoscitore diretto del mondo artigiano, Felici unisce l’esperienza di chi apre ogni mattina la propria azienda alla responsabilità di rappresentare un sistema produttivo radicato nelle città, nei piccoli centri e nelle aree montane.
Al centro dell’intervista c’è anzitutto una domanda: che cosa significa, davvero, fare impresa oggi? Non soltanto resistere alle difficoltà, ma innovare senza perdere identità, investire nell’incertezza, affrontare mercati più complessi e trovare nuove forme di sostenibilità. Per le imprese artigiane la dimensione diventa una fragilità quando l’imprenditore è lasciato solo davanti a problemi che richiedono risposte collettive.
Da qui il secondo tema: lavorare insieme sul territorio. Associazioni di categoria, istituzioni, amministrazioni locali, scuole, enti di formazione, banche e imprese sono chiamati a costruire relazioni stabili e operative. Fare rete non può essere uno slogan: deve tradursi in servizi accessibili, filiere, collaborazioni e politiche capaci di riconoscere le differenze tra i territori. La competitività di un’azienda dipende anche dalla qualità dell’ambiente nel quale opera.
Infine, una questione tra le più urgenti: la mancanza di personale. Sempre più imprese faticano a trovare candidati, soprattutto quando servono competenze tecniche e specialistiche. È un divario che riguarda formazione, orientamento, rapporto tra scuola e lavoro, ma anche la capacità di raccontare ai giovani il valore dei mestieri artigiani. Senza nuove professionalità, il rischio non è solo perdere occasioni di crescita: è interrompere la trasmissione di saperi costruiti nel tempo.
L'intervista a Giorgio Felici (GUARDA IL VIDEO)





